Torino, Teatro Regio: “Il ratto dal serraglio”

Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera 2025 – 2026
“IL RATTO DAL SERRAGLIO” (Die Entführung aus dem Serail)
Singspiel tedesco in tre atti, libretto di Christoph Friedrich Bretzner rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie il giovane, in lingua originale

Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Bassa Selim (attore) SEBASTIAN WENDELIN
Konstanze OLGA PUDOVA
Belmonte ALASDAIR KENT
Blonde LEONOR BONILLA
Pedrillo MANUEL GÜNTHER
Osmin WILHELM SCHWINGHAMMER
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore d’Orchestra Gianluca Capuano
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin
Regia Michel Fau  ripresa da Tristan Gouaillier
Scene Antoine Fontaine
Costumi David Belugou
Luci Joël Fabing
Assistente alla regia Hadrien Delanis
Allestimento Opéra Royal/Château de Versailles Spectacles (2024) in coproduzione con Opéra de Tours
Torino, 8 novembre 2025
Il Ratto debutta al Burgtheater di Vienna il 16 luglio 1782, in sala ci sono l’Imperatore Giuseppe II e lo Zar Paolo. L’opera piace e si danno ben 14 repliche. Sono tempi difficili per Mozart: 2 anni prima c’è stato il calcio del conte Arco che lo liquida dall’asfissiante e padronale “protezione” del Colloredo, a cui segue poi l’ambigua sistemazione presso signora e signorine Weber, a causa della quale c’è rottura col padre Leopold. Ha 26 anni e alle spalle ci sono le esperienze professionali e personali, non sempre positive, maturate in Italia e in Francia. Il giovanotto ha anche prodotto qualche centinaio di composizioni, sia strumentali che vocali, delle “operine” e quell’immenso capolavoro di Idomeneo. Deve però darsi da fare per sbarcare il lunario, gli viene proposto da Gottlieb Stephanie, notissimo alla corte imperiale di Vienna, di musicare una sua pièce teatrale.  Giuseppe II, ama il teatro, ma non nutre una passione altrettanto forte per la musica, a Mozart toccherebbe quindi solamente inserire dei pezzi, musicati e cantati, all’interno di un consistente intreccio recitato. Come era da prevedersi, il genio di Wolfgang Amadeus prende il sopravvento e ne sortisce un collage musicale che surclassa in tal misura il dramma da renderlo, almeno per noi, del tutto secondario. Trascurabile quindi l’inconveniente del tedesco dei lunghi e incomprensibili dialoghi.  La regia, assai statica, di Michel Fau riproposta qui, dopo il debutto, nel 2024, a Versailles, da Tristan Gouaillier, rende scarno il racconto, non riesce a evidenziare la carica illuminista che il lavoro mantiene sottotraccia e frena pure di molto la componente buffa. Bellissime, solari, colorate e affascinanti le scene di Antoine Fontaine a cui le luci di Joël Fabing danno un ulteriore tocco di brillantezza; i costumi di David Belugou confermano poi l’ambientazione rococò-ottomana di una Versailles da cartolina illustrata.  Le voci son quello che sono e forse anche le uniche che si riescono ad ingaggiare con il budget disponibile. Olga Pudova sfodera un apprezzabile, ma non di più, registro acuto. Un largo vibrato, associato alla lingua tedesca, ostacola ulteriormente l’intellegibilità del contenuto. Se è buono il patetico di Traurigskeit, è carente la protervia e la brillantezza dell’attesissima Martern aller Arten, gran palestra di canto per molti soprani del ’900. Queste limitazioni non impediscono comunque della Konstanze della Pudova di farsi, seppur in minore, protagonista. Problemi più seri si riscontrano nella tecnica vocale del Belmonte di Alasdair Kent a cui è precario il solo avvicinarsi alle note di passaggio: il caldo e piacevole timbro giovanile si altera in suoni incerti non sostenuti dal fiato. Nella grande aria d’avvio del terzo atto si sfiora il peggio. Se la figura e il portamento ne fanno un ideale dandy spagnolo in gita turistica nel Nordafrica, la vocalità lo costringe a trovar riparo e scudo negli insiemi coi compagni d’avventura. Con mezzi ordinari ma corretti e una dizione da madrelingua, il Pedrillo di Manuel Günther conduce bene in porto, con vivacità e freschezza, la sua parte. Non ostenta mai volgarità ed è un compagno di viaggio astuto ed intraprendente. La prestazione di Leonora Bonilla, brillante ma non querula, pur con timbro un po’ vetroso, s’attaglia bene a quella di Pedrillo. Un canto che rispetta tutti i segni di una partitura impervia in cui però non trova ostacoli; le ornamentazioni sono, seppur con discrezione, eseguite a tutte le altezze di notazione. È comunque l’Osmin di Wilhelm Schwinghammer a dominare la scena. Basso-cantante, seppur non profondissimo, sicuro ed evidentemente idiomatico, sa dribblare gli ostacoli dei bassi profondi e vivacizzare, senza essere clownesco, la recita. Sebastian Wendelin, seppur costretto ad essere un intruso nel mondo dei canterini, recita, da gran professionista del palcoscenico, le abbondanti battute del Pascià Selim, che pur non impattano su un pubblico quasi esclusivamente italofono. Ulisse Trabacchin non trova difficoltà, tra gli strepiti di campanelli tamburi flauti ed altri, a far ben figurare il, già abitualmente assai sonoro, Coro del Teatro Regio.

Se l’aspetto vocale può aver suscitato qualche perplessità, è stato comunque entusiasmante l’esito musicale complessivo. Gli insiemi, dai duetti ai concertati, sono sempre stati ben equilibrati e indenni da pecche. L’Orchestra del Teatro Regio, un poco ridotta nei ranghi e, rispetto al consueto, pure un poco sollevata in buca, ha dato una magnifica dimostrazione di sé, sia nelle prestazioni dei singoli che nel complessivo. Legni, ottoni, percussioni ed archi artefici di una prestazione assolutamente eccellente. La Direzione di Gianluca Capuano, moderata nei tempi, accesa nei colori, ha acutamente mantenuto un clima mediano, evitando il buffonesco e il banale. La sala strapiena e abbastanza plaudente ha confermato, se ce ne fosse stata la necessità, che Mozart a Torino va sempre e paga anche più di certi propagandatissimi titoli, su cui si sono incentrate alcune ultime stagioni e che, minacciosamente, si affaccerebbero anche per le prossime. Foto Mattia Gaido / Daniele Ratti