Milano, Teatro alla Scala: “La bella addormentata nel bosco”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione di Balletto 2025/26
“LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO”
Balletto in un prologo e tre atti dalla fiaba La Belle au bois dormant di Charles Perrault. Libretto di M. Petipa e I.A. Vsevoložskij
Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
Coreografia e regia Rudolf Nureyev
Supervisione Coreografica Laurent Novis
Ripresa Coreografica Sabrina Mallem, Laurent Novis, Béatrice Martel, Lionel Delanoë
La principessa Aurora ALICE MARIANI

Il principe Désiré NAVRIN TURNBULL
Solisti, Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Kevin Rhodes
Scene e Costumi Franca Squarciapino
Luci Andrea Giretti
Milano, 21 dicembre 2025
Rappresentò il suo debutto in Occidente, nel maggio del ’61 con la compagnia del Kirov, e il mese dopo effettuò il cosiddetto “salto verso la libertà” chiedendo asilo politico. Poi, già nel 1966, Rudolf Nureyev presentò una sua versione de La Bella addormentata nel bosco alla Scala. Concependola come “il balletto dei balletti”, come gli disse la sua vecchia insegnante di danza, Nureyev riprese l’impianto di Marius Petipa, riorganizzandolo in una visione personale che dava maggiore centralità ai ruoli maschili e accentuava la teatralità. Andando avanti così fino al 1989, quand’era direttore della compagnia all’Opera di Parigi, questo testimonia il lungo rapporto di Nureyev con questo spettacolo. Diamo un occhio, ad esempio, a due recensioni d’epoca del New York Times di Anna Kisselgoff (1974) e Clive Barnes (1975). Nureyev presentava in quegli anni la Bella Addormentata al Metropolitan con il National Ballet of Canada (non per caso: il suo amico Erik Bruhn, dal 1973, era associato come assistente direttore e produttore). Già da allora venne sottolineato da entrambi come il suo approccio alla Bella Addormentata nascesse dal confronto con Petipa, riletto attraverso una visione fortemente personale. Soprattutto Barnes riferisce che una parte consistente della coreografia originale venne mantenuta, e che si assistette alla reintroduzione degli intermezzi mimati, che sarebbero dovuti servire a chiarire lo sviluppo narrativo e ad accentuare la dimensione teatrale. Tra questi, ci fu la scelta, analizzata da entrambi i critici, di trasformare la Fata dei Lillà e Carabosse in ruoli mimati: una decisione controversa ma volta a materializzare il conflitto simbolico tra bene e male. Per quanto riguardava la coreografia di Nureyev per se stesso: Kisselgoff notò la fatica visibile nei difficili assoli maschili, mentre Barnes focalizzò l’attenzione su una questione storica centrale: il ruolo marginale del danzatore maschile nel repertorio classico, che Nureyev tenta di riscattare ampliando la parte del Principe, sebbene con una coreografia a suo giudizio troppo minuziosa, affermando che Désiré “si concede molte danze […] – quasi come se fosse ansioso di recuperare il tempo perduto – ma troppa parte della coreografia è un po’ perfettina, con piccoli passi battuti che non si addicono molto al signor Nureyev”. Eppure, riconosce anche che in molti passaggi la danza diventa “puro Nureyev”, segnando una distanza dalla tradizione. Quindi: da un lato si lodava la sontuosità scenica, l’attenzione al dettaglio e la ricchezza dell’insieme; dall’altro, la complessità stessa della messa in scena (già comunque connaturata allo spettacolo stesso, ci vien da dire) veniva percepita come, a tratti, eccessiva o faticosa, portando a un’eccessiva lungaggine. Alla luce di tutto ciò, assistendo allo spettacolo del 21 dicembre, la percezione che abbiamo avuto è che il primo atto (accorpato al prologo) ci è apparso fin troppo lungo e a tratti impegnativo da seguire: quasi un’ora e dieci minuti in cui un pas de deux sembra terminato e invece incomincia sempre un’altra coda; e poi una variazione, a cui segue un divertissement; e poi un’altra coda; e così via andare: è un susseguirsi di pezzi, dovuto al sovraccarico del numero di fate e dei significati simbolici che incorporano in loro, portando a far declinare l’espressione “balletto dei balletti” in tutt’altro modo. E pertanto una bambina, al primo intervallo, già lamentava alla mamma che “non si capiva un bel niente”. L’aggiunta delle parti pantomimiche, quindi, non sembrano aver sempre raggiunto il loro obiettivo di chiarire lo sviluppo narrativo. Lineare ci è sembrato invece il secondo atto, in cui la variazione di Désiré, tanto criticata nel suo stile da Barnes, a prescindere dai gusti estetici, è senz’altro un’isola poetica fuori dal tempo scenico che sfrutta un assolo violinistico di vaga bellezza nel fluire dello spettacolo. Il terzo atto è indubbiamente il più celebre, e quello che mette d’accordo ogni genere di spettatore. D’altronde è anche quello musicalmente più interessante e che presenta il maggior numero di temi noti a tutti: basta conoscere il cartone della Disney! Passando agli interpreti, Alice Mariani si conferma essere una protagonista eccezionale, con linee morbide e un ottimo gusto nel dosare la delicatezza nei momenti giusti. Navrin Turnbull è stato un Désiré capace. Soprattutto nella sua variazione del secondo atto ha donato fluidità con una certa leggerezza e introspezione in una coreografia totalmente Nureyev nel suo genere, fatta di piccoli passetti, mostrando una continua crescita personale, seppur ancora da portare a compimento sotto alcuni aspetti (ha soltanto 26 anni!). Tutto il cast della serata ha danzato all’altezza della situazione, ma, senza voler far torto a nessuno, ci sentiamo di rimarcare in special modo il livello della Fata di Maria Celeste Losa, solida tecnicamente senza far trasparire ombra di fatica (ottimi i fouettés terminati con developpé alla seconda del primo atto), e quello di Edward Cooper nei panni dell’uccello blu, che è stato, senza falsi elogi, magistrale nell’esecuzione di questa coreografia fatta di salti leggiadri; ma anche i due gatti Domenico Di Cristo e Sabrina Solcia hanno avuto il loro successo: questo passo a due funziona ancora perfettamente, essendo tuttora capace di generare simpatia e risate nel pubblico. Un piccolo appunto, infine, per la resa musicale, diretta da Kevin Rhodes, che ci è apparsa avere a tratti poca profondità emotiva, facendocela sembrare un po’ piatta. Teatro pienissimo e grandi applausi alla fine testimoniano che, qualunque sia l’interpretazione che se ne voglia dare, La Bella Addormentata resta uno spettacolo senza tempo, capace di attraversare le epoche e continuare a impressionare il pubblico. Prossime repliche il 28 e 31 dicembre, e poi il 2, 3, 4, 7, 8, 9, 10, 11 e 13 gennaio. Foto Brescia & Amisano