“Lucia di Lammermoor” chiude la stagione lirica di Sassari

Sassari, Teatro Comunale – Stagione Lirica 2025
LUCIA DI LAMMERMOOR
Opera in tre atti su Libretto di Salvadore Cammarano, tratto The Bride of Lammermoor di Walter Scott
Musica di Gaetano Donizetti
Miss Lucia ROCIO PEREZ
Sir Edgardo Ravenswood MATTEO DESOLE
Lord Enrico Ashton MARIO CASSI
Raimondo Bidebent DARIO RUSSO
Lord Arturo Backlaw NICOLAS RESINELLI
Alisa GINEVRA GENTILE
Normanno MAURO SECCI
Orchestra e Coro dell’Ente de Carolis
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestra del coro Francesca Tosi
Regia Renato Bonajuto
Scenografia e costumi Alfredo Troisi
Luci Tony Grandi
Nuovo allestimento Ente de Carolis
Sassari, 12 dicembre 2025
Si chiude con Lucia di Lammermoor la stagione lirica 2025 organizzata dall’Ente de Carolis al Teatro Comunale di Sassari, una produzione che riprende un titolo assente da molti anni dalla scena locale e sempre meno frequente anche nei palcoscenici nazionali, come vari altri capolavori del belcantismo storico: d’altronde l’astrazione drammaturgica dell’epoca, pur già proiettata in questo caso verso un maggiore realismo romantico, appare oggi sempre più lontana dalle sensibilità del pubblico odierno e dai suoi tempi di percezione. Proprio l’accentuazione di tale realismo ha chiaramente ispirato la regia di Renato Bonajuto che ha dipanato la vicenda senza particolare originalità, ma in maniera tutto sommato efficiente, con semplici mezzi “vintage”: fondali e quinte scenografiche goticheggianti, di Alfredo Troisi, pochi elementi di arredo, tanto grigio “medievale”, rischiarato da alcuni bei tagli di luce di Tony Grandi e movimentato da qualche videoproiezione. Anche i costumi, di fattura invece rinascimentale, sembravano suggerire una trasposizione d’epoca che, dal fatto realmente accaduto ispiratore della storia fino al romanzo di Scott fonte del libretto, tra XVII e XVIII secolo, viene invece retrodatata nel solito vago passato inventato. Più che altro la monotonia cromatica, lo schematismo delle soluzioni e, non ultimi, i lunghi tempi nei cambi (sono tra l’altro state accorpate varie scene senza pausa) non hanno certo dato vivacità a un’azione già con poche sponde per il realismo di cui sopra. Sintomatica a questo proposito l’apertura di una finestra un po’ didascalica sull’evento violento, con sangue e scena dell’omicidio, mentre in realtà il libretto risolve l’accaduto secondo i canoni della tragedia classica, lasciandolo alla narrazione dei presenti. La direzione musicale di Fabrizio Carminati ha contribuito solo in parte a ravvivare l’esecuzione: sono state apprezzabili le agili variazioni agogiche e anche un certo ritmo narrativo che ha ben sottolineato le mutazioni drammaturgiche, ma le dinamiche sono apparse tratteggiate solo nelle linee essenziali, con accompagnamenti orchestrali tendenzialmente meccanici e senza la cantabilità necessaria. L’orchestra del de Carolis è sembrata a tal proposito meno curata del solito, con qualche problema nell’intonazione tra archi e fiati e nell’insieme delle sezioni; buona comunque la proiezione dei soli tra i quali va segnalata l’impeccabile esecuzione della celebre cadenza del flauto col soprano nella scena della “pazzia”. Il coro del de Carolis, preparato da Francesca Tosi, ha dimostrato nel suo repertorio ideale le proprie buone doti timbriche ed esperienza, ma è apparso ritmicamente meno incisivo e sicuro degli standard abituali, con qualche incertezza fino a un vistoso scollamento con l’orchestra in uno degli interventi più importanti della seconda parte. Nel cast ha invece brillato senza dubbio la sicura e matura interpretazione di Matteo Desole, tenore locale da tempo protagonista in produzioni internazionali e che proprio col titolo in oggetto ebbe uno dei suoi primi successi. La vocalità solida, il fraseggio personale ben scandito sulla parola scenica, la precisione musicale, ne fanno un interprete ideale per il personaggio di Edgardo, creato a suo tempo dal grande Duprez con le sue innovazioni. Un ottimo esempio è stato rilevabile proprio nella scena ultima: l’incisività del recitativo Tombe degli avi miei, il dolente cantabile Fra poco a me ricovero e l’apertura verso l’elaborato finale, sono stati perfettamente calibrati in un crescendo drammatico ed espressivo veramente ammirevole, grazie anche a un’ottima intensità attoriale. È invece apparsa più acerba, nel ruolo del titolo, Rocio Perez, soprano lirico leggero con voce gradevole e buona tecnica ma senza il colore e il peso necessari per un personaggio che dovrebbe sicuramente avere maggior fibra drammatica; ha superato molto bene quasi tutte le difficoltà della parte, in particolare le improbe colorature che sottolineano il proprio distacco dalla realtà, senza però il corpo vocale richiesto alla protagonista di un tale punto di riferimento. Adatta invece al ruolo la vocalità di Mario Cassi, efficace contraltare all’eroe protagonista che nel corso dell’esecuzione ha superato certe opacità e disuguaglianze nella zona del passaggio, trovando una varietà e nobiltà di fraseggio che hanno dato sfaccettature interessanti al personaggio di Ashton; sono stati incisivi ed espressivi soprattutto i recitativi, scolpiti da accenti ben calibrati. Dario Russo col tempo ha perso qualcosa in smalto vocale, guadagnando però in colore e presenza scenica e disegnando un Raimondo solido, espressivo e autorevole; sicuri e affidabili sono apparsi infine nei loro interventi Nicolas Resinelli, Ginevra Gentile e Mauro Secci. Buon successo e autentica ovazione alla fine per Desole, che giocava in casa, ma evidenti pure per la fine della stagione i vuoti tra il pubblico e occorrerebbe a questo punto, dopo tre anni, una riflessione sull’emorragia degli abbonati, nonostante la novità dell’opera estiva in piazza fosse stata presentata come un elemento di novità che avrebbe avvicinato la gente allo spettacolo lirico, anche se al prezzo di qualche compromesso esecutivo. Invece le centinaia di abbonamenti in meno dimostrano non solo che dare l’opera gratis, o quasi, in piazza non convince poi i neofiti a frequentare, ma che c’è una disaffezione crescente per gli appassionati storici, poco sensibili alla “Arena piazza d’Italia” e sconcertati dall’evidente calo qualitativo degli ultimi anni, da proposte e produzioni assai discutibili e da vari aspetti lontani da motivazioni artistiche. Non aiuta neanche il dilagare di biglietti omaggio o a prezzo ridottissimo per parenti, amici e conoscenti (l’ultima regalia ai soci di un noto circolo locale) che fa sentire i sempre meno affezionati spettatori paganti, compreso il sottoscritto, gli ultimi allocchi rimasti. All’anno prossimo. Foto Elisa Casula