Cremona, Teatro Ponchielli, Stagione 2025/26
“I PURITANI”
Melodramma serio in tre parti su libretto di Carlo Pepoli
Musica di Vincenzo Bellini
Lord Gualtiero Valton GABRIELE VALSECCHI
Sir Giorgio ROBERTO LORENZI
Lord Arturo Talbo VALERIO BORGIONI
Sir Riccardo Forth SUNU SUN
Sir Bruno Roberton ENRICO BASSO (in scena)/ ERMES NIZZARDO (voce)
Enrichetta di Francia BENEDETTA MAZZETTO
Elvira MARIA LAURA IACOBELLIS
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Sieva Borzak
Maestro del Coro Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Daniele Menghini
Scene Davide Signorini
Costumi Nika Campisi
Luci Gianni Bertoli
Nuovo allestimento in coproduzione dei Teatri di OperaLombardia
Cremona, 06 dicembre 2025
L’ultima opera belliniana, la terza dei cosiddetti “capolavori”, è per alcuni la massima rappresentante del belcanto, per varie ragioni di carattere, per lo più, stilistico e drammaturgico – tra le altre, il lieto fine, la scena di follia, il sentimento personale in grado di superare le imposizioni della società, i ruoli vocali singolarmente impervi. Per
questo andare ad agire troppo radicalmente sulla drammaturgia rischia di incrinare irrimediabilmente l’equilibrio tra queste parti – ed è quello che fa esattamente Daniele Menghini, con una messa in scena che alterna molto déjà vu a veri e propri scivoloni nel cattivo gusto, a nostro avviso del tutto irrispettosa del capolavoro di Bellini. Il “già visto” prevale sulla scena di Davide Signorini: i soliti neon, il solito fondo nero, i soliti palloncini; soliti anche i costumi “moderni” di Nika Campisi che sembrano usciti dagli armadi dei coristi (con l’eccezione per gli unici tre seicenteschi, accurati); gli scivoloni invece, anche quelli della scena, sono senz’altro da attribuire alla regia: se nel primo atto, tra automobili, pestaggi in scena e atmosfera da film gangster, si rimane ancora in
limine (per quanto sia ridicola la discesa sul finale dei ritratti dei nobili inglesi del Seicento con espressioni sconvolte), la misura si colma in fretta con l’inizio del secondo atto, ambientato in una cucina dove si decora una torta nuziale (benché il matrimonio sia saltato nell’atto precedente), si sorbiscono tazze di tè, si lavano piatti, si monta la panna, il tutto durante il coro “Piangon le ciglia, si spezza il cor” e nell’aria “Cinta di fiori e col bel crin disciolto”, che Giorgio canta mentre gira un caffè e lo beve – peraltro dopo che il coro, sentito il suo “v’appressate” si allontana illogicamente da lui; dopo questa serie di scelte arbitrarie, quasi convincente ci sembra la mirrorball che irradia riflessi durante la scena della pazzia d’Elvira; il terzo atto tocca l’apice del grottesco con la torta nuziale che diventa una sorta di monumento, un tempio in un boschetto di alberi bianchi, di fronte al quale Arturo riconquista Elvira regalandole un orsacchiotto di peluches. Fa male dirselo, ma anche tutte queste trovate non sono nulla di nuovo, giacché rientrano nelle regie della diminutio, che negli ultimi tempi sembrano moltiplicarsi sui nostri palcoscenici. La domanda che sorge (in chi scrive, ma anche nel pubblico in sala, che durante l’intervallo si abbandona giustamente a critiche feroci) è sempre la stessa: cui prodest? Chissà mai che qualcuno un giorno fornirà una risposta.
Nel caso specifico di questa produzione del circuito lombardo la parte musicale compensa fino ad un certo punto la débacle scenica: senz’altro è apprezzabile la bacchetta del giovane direttore Sieva Borzak, che dimostra di saper conferire i giusti colori all’orchestra, sebbene la coesione con i cantanti in un paio di punti sia saltata; scenicamente e musicalmente ben sostenuta è stata pure la prova del Coro di OperaLombardia, diretto dal maestro Massimo Fiocchi Malaspina. Tra i solisti spicca il baritono Sunu Sun, che incarna un Riccardo dal canto solido, omogeno nella linea di canto ma anche ben cesellato sul piano espressivo; accanto a lui Roberto Lorenzi è un Giorgio appassionato, dalla voce timbricamente chiara ma ricca di armonici, la dizione scolpita; a
Valerio Borgioni tocca l’arduo ruolo “rubiniano” di Arturo, dai falsettoni svettanti: al tenore romano certo non mancano gli acuti, mentre sono i centri che, specie nel terzo atto, suonano invece un po’ appannati (sebbene l’interpretazione di “A una fonte afflitto e solo” sia stata pregevolissima); nell’alveo della correttezza la prova di Gabriele Valsecchi (Lord Gualtiero Valton), mentre si è trovato indisposto Enrico Basso, tanto da portare il suo Bruno Roberton in scena mentre la parte veniva cantata dal palco di barcaccia da Ermes Nizzardo. Benedetta Mazzetto è stata un’Enrichetta vocalmente un po’ generica, ma molto coinvolta sul piano scenico; infine, Maria Laura Iacobellis, un’applauditissima Elvira, ha dimostrato, soprattutto in “Qui la voce sua soave”, di avere una buon controllo del ruolo, valorizzando soprattutto i vari afflati di più languido abbandono, mentre qualche asperità, qualche meccanicità, si può riscontrare nelle agilità; complessivamente la sua è una buona prova, ma ci penseremmo due volte a definirla già “voce belliniana”, poiché ancora di là dal maturare una piena unità tra il personaggio e il proprio porgere naturale. Sul finale, tutti i cantanti si sono guadagnati applausi scroscianti, e il direttore con loro; trattandosi di una matinée domenicale, il cast creativo non ha ritenuto di mostrarsi in scena – e, considerato il malcontento strisciante tra il pubblico, è stato, forse, meglio così. Foto Andrea Butti
Cremona, Teatro Ponchielli: “I Puritani”