Torino, Auditorium “Toscanini “della RAI, Stagione sinfonica 2025-26
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore Juraj Valčuha
Bernard Herrmann: “Vertigo suite”. Musica dal film di Alfred Hitchcock (1958) . Igor Stravinskij: “Le Baiser de la fée”. Divertimento. Suite sinfonica dal balletto (1934 rev.1949); . Pëtr Il’ič Čajkovskij :Sinfonia n. 6 in si minore op.74. Patetica.
Torino, 11 dicembre 2025.
Sempre quando sul podio dell’Auditorio della RAI risale Juraj Valčuha è una festa, la sala si colma ed è immediato l’affetto, vivace e tangibile, con cui il pubblico torinese accoglie il direttore di Bratislava. Si uniscono il ricordo e forse anche una certa forma di rimpianto per il settennato, 2009-2016, in cui Valčuha, ancora giovanissimo, fu guida principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. La locandina del programma odierno riporta titoli, per varie ragioni, assolutamente attraenti e stimolanti. Domina, e con Valčuha è consuetudine, il colore slavo, specificatamente riferibile al mondo čajkovskiano. La serata si apre con la suite dalla colonna sonora di Vertigo (La donna che visse due volte), film di Hitchcoch del 1958, che, nei due tratti d’avvio Prelude e Nightmare (Incubo) diffonde, con raggelanti accompagnamenti di celesta e arpa, un clima di misteriosa paura; per concludere poi con Scéne d’amour (Scena d’amore), in cui arditi cromatismi, di ascendenza wagneriana, si insinuano nel melodiare tipico dei famosi balletti di tradizione russa. Bernard Herrmann, newyorkese ma di famiglia russo-ebraica, fu
noto direttore d’orchestra e tra i più prolifici compositori di colonne sonore. Incontriamo le sue musiche in numerosissimi film, non solo di Hitchcock, ma pure di altri famosissimi registi quali Orson Welles, De Palma, Scorzese e Truffaut. Dal 1934, e per molti anni di seguito, diresse l’Orchestra Sinfonica della CBS per cui allestì programmi molto interessanti ed innovativi, comprendendovi rielaborazioni e sintesi delle sue colonne sonore, come fu proprio il caso di Vertigo. L’interpretazione data da Valčuha, misuratamente cupa ha conquistato il pubblico che l’ha molto apprezzata. Dalla sintesi di una colonna sonora, si è poi passati al riassunto di un balletto, Le baiser de la fée, che lo stesso autore, Stravinskij, ha ridotto ad una suite orchestrale da concerto. Abbandonato il fauvismo folklorico degli inizi, lasciato disoccupato dai Ballets Russes e da Djagilev, anche Stravinskij, come negli stessi anni Ravel per il Bolero, riceve dalla danzatrice Ida Rubinstein la commissione per uno spettacolo di danza che esalti le capacità sue e della sua compagnia. Per Stravinskij il ritorno alle fiabe russe, alle creature fantastiche, alla neve e ancora alle musiche e ai climi ballettistici di Čaikovskij è istintivamente naturale. Si appropria, dal repertorio meno conosciuto del grande russo, di temi e spunti che trasforma, rielaborandoli, in un tessuto appropriato al suo nuovo balletto. Le musiche stravinskiane degli anni ’20, comprese quelle per il Baiser de la Fée, sono generalmente classificate come “neoclassiche”. L’autore fa rivivere il passato pur con le spigolosità, le incertezze e i dubbi che la Grande Guerra, da poco terminata, ha inevitabilmente seminato. Valčuha, che coltiva sempre un certo distacco psicologico dagli spartiti che ha di fronte, ne sortisce con una serie di magnifici arabeschi, dai freddi colori e dalle sopite passioni. Mancando poi il coinvolgimento che l’azione scenica del balletto comunque induce, il pubblico rischia di soccombere alla stanchezza di seguire un racconto che la sola musica fatica ad illustrare.
La Sesta Sinfonia “Patetica” di Čaikovskij è ovunque, ormai da più di cent’anni, uno dei cardini centrali di tutte le stagioni sinfoniche. L’hanno in repertorio tutte le orchestre in esercizio; a tutti i direttori spetta poi l’incombenza di caratterizzarla con una personalizzazione univoca. Per convenzione il campo degli interpreti si differenzia tra i tendenzialmente freddi e, all’opposto, i viscerali intemperanti. Se
Bernstein, sempre splendidamente unico, coi suoi quasi 59 minuti di durata, si pone alla testa dei secondi; Jansons, altrettanto formidabile, con meno di 44 minuti, capeggia il campo dei più sbrigativi tra i morigerati. Valčuha con L’OSN RAI e i 47 minuti scarsi di durata, si mantiene in una saggia medietà e si garantisce così l’immunità da estremismi avventurosi, pur rischiando, sul terreno, una certa sbrigatività. Non solo il tempo ma anche i toni e le sfumature immettono in atmosfere molto sorvegliate, ovvero, assai interiorizzate. Non si rileva alcun cedimento all’autocompiacimento, all’ esibizionismo gratuito. Un effetto di questo tipo di approccio e delle reazioni conseguenti è quanto avviene alla chiusura del terzo tempo, l’Allegro molto vivace, di solito, in quel punto, con interpretazioni focose e appassionatamente patetiche, il pubblico meno avvertito si libera in applausi come se la sinfonia si chiudesse lì; la moderazione e la tensione, con cui Valčuha ha condotto il racconto, hanno bloccato ogni impropria intemperanza. La condotta generale, lungo tutto lo svolgersi dei quattro movimenti, è stata poi ornata ed esaltata dall’eleganza di portamento e di gesto del direttore che non ha mai forzando la mimica, ottenendo così dall’orchestra fraseggi sorvegliatissimi, eleganti e accurati. Il gran pubblico torinese presente ha festeggiato con un bel successo tutta l’orchestra e con un esaltante ovazione, a cui si sono uniti compatti gli orchestrali, l’amatissimo Valčuha.