Venezia, Teatro La Fenice: Al via la stagione 2025/26 con “La clemenza di Tito”

Venezia, Teatro La Fenice, Lirica e Balletto, Stagione 2025-2026
LA CLEMENZA DI TITO”
Opera seria in due atti su Libretto di Caterino Mazzolà, da Pietro Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Tito Vespasiano DANIEL BEHLE
Vitellia ANASTASIA BARTOLI
Servilia FRANCESCA ASPROMONTE
Sesto CECILIA MOLINARI
Annio NICOLÒ BALDUCCI
Publio DOMENICO APOLLONIO
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Ivor Bolton
Maestro del coro Alfonso Caiani
Basso continuo Giacomo Cardelli
Regia Paul Curran
Scene e costumi Gary McCann
Light designer Fabio Barettin
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 25 novembre 2025
Se, sul piano dei rapporti tra sovrintendenza e dipendenti, “mala tempora currunt” al Teatro La Fenice – ogni riferimento al ‘caso Venezi’ è tutt’altro che casuale –, l’inaugurazione della Stagione Lirica 2025-2026 del massimo teatro veneziano è, nondimeno, avvenuta nel segno del più alto livello artistico, rivisitando un titolo dalle alterne fortune: La clemenza di Tito di Mozart. Presentato per la prima volta al pubblico veneziano solo nel 1973 – in forma di concerto, sotto la direzione di Charles Mackerras – e successivamente proposto in veste scenica nel 1986 e nel 2014 – per la regia di Pierluigi Pizzi e rispettivamente di Ursel Hermann –, l’ultimo melodramma del Salisburghese approda per la quarta volta in laguna in un nuovo allestimento, firmato da Paul Curran, che coniuga tradizione e innovazione, riferimenti all’antico e squarci d’attualità, a suggerire che il dramma metastasiano ha una valenza universale. La vicenda, ambientata in un presente dai tratti indefiniti, si svolge all’interno di uno spazio, dominato dal bianco – improntato da Gary McCann ad un classicheggiante razionalismo e corredato da bassorilievi e statue –, che è al tempo stesso palazzo imperiale e museo archeologico d’arte romana. Una scenografia destinata a ridursi in macerie, verso la fine del primo atto, nel corso della congiura contro Tito Vespasiano, ordita da Sesto – tradendo l’amicizia, che lo lega all’imperatore –, su istigazione dell’amata Vitellia, figlia del deposto imperatore Vitellio. Una scritta – ricorrente sulle antiche meridiane – campeggia su una sorta di architrave, ad esprimere il senso più profondo di questa messinscena: “Vulnerant omnes ultima necat” (“Tutte [le ore] feriscono, l’ultima uccide”), suggestiva allusione alla tragica condizione umana, cui solo la clemenza di un animo nobile come quello di Tito – capace addirittura di perdonare coloro che volevano ucciderlo – può recare conforto. Nel secondo atto, alle bianche macerie, che connotano la scena, si contrappone il ‘moderno’ letto d’ospedale, su cui giace l’imperatore, miracolosamente scampato alla morte: un’estraniante contaminazione, che stimola la riflessione dello spettatore. Analogo effetto di straniamento è generato dal finale primo – allorché compare, proiettato sul velario, il timer collegato all’ordigno che sta per esplodere in Campidoglio, teatro della congiura – o dal polistilismo dei vari costumi di foggia semplice ed elegante – anch’essi ideati da Gary McCann – o ancora dagli ‘espliciti’ amoreggiamenti tra gli amanti. Particolarmente efficace l’uso delle luci da parte di Fabio Barettin: da quella solare che inizialmente inonda la scena a quella screziata di rosso che proviene dal Campidoglio in fiamme, a quella radente in corrispondenza della struggente aria di Vitellia “Non più di fiori”.
Affascinante – sul piano musicale – la lettura di Ivor Bolton, volta a mettere in rilievo la drammaticità diffusamente sottesa a questa straordinaria partitura, che segna una tappa fondamentale nel processo di rinnovamento dell’opera seria settecentesca, collocandosi nel solco della riforma gluckiana. Sorretto da un’orchestra in grande spolvero, il maestro britannico – specialista nel repertorio settecentesco e barocco – ha dedicato particolare cura nel rendere appieno la varietà, la raffinatezza, le seduzioni, che caratterizzano la veste strumentale realizzata dall’ultimo Mozart, riuscendo a coniugare l’attenzione al bel suono alle esigenze stilistiche ed espressive. La sua è un’esecuzione tesa, fondata su tempi generalmente piuttosto stringati, ma nel contempo capace di valorizzare ogni dettaglio. Esemplare l’esecuzione dell’ouverture, tra le più riuscite del Salisburghese, non a caso divenuta un pezzo autonomo da concerto. Assolutamente proficuo il rapporto tra l’orchestra e l’eccellente cast vocale, nelle arie come nelle scene d’insieme, queste ultime particolarmente numerose nell’opera. Una menzione per Vincenzo Paci, primo clarinetto, e Nicolas Palombardini, corno di bassetto, che hanno affrontato magnificamente la parte concertante in due splendide pagine dell’opera: rispettivamente l’aria di Sesto, “Parto, ma tu, ben mio”, e quella di Vitellia, “Non più di fiori”. Vera mattatrice della serata, Cecilia Molinari ha offerto – en travesti – un Sesto assolutamente credibile – combattuto tra amore, tormento e rimorso –, conquistando il pubblico per l’esemplare controllo dei propri mezzi vocali, il fraseggio scolpito, la presenza scenica. Una Vitellia di grande temperamento è risultata Anastasia Bartoli, che ha affrontato, adeguatamente nel complesso, un ruolo davvero arduo, quanto ad estensione della tessitura e agilità, riuscendo a rendere, con intensa espressività, il rovello interiore del personaggio. Classicamente dominatore delle passioni era il Tito di Daniel Behle, grazie a una vocalità sorvegliata, volta a delineare il carattere quasi ieratico del protagonista. Espressivo il controtenore Nicolò Balducci nei panni del fedele Annio, che ha sfoggiato una voce duttile ed estesa nell’acuto, nonché consapevolezza stilistica. Positive le prestazioni di Francesca Aspromonte nei panni di Servilia – una voce pregevole – e di Domenico Apollonio come Publio, per quanto vocalmente ancora acerbo. Ottima la prestazione del Coro – particolarmente importante in quest’opera –, istruito da Alfonso Caiani. Pieno successo per tutti.