Sassari, Teatro Comunale: “Salome”

Sassari, Teatro Comunale – Stagione Lirica 2025
“SALOME”
Dramma in un atto su libretto di Hedwig Lachmann dal poema omonimo di Oscar Wilde

Musica di Richard Strauss
Erode EWANDRO STENZOWSKY

Erodiade ANNAMARIA CHIURI
Salomè ANASTASIA BOLDYREVA
Jochanaan ROMAN IALCIC
Narraboth VINCENZO SPINELLI
Paggio ELISA FORTUNATI
I Nazareno / Cappadociano MICHAEL ZENI
I Soldato ALESSANDRO ABIS
II Soldato / V Ebreo DAVIDE PROCACCINI
I Ebreo MAURO SECCI
II Ebreo NICOLAS RESINELLI
III Ebreo / Schiavo FRANCESCO NAPOLEONI
IV Ebreo ANDREA SCHIFAUDO
II Nazareno PAOLO MASALA
Orchestra Ente de Carolis
Direttore Federico Santi
Regia, scenografia e costumi Hugo de Ana
Coreografia Michele Cosentino
Luci Valerio Alfieri
Nuovo allestimento Ente de Carolis

Sassari, 7 novembre 2025
Salomè non è solo un capolavoro del teatro musicale, la sua importanza travalica le definizioni di genere e di settore artistico, imponendosi come una delle creazioni del pensiero umano idiomatiche del ‘900; in ogni caso, per i nostri tempi, appare incredibile l’enorme successo allora di un’opera nuova, estremamente complessa, sicuramente difficile da tutti i punti di vista e persino moralmente invisa al perbenismo allora dominante. È un lavoro arduo soprattutto dal punto di vista esecutivo: le fondamenta dell’arte di Richard Strauss sono costruite sul sinfonismo tardo romantico, il gigantismo e virtuosismo orchestrale, sui colori e la vocalità imposti da Wagner come nuovo modello e, di fatto, abbiamo un vero e proprio poema sinfonico dove le voci sono inserite in un tessuto strumentale ben più complesso di qualunque “accompagnamento” sentito fino ad allora. Tutto ciò probabilmente è stato sottovalutato nella programmazione del de Carolis: anche un ente lirico stabile prepara normalmente tale capolavoro in settimane di duro lavoro; per un’orchestra stagionale metterlo su in poco più di una decina di giorni, con un organico insufficiente e per giunta con un cast quasi tutto di esordienti, direttore compreso, è un azzardo chiaro a chiunque conosca quest’opera, la grande musica e non consideri certe problematiche irrilevanti. Indicativo il forfait poco pubblicizzato di Beatrice Venezi, annunciata inizialmente in cartellone; si è quindi caricato coraggiosamente dell’incombenza Federico Santi, ottimo professionista che ha dovuto studiare in pochissimo tempo e nei limiti a disposizione ha evidentemente lavorato nell’unico modo possibile, badando efficientemente al sodo e senza possibilità di approfondire gli infiniti dettagli della scrittura. In ciò è stato aiutato da un’orchestra che ha provato con grande impegno per risolvere le difficoltà di passi al limite dell’eseguibile, con un risultato sorprendente ma inevitabilmente sbilanciato nelle sonorità e nelle parti secondarie dove percussioni e fiati, nonostante l’uso di una versione ridotta, hanno spesso soverchiato gli archi. Tra l’altro per “bucare” la densa orchestrazione prevista servirebbero delle grandissime voci; non avendole anche in questa occasione è comparsa un’amplificazione, peraltro discreta e di buona qualità, che ha sostenuto il palcoscenico nella dura acustica del Comunale aiutando l’ascolto ma costituendo comunque un artefatto che rende difficile un’effettiva valutazione di equilibri e dinamiche, con cantanti vistosamente in evidenza secondo la loro zona d’azione. Protagonista debuttante, è apparsa discreta ma ancora acerba, soprattutto nelle infinite sfumature richieste dal personaggio, Anastasia Boldyreva buon mezzosoprano che, come due anni fa per Nabucco, a Sassari collauda ruoli da soprano, con gli inevitabili compromessi dovuti al registro non abituale; sia nella personalità che nel dominio vocale, è stata sicuramente onorevole, ma bisognosa di un approfondimento per una parte da specialiste proverbialmente di riferimento (“una sedicenne con voce da Isolde”). Sufficientemente autorevole anche lo Jochanaan di Roman Ialcic, un basso che dovrebbe avere un registro acuto facile e una sonorità imponente su tutta l’estensione: i suoi interventi sono stati validi e ben calibrati nella composta recitazione richiesta dal personaggio. Ma svettava soprattutto la coppia Erode-Erodiade di Ewandro Stenzowsky (la voce più in evidenza tra i protagonisti) e Annamaria Chiuri, unica non debuttante nel ruolo, che hanno ben risolto le tante insidie vocali e ritmiche delle parti e, soprattutto, è risultata convincente e fluida nella caratterizzazione dei rispettivi personaggi. Efficace inoltre nella bella parte di Narraboth è risultato Vincenzo Spinelli e una menzione particolare, sia per il dialogo scenico che per la precisa esecuzione della disputa, va ai cinque ebrei, alle prese con l’impegnativo “tre su sei” che caratterizza ritmicamente le loro divisioni teologiche, con una sfumatura caricaturale velatamente antisemita su cui lo stesso Strauss farà poi ammenda. Buoni nel complesso gli altri interpreti di cui è da sottolineare in ogni caso l’abile occupazione degli spazi scenici, frutto di una regia che non lascia niente al caso; è infatti di valore il bell’allestimento (finalmente…) di Hugo de Ana che propone uno spettacolo coerente con gli elementi esteriori e soprattutto sottotraccia della drammaturgia. Rimosso il falso problema tra regia “tradizionale” o “innovativa” (d’altronde impossibile con un titolo del genere) e proiettata l’ambientazione in un luogo e tempo astorico, la vicenda viene rappresentata mescolando abilmente il piano reale e la sua proiezione simbolica, evitando il didascalismo sempre in agguato in operazioni del genere. Sintomatica da questo punto di vista, e di grande effetto, la scena dell’emersione di Jochanaan dalla terra da cui verrà ringoiato e che restituirà solo alla fine il fagotto insanguinato con la sua testa. Alla suggestione collaborano anche il notevole apparato scenografico vagamente post-tecnologico ben esaltato dalle luci di Valerio Alfieri e le fondamentali coreografie di Michele Cosentino che, oltre a realizzare con eleganza e originalità l’atteso fulcro della Danza dei sette veli, ha saputo movimentare efficacemente una scena essenziale, in cui i corpi umani in movimento e “mimesi” negli elementi scenotecnici costituivano un interessante contrappunto visivo al centro d’attenzione sugli interpreti. Buono il successo di pubblico, diviso sugli aspetti “fetish” della regia e pruriginosamente incuriosito dallo scandaletto sul divieto di visione dello spettacolo ai minori; si sono già espressi in tanti sull’assurdità della cosa e ricordiamo bene una fellatio in scena nel tempio-teatro di Bayreuth: Il vulnus non sta certo in danzatori nudi ma semmai in chi, gestendo fondi pubblici che, da contratto di servizio, impongono la visione a tutti dei propri spettacoli, si è arrogato una competenza censoria che spetta solo ai tutori dei minori, o eventualmente a qualificati organi demandati dallo Stato. Foto Elisa Casula