Staatsoper Stuttgart: “La piccola volpe astuta”

Staatsoper Stuttgart, Stagione 2025/26
“LA PICCOLA VOLPE ASTUTA” (Příhody lišky Bystroušky)
Opera in tre atti.
Testo e musica di Leóš Janáček
La volpe Bystrouška CLAUDIA MUSCHIO
La volpe maschio Zlatohřbítek IDA RÄNZLÖV
Il guardiacaccia PAWEŁ KONIK
La moglie del guardiacaccia e Il gufo OLIVIA JOHNSON
Il maestro di scuola/La zanzara MORITZ KALLENBERG
Il parroco e il tasso ANDREW BOGARD
Harašta MICHAEL NAGL
Pάsek TORSTEN HOFFMANN
La signora Pásková e La ghiandaia CATRIONA SMITH
Il gallo OSCAR ENCINAS
Chocholka/Il picchio ITZELI DEL ROSARIO
La gallina CARMEN LARIOS CAPARRÓS
Mala Bystrouška (la volpe giovane) MARTA PFEIFER
Il grillo LUNA FEHRENBACHER
La cavalletta FELIX ZIMMERER
La ranocchia NURA PILZ
Staatsopernchor Stuttgart
Kinderchor der Staatsoper Stuttgart
Staatsorchester Stuttgart
Direttore Ariane Matiakh
Maestro del Coro Bernhard Moncado
Regia Stephan Kimmig
Scene Katja Haß
Costumi Anja Rabes
Coreografia Jonathan Reimann
Luci Gerrit Jurda
Drammaturgia Johanna Mangold
Nuovo allestimento
Stuttgart, 9 novembre 2025
Dopo l’apertura di stagione in stile crossover con My Way, la prima produzione operistica della stagione alla Staatsoper Stuttgart era dedicata al teatro di Leos Janáček, che qui viene regolarmente rappresentato. Il titolo scelto dalla direzione artistica per questa inaugurazione era La piccola volpe astuta, una tra le più belle opere del compositore moravo. In Germania, la grandezza artistica di Janáček fu riconosciuta forse in anticipo rispetto ad altri paesi e le sue opere vennero regolarmente eseguite nei teatri tedeschi a partire dagli anni Venti, quando Otto Klemperer diresse la prima esecuzione fuori dai confini cecoslovacchi di Kat’a Kabanová a Köln nel dicembre 1922, a un anno dalla prima assoluta e pochi giorni dopo il trionfale successo della prima rappresentazione a Praga. Příhody lišky Bystroušky, (in italiano generalmente tradotto con La piccola volpe astuta), opera in tre atti e nove scene, fu composta fra il 1922 e il 1924, subito dopo Kat’a Kabanová e prima di Věc Makropulos. Il libretto fu scritto personalmente dal compositore moravo e si basa su una storia a fumetti apparsa sul quotidiano Lidové noviny disegnato da Stanislav Lolek, a sua volta ispirato da un racconto di Rudolf Těsnohlídek. L’idea di utilizzare questo argomento fu suggerita, pare, a Janáček dalla sua domestica Maria Stejskalova che era un’assidua lettrice del quotidiano. La prima rappresentazione si tenne al Teatro Nazionale di Brno il 6 novembre 1924 sotto la direzione di František Neumann, grande amico di Janáček e primo interprete di altri suoi tre lavori oltre a questo. L’opera riscosse subito grande successo in patria e poco dopo in Germania, dove fu eseguita per la prima volta a Mainz nel 1927 nella traduzione tedesca di Max Brod, scrittore e saggista conosciuto soprattutto per essere stato intimo amico e primo biografo di Franz Kafka e che fu tra i primi divulgatori del teatro musicale di Janacek nel mondo tedesco. La musica è davvero affascinante per l’originalità dell’ispirazione e ricca di intuizioni e soluzioni armoniche evidenzianti in pieno la cifra stilistica, tutta novecentesca, dell’esperienza creativa di Janáček, che si traduce nella definizione di una variante personalissima di un processo di disintegrazione e superamento della tonalità.
La Staatsoper Stuttgart ha affidato la parte visiva di questa nuova produzione al sessantaseienne regista Stephan Kimmich, già autore nelle stagioni passate delle messinscene di Der Prinz von Homburg e Das Rheingold. La scenografia di Michael Levine ambientava l’azione in uno spazio chiuso che raffigura la tana di una volpe, inizialmente nascosta dietro una cornice asimmetrica di legno e dal tono abbastanza astratto. Dal punto di vista tecnico, la messinscena era ben montata e molto curata nei dettagli, ma l’idea di illustrare dal principio alla fine la favola degli animali come un dramma umano era forse una cosa non del tutto convincente. Lo stesso Janáček parlava di un “idillio forestale”, solo delle citazioni appena accennate dovrebbero emergere a evidenziare i possibili parallelismi tra esistenza umana e animale. Invece lo spettacolo di Kimmig sottolineava forse in maniera troppo esagerata questi aspetti. Inoltre, la sequenza iniziale piuttosto appiccicosa che, attraverso l’animazione di figure stilizzate e un banale rap preregistrato, presentava un riassunto in tedesco della trama di questa sottile storia sull’incontro tra il mondo animale e quello umano, era assolutamente superflua, in quanto non aveva alcun collegamento visivo o uditivo con l’estetica del lavoro.
Di eccellente livello era invece la parte musicale, a partire dalla direzione orchestrale della quarantacinquenne francese Ariane Matiakh, attuale Chefdirigentin della Württembergische Philharmonie Reutlingen. Perfettamente assecondata dalla Staatsorchester Stuttgart, come sempre a un livello qualitativo che ne fa uno tra i migliori complessi strumentali tedeschi, la musicista parigina ha dimostrato grande affinità stilistica con questa musica, approfondita conoscenza della partitura e notevole calore interpretativo. La compagnia di canto è apparsa omogenea in tutti i ruoli oltre che perfettamente affiatata. Di notevole livello sono state le prestazioni delle due interpreti dei ruoli principali. Claudia Muschio ha aggiunto un altro ritratto alla galleria delle interpretazioni che l’hanno resa una beniamina del pubblico di Stuttgart. Con la sua voce dolce e omogenea e la sua recitazione scenica spigliata e disinvolta, la cantante bresciana ha raffigurato una Bystrouška ribelle, sfacciata e quasi femminista ante litteram nel suo comportamento. Nella parte di Lišák il mezzosoprano svedese Ida Ränzlöv, che si è segnalata in questi anni per le sue pregevoli interpretazioni in diversi ruoli alla Staatsoper, ha messo in mostra una voce molto ben impostata tecnicamente e un fraseggio molto appropriato. Molto bravo anche il baritono polacco Paveł Konik che nel ruolo del cacciatore (Revírník) ha fatto valere l’efficacia di un declamato incisivo e un notevole vigore di fraseggio. Tra gli altri interpreti, pregevole era in particolare il basso-baritono viennese Michael Nagl nella parte di Harašta. Eccellente anche il comportamento di tutti gli altri elementi del cast impegnati nei ruoli minori. Successo vivissimo, con quasi dieci minuti di applausi, in un teatro completamente esaurito. Foto Martin Sigmund