Roma, Teatro Vascello: “Antigone”

Roma, Teatro Vascello
“ANTIGONE”
di Jean Anouilh

traduzione Andrea Rodighiero
personaggi e interpreti

Ismene e il messaggero SILVIA BATTAGLIO
Emone e guardie ILARIA DRAGO
La nutrice e coro MANUELA KUSTERMANN
Antigone ROBERTO LATINI
Creonte FRANCESCA MAZZA
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
regia Roberto Latini
produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello –
Teatro di Roma teatro Nazionale
Roma, 22 novembre 2025
Si dovrebbe forse cominciare dicendo che ogni società, quando sente franare sotto i piedi il terreno dell’illusione, evoca un’ombra a cui chiedere ragione del proprio smarrimento. Ma questa volta l’ombra ha un corpo, un respiro, un tremito. Appare non dall’alto, ma da una fenditura della scena, come un animale sacro scappato da un rito. È Antigone, o meglio ciò che resta di lei dopo secoli di obbedienze mancanti e ribellioni soffocate. E al Teatro Vascello, dove il buio cade come una sentenza e le pareti trattengono il fiato, quella figura fragile e ostinata sembra davvero provenire da un altrove remoto, portando un “no” più antico della legge e più giovane del mondo. Da qui comincia la tragedia: non dalla parola, ma dall’apparizione. Il  Vascello—antro urbano, ventre tecnico, luogo di resistenza artistica—non accoglie il mito come un reperto da museo; lo inghiotte, lo metabolizza, lo restituisce come una bestia inquieta. Roberto Latini, che firma regia e interpreta Antigone, non cammina sulla scena: avanza come un individuo che ha perso tutto e tuttavia conserva ciò che conta, il rifiuto. La traduzione di Andrea Rodighiero, netta e nervosa, lo accompagna come una corrente elettrica sotto la pelle del testo. Latini sceglie un linguaggio scenico in cui nessun attore è soltanto uno. Ogni interprete porta due volti, due destini, come accade nei sogni o nei regimi autoritari. Silvia Battaglio è Ismene, con la sua paura tenera e inutile, ma è anche Il Messaggero, la voce che annuncia la rovina con la calma di chi sa che nulla può più essere mutato. Ilaria Drago passa dalla dolcezza trattenuta di Emone all’automatismo ottuso delle Guardie, figure svuotate, come nate per eseguire ordini prima ancora di capirli. Manuela Kustermann, nel doppio ruolo di Nutrice e Coro, è l’antica madre tragica che veglia sulle macerie morali senza potervi porre rimedio. Francesca Mazza è un Creonte che non urla: pesa. Una presenza che schiaccia Antigone non con la furia, ma con l’amministrazione della realtà. Tutti duplici, tutti in conflitto: in questa tragedia non esiste una sola verità, ma un sistema di fenditure attraverso cui filtra una luce scomoda. Nel Teatro Vascello, Gregorio Zurla immagina uno spazio come una discarica dell’anima contemporanea: schermi televisivi fuori uso, pali della luce staccati dal loro contesto, un telefono pubblico che non comunica con nessuno. Non è Tebe. Non è Parigi del ’44. È un luogo dove la modernità è già diventata rovina, un deposito di oggetti invecchiati prima ancora di essere stati utili. Al centro, una striscia pedonale attraversa la scena, come una cicatrice urbana: divide ciò che vive da ciò che è sacrificabile. E sopra una fragile torre di schermi catodici—totem instabile e commovente—Antigone osserva il mondo dall’alto, come una sentinella che conosce già la fine. I costumi di Gianluca Sbicca portano il segno di una contemporaneità disfatta; la musica e il suono di Gianluca Misiti sono il respiro elettrico di un mondo che continua a funzionare anche quando nulla ha più senso; le luci di Max Mugnai, nette e improvvise, squarciano il buio come domande. Nel chiuso del Vascello, Antigone non è un mito: è un procedimento civile, un atto di memoria, una ragazza che dice “no” mentre tutti dicono “sì”. E questo “no”, così irriducibile, non è epico: è umano. È la voce che ogni giovane, ogni donna, ogni minoranza, ogni popolo schiacciato porta con sé quando seppellisce il proprio morto nonostante il divieto. Creonte, dal canto suo, è la ragione che ha rinunciato alla pietà. Non è un tiranno, è un amministratore. E proprio per questo è terribile. Antigone non cerca martirio, non cerca gloria: cerca verità. E per questo è perduta. Quando il racconto precipita verso la fine, con la pianura buia del Vascello che sembra inghiottire tutto, il Coro pronuncia la sua frase più terribile. Non un lamento, ma una constatazione: “Quelli che dovevano morire sono morti. Quelli che credevano in qualcosa, quelli che non credevano in niente, e quelli che sono stati presi in mezzo senza capire.” È qui che il teatro compie il suo compito più alto: impedire che l’oblio diventi la legge del mondo. Antigone torna per questo. Per dirci che la memoria non è un archivio, ma un atto di disobbedienza. E quando la scena si spegne, ciò che resta nelle ossa non è la tragedia, ma la domanda: a chi dobbiamo obbedire quando la legge contraddice la coscienza? Al Teatro Vascello, questa domanda brucia come una fiamma che non vuole spegnersi. Photocredit Manuela Giusto