Torino, Teatro Regio: “Die Entführung aus dem Serail” (cast alternativo)

Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera e balletto 2025/26
DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL”
Siengspiel tedesco in tre atti su libretto di Christopher Friedrich Bretzner
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Kostanze SOFIA FOMINA
Belmonte ANTHONY LEON
Blonde ELEONORA BELLOCCI
Pedrillo DENZIL DELAERE
Osmin DIMITRY IVASHENKO
Bassa Selim SEBASTIAN WENDELIN
Giannizzeri EUGENIA BRAYNOVA, ROBERTA GARELLI, LEOPOLDO LO SCIUTO, LORENZO BATTAGION
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Gianluca Capuano
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Michel Frau
Ripresa da Tristan Gouallier
Scene Antoine Fontaine
Costumi David Belugou
Luci Joël Fabing
Torino, 9 novembre 2025
Non convince – almeno per quanto riguarda questa compagnia – il ritorno a Regio del “Ratto dal serraglio” mozartiano, titolo pochissimo rappresentato a Torino – un’unica edizione scenica in lingua originale nel 2006 – e che avrebbe richiesto un maggior impegno produttivo. Gianluca Capuano dirige con proprietà l’orchestra del Regio. Pur lavorando con strumenti moderni fa proprie certe modalità delle esecuzioni filologiche. Il peso orchestrale e contenuto, la direzione brillante e molto contrastata, gli elementi esotici hanno il giusto rilievo. A tratti è sembrata esserci un’attenzione fin troppo rivolta all’orchestra e qualche sbandamento tra questa e il palcoscenico. L’orchestra del Regio suona con proprietà e nei brevi interventi il coro mette in mostra tutta la sua qualità.
Il cast mostra purtorppo dei limiti, a partire dalla prova di Sofia Fomina (Kostanze). La voce è gradevole, certo più da soprano leggero che da drammatico d’agilità, il timbro è caldo e morbido e l’emissione ben controllata. Purtroppo un’incidente d’emissione nelle agilità di “Ach, ich liebe” ha pesantemente condizionato la sua prova. Se “Traurigkeit ward mir zum Lose” e nel complesso ben risolto in “Marten aller Artem” è parsa bloccata dalla tensione. Nel secondo atto le cose sono andate meglio ma la prova era ormai compromessa. Anthony Leon è un tenore fin troppo leggero per una parte ben più drammatica di quanto appaia di primo acchito. Canto però con gusto ed eleganza, lega e sfuma assai bene, stilisticamente è in parte e nel complesso risulta il più convincente tra gli interpreti.
A Dimitry Ivashenko il ruolo di Osmin va strettino. È un basso cantante e il settore grave – su cui la parte insiste ripetutamente – è  troppo flebile. Cerca di recuperare spingendo in basso con il risultato che il volume non aumenta ma la linea di canto ne risente e si ascoltano così suoni gutturali non certo piacevoli. Simpatico e spigliato come attore ma di certo non basta. Eleonora Bellocci è una Blonde di gran temperamento. La voce è particolare come timbro ma non manca di squillo e nel complesso appare sicura in tutta la linea e scenicamente risulta assai simpatica. Funzionale nel complesso – anche se un po’ anonimo – il Pedrillo Denzil Delaere. Sebastian Wendelin è un Osmin particolarmente bonario, dai toni pacati e dal portamento elegante come conviene alla parte. La scarsa riuscita musicale contrasta con uno spettacolo visivamente delizioso. Nato al teatro di corte di Versailles lo scorso anno l’allestimento di Michel Fau è un vero atto d’amore alla cultura visiva e teatrale del Settecento. Non uno spettacolo tradizionale ma il tentativo di una riproposizione filologica degli allestimenti del tempo, almeno sul piano visivo essendo ovviamente diverse le componenti scenotecniche. Le architetture dipinte a trompe l’oeil, i fondali semoventi che articolano gli spazi, l’abile uso del teatro d’ombre – tanto amato nel Settecento – il raffinato gioco luministico con cui è reso il passare delle ore e gran colpo di teatro finale l’apparire di Selim in volo su un tappetto volante – in fondo sono gli anni della diffusione in Europa delle “Mille e una notte” grazie alla tradizione di Galand – non possono che incantare lo spettatore che assiste come u bambino trasportato in un paese di fiaba. Molto beli i costumi di David Belugou che ricostruiscono con rigore e senza eccessi la moda ottomana del tempo mentre sul piano della recitazione la ripresa di Tristan Fontaine è apparsa fin troppo inamidata.