Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Lirica 2025
“IL TURCO IN ITALIA”
Dramma buffo in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Gioachino Rossini
Selim CARLO LEPORE
Donna Fiorilla SARA BLANCH
Don Geronio FABIO PREVIATI
Don Narciso DAVE MONACO
Prosdocimo MICHELE PATTI
Zaida MARIANNA MAPPA
Albazar MATTEO MACCHIONI
Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Lü Jia
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regìa Roberto Catalano
Scene Guido Buganza
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Oscar Frosio
Verona, 16 novembre 2025
Il turco rossiniano torna a Verona dopo oltre due secoli; dato nel 1817 al Filarmonico e nel 1822 al Teatro Morando (oggi non più esistente), viene proposto per la prima volta dalla Fondazione Arena nell’allestimento del Teatro Sociale di Rovigo in coproduzione con i teatri di Ravenna, Novara, Rimini, Pisa e la fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, andato in scena lo scorso anno.
La più mozartiana delle opere rossiniane per situazioni, moralità e persino per una palese citazione musicale dal Don Giovanni, trovava nella lettura di Roberto Catalano un’ambientazione italiana negli anni del boom economico e del celebre carosello, con il richiamo al consumismo e alla pubblicità. Fulcro dell’impianto registico è Fiorilla, vittima di una relazione spenta ed annoiata alle prese con l’acquisto compulsivo di oggetti che gli altri non possono possedere, mentre il pavido marito Geronio guarda il televisore. Il tutto condito dai toni dei varietà televisivi di Antonello Falqui che imperversavano tra gli anni Sessanta e Settanta e la presenza di tutte le simbologie dell’epoca come riviste patinate, cataloghi ed elettrodomestici. Una sorta di enorme spot pubblicitario presente dall’inizio alla fine con la presenza costante del profumo “Vero amore” che di fatto diventa lo sponsor dapprima della mercificazione dei sentimenti per poi guidare alla
pacificazione finale dei legami e delle relazioni; i singoli personaggi sono perciò incardinati nel sistema commerciale, ognuno in modo diverso. Fiorilla, accumulatrice di oggetti per la casa, vestiti ed amanti e Prosdocimo sempre alla ricerca del suo soggetto teatrale a qualunque costo, con freddo e cinico distacco da tutto quanto gli ruota attorno. Le scene di Guido Buganza sono semplici e sottolineano il contrasto tra il consumismo borghese, connotato dal colore giallo e i lavoratori dell’industria del mercato contraddistinti dal blu, così come i costumi di Ilaria Ariemme con l’aggiunta di quattro soubrette piumate e glitterate che appaiono regolarmente in scena e il buon gioco di luci di Oscar Frosio. Lo spettacolo che ne risulta è una lunga riflessione sul tema del consumismo ma rischia di diventare noioso e a tratti monotono, gravato oltretutto dalla lunghezza dei due atti. Per quanto concerne la parte musicale il cast non ha affatto deluso le aspettative, a partire dal ruolo del titolo. Carlo Lepore, Selim, si conferma uno dei migliori interpreti rossiniani in circolazione le cui doti preclare sono ormai note ovunque: fraseggio elegante, chiarezza di dizione, sillabati perfetti, tenuta scenica irresistibile e vis comica tanto nei momenti solistici quanto nelle scene d’insieme.
Sara Blanch rende una Fiorilla capricciosa e frivola, scenicamente ineccepibile e a proprio agio nei passaggi pirotecnici rossiniani; di morbida vocalità, attento controllo del fiato e spiccata intelligenza musicale resa bene in Se il zefiro si posa e Squallida veste, e bruna. Accanto a lei il pavido Don Geronio di Fabio Previati convince sia nei passaggi buffi che in quelli emotivamente intensi; mai sopra le righe, convince per nobiltà di fraseggio e precisione nei veloci sillabati e sotto il profilo espressivo mantiene una certa gentilezza che restituisce al marito disperato la propria dignità. Anima della vicenda è il poeta Prosdocimo, qui portato in scena da Michele Patti con indovinato cinismo e distaccata ironia, qualità sostenute da luminosità e chiarezza di pronuncia e ottima proiezione vocale. Dave Monaco, Don Narciso, si distingue per la tecnica solida
soprattutto nella zona acuta ma anch’esso sfoggia un fraseggio garbato unito ad una voce sicura e particolarmente bella. Aderente al suo ruolo è Marianna Mappa che con timbro corposo sa conferire la giusta indole drammatica alla sfortunata Zaida con un’ottima tenuta di fiato e naturalezza vocale. Chiude la compagnia di canto Matteo Macchioni, Albazar, voce luminosa e a fuoco puntuale in ogni suo intervento; convince anch’egli per precisione, agilità e attenzione musicale. La concertazione di Lü Jia, che tornava al Filarmonico dopo diciotto anni, sembra indirizzata ad una certa prudenza, preoccupata per lo più di cucire buca e palcoscenico; ottimi i tempi ma dopo un avvio alquanto nervoso non è mai emersa del tutto l’irresistibile e frizzante scrittura rossiniana con l’orchestra della Fondazione Arena, ottima come sempre nelle sue prime parti (anche se il corno è apparso disorientato nel solo della Sinfonia, in ritardo di mezza battuta). Bene il coro guidato da Roberto Gabbiani anche se a tratti i colori sembravano più wagneriani che da primo Ottocento. Spettacolo applaudito più per la parte musicale che per la componente visiva, con qualche isolata contestazione per la regìa. Repliche mercoledì 19, venerdì 21 e domenica 23. Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona
Verona, Teatro Filarmonico: “Il Turco in Italia” di Rossini