Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direttrice Bar Avni
Violino Anna Tifu
Violoncello Erica Piccotti
Pianoforte Leonora Armellini
Unsuk Chin: ” Subito con forza”; Ludwig van Beethoven: Concerto in do maggiore op. 56 per pianoforte, violino e violoncello e orchestra; Antonin Dvořák: Sinfonia n. 8 in sol maggiore, op. 88
Firenze, 12 dicembre 2025
Assistere a questo concerto dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino è stata l’occasione per percepire il talento delle donne. Oltre alla presenza di tre musiciste italiane Anna Tifu, Erica Piccotti e Leonora Armellini, vincitrici di importanti premi e ormai note nel mondo del concertismo, vi è stato il debutto fiorentino della direttrice israeliana Bar Avni, vincitrice nel 2024 del concorso parigino La Maestra, la quale si è rivelata una guida sicura per la splendida Orchestra del Maggio. Programma molto interessante in cui, grazie ad un’opera in programma della compositrice sudcoreana Unsuk Chin ma non eseguita “a seguito dello sciopero nazionale indetto dalla CGIL”, si poteva istituire un collegamento tra la contemporaneità, la musica di Dvořák e di
Beethoven. Pertanto la serata è stata aperta dal Concerto per pianoforte, violino e violoncello del compositore di Bonn, più conosciuto come Triplo Concerto composto nel biennio 1803-1804 e dedicato al principe Lobkowitz, benché si ipotizzi che sia stato scritto per Rodolfo d’Austria, allievo del compositore. Già dal primo movimento (Allegro) si è compreso quanto Beethoven, per diversi aspetti, guardasse al modello della Sinfonia concertante. Con il morbido levare iniziale della direttrice dal pianissimo dell’orchestra prendeva vita il primo tema nel registro grave dei violoncelli e contrabbassi per ergersi, successivamente e lentamente, verso sonorità più luminose tali da coinvolgere tutti. Poi, dopo la seconda idea, il ritorno al pianissimo per accogliere l’ingresso dei solisti proponendo ancora il primo tema nei diversi registri con il suono dolce e molto espressivo del violoncello, poi reiterato nella tonalità della dominante dal violino per
rientrare successivamente alla tonica, era riproposto attraverso le ottave del pianoforte. Osservando attentamente le interpreti è stato un continuo gioco di sguardi e di reciproco ascolto per raggiungere la giusta intesa tra loro e la direttrice. Più che incontrare le grandi sezioni dialettiche della forma sonata, anche grazie all’effetto del contrappunto doppio, è emersa un’alternanza graziosa di melodie. Nel Largo è ancora il violoncello ad offrirci una pagina di autentica poesia il cui lirismo, ripreso dagli altri due strumenti, si lascia coinvolgere dall’artificio dell’imitazione, contagiando significativamente il loro modo di relazionarsi. Il Concerto beethoveniano si è concluso festosamente con il Rondò alla Polacca ove, ancora una volta, il brillante tema del violoncello presentato dal ‘canto’ della Piccotti riusciva a trascinare gradualmente le altre soliste e l’orchestra in un’autentica e continua connessione. Si è trattata di una fulgida esecuzione in cui, soprattutto le interpreti, grazie alla bellezza e varietà di suono, si esprimevano in un edificante rapporto dialogico non privo di freschezza. Con la Sinfonia n. 8 di Dvořák,
composta nel 1889, si è passati all’ultimo scorcio del XIX secolo. Protagonista un’orchestra dall’organico più ampio e incline ad una relazione empatica e collaborativa con la direttrice. Avni, da parte sua, è apparsa disponibile a lasciar suonare i musicisti salvaguardando, oltre alle diverse individualità dei singoli, la ricerca dell’equilibrio collettivo nonché il desiderio di offrire al pubblico un coinvolgimento significativo. Ogni gesto e movimento sul podio, all’insegna della naturalezza e della spontaneità, esprimeva il desiderio di andare incontro all’orchestra sempre con chiarezza e sicurezza del gesto, garantendo una giusta e feconda coesione. Nella composizione, a parte l’esperienza del sinfonismo tedesco romantico, vi erano alcune peculiarità rintracciabili nel melodizzare schubertiano con significative pennellate di esotismo. Il tutto generava una viva dialettica tra le varie sezioni dell’orchestra, offrendo al pubblico sensazioni intense. L’inizio del primo movimento (Allegro con brio), con il tema affidato alla bella sezione dei violoncelli, abbastanza impegnati durante tutto il concerto, insieme al I fagotto, 2 corni e 2 clarinetti, costituiva un bellissimo esempio di
equilibrio timbrico tra i vari strumenti, diventando così portatore di serenità interiore per accogliere il canto colmo di espressività. L’Adagio ha costituito l’occasione per valorizzare le varie sezioni strumentali ove nel concetto dell’alternanza archi-legni, della mutevolezza dei colori, ecc. oltre che offrire un impatto significativo sullo stato d’animo e sulle emozioni degli ascoltatori, apriva ad un dialogo non di rado tenero e commovente, tra i musicisti e la Avni. L’interpretazione sentimentale e malinconica del terzo movimento (Allegretto grazioso) restituiva un ‘valzer’ in 3/8 nella tonalità di sol
minore. Inoltre, seguendo lo staccato dei fiati e i pizzicati degli archi, si poteva apprezzare la bella espressività del flauto e dell’oboe nella più serena tonalità di sol maggiore che, espressa in modo così invitante, riusciva a trascinare l ’intero complesso strumentale. Con l’Allegro, ma non troppo lo squillo delle trombe annuncia il bel tema che ha visto ancora l’ottima prestazione della sezione dei violoncelli (Un poco meno mosso) sostenuta dalla direttrice, la quale ha lasciato emergere la loro naturale espressività in un pregnante canto all’unisono. Infine si sottolinea che Avni, per la chiarezza del gesto e la bella musicalità, anche di fronte ai vari sviluppi contrappuntistici, le variazioni intorno al nucleo tematico, ecc., è riuscita a coinvolgere tutti e ha suscitato uno stato d’animo così bello da far esplodere il pubblico in un lungo, caloroso e affettuoso applauso che vale più delle parole.