Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera e di Balletto 2025-2026
“UNA LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MCENSK”
Opera in quattro atti su libretto di Aleksandr Prejs e Dmitrij Šostakovic, dall’omonima novella di Nikolaj Leskov
Musica di Dmitrij Šostakovič
Boris Timofeevič Izmailov ALEXANDER ROSLAVETS
Zinovij Borisovič Izmailov YEVGENY AKIMOV
Katerina L’vovna Izmajlova SARA JAKUBIAK
Sergej NAJMIDDIN MAVLYANOV
Un contadino cencioso ALEXANDER KRAVETS
Un operaio del mulino CHAO LIU
Un prete VALERY GILMANOV
Un guardiano JIRÍ RAJNIŠ
Un caporeparto IVAN SHCHERBATYKH
Un sergente di polizia OLEG BUDARATSKIY
Un ospite ubriaco MASSIMILIANO DIFINO
Aksin’ja EKATERINA SANNIKOVA
Un vecchio forzato GODERDZI JANELIDZE
Sonetka ELENA MAXIMOVA
Una forzata LAURA LOLITA PEREŠIVANA
Un sergente XHIELDO HYSENI
Un poliziotto HUANHONG LI
Una guardia CHAO LIU
Un insegnante VASYL SOLODKYY
Un cocchiere HAIYANG GUO
Primo lavorante ANTONIO MURGO
Secondo lavorante JOON HO PAK
Terzo lavorante FLAVIO D’AMBRA
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Vasily Barkhatov
Scene Zinovy Margolin
Costumi Olga Shaishmelashvili
Luci Alexander Sivaev
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 19 dicembre 2025 «Musica che spia, che “mima” scrupolosamente il vero; musica in certo senso fotografica», ma come una «collezione di stampe all’acido prussico», definì Eugenio Montale la Katerina Izmajlova di Dmitrij Šostakovič che la Scala propose, circa quattro anni più tardi del previsto, nel maggio del 1964. La versione originale di trent’anni prima, con il titolo diabolicamente antonomastico di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, andò in scena alla Scala nel 1992 e nel
2007, ma naturalmente è soltanto adesso che questo titolo così emblematico del teatro musicale del Novecento gode del privilegio di inaugurare una nuova stagione, auspice il cinquantesimo anniversario della morte del compositore. L’allestimento è riuscitissimo e pienamente coerente, perché (per una volta!) la regia lavora con l’unico obbiettivo di comprendere la musica (non soltanto di descriverla, illustrarla o aggiornarla). Aleggiano una grandeur viscontiana nei costumi di Olga Shaishmelashvili e una certa gestione ronconiana dello spazio nelle scene mobili di Zinovy Margolin. Per i grandi blocchi e ponti mobili, il doppio livello del commissariato e della cucina, gli ambienti spaziosissimi della sala da pranzo in stile modernista la ricchezza non solo è cinematografica, ma addirittura hollywoodiana. Non necessariamente, però, tale opulenza scenografica deve integrarsi con l’idea registica principale, che riguarda invece i meccanismi narrativi e il porgere dell’intreccio: Vasily Barkhatov presenta tutta la vicenda come un’inchiesta giudiziaria, e sin dall’inizio la colpevolezza di Katerina e del suo amante è manifesta. Tutti i personaggi dei primi tre atti sfilano dinnanzi a un annoiato poliziotto, che registra le loro deposizioni; mentre Katerina si abbandona alla disperazione per la noia, si proiettano le sue impronte digitali e fotografie
segnaletiche; mentre Sergej sevizia la cuoca Aksin’ja nella parte superiore della scena, in quella inferiore il suocero Boris spiffera tutti i suoi sospetti al capo della polizia. L’anticipazione del flusso della fabula valorizza tutti gli interventi strumentali, togliendo di mezzo i luoghi comuni sul presunto gusto “grottesco” o “circense” della musica di Šostakovič. A questo proposito, l’Orchestra del Teatro alla Scala diretta da Riccardo Chailly eccelle in compostezza e ricerca di elementi drammatici, senza alcun effetto plateale. Se anche il coito degli amanti è oggetto dell’inquisizione poliziesca nel momento in cui avviene, la musica, lungi dall’essere pornofonica, è piuttosto la denuncia di un ininterrotto sopruso sociale, in cui a ogni rivendicazione di libertà corrisponde la più feroce repressione. Il grottesco, semmai, secondo questa intelligente regia, è nella dimensione alimentare in cui vivono i ricchi borghesi, marito e suocero di Katerina: per questo Sergej, anziché bracciante,
è cuoco, e inizia a irretire la padrona con alcuni manicaretti; della golosità per i funghi muore avvelenato il ripugnante suocero. Anche il pope che lo assolve è in realtà un cuoco travestito, perché il vero sacerdote è impegnato a smaltire una clamorosa sbornia … L’attenzione è sempre puntata sulla protagonista, cui dà corpo e voce il soprano Sara Jakubiak, già apprezzata interprete internazionale della Lady: capace di affidarsi a una vocalità appassionata e disperata, è anche attrice perfetta, nel senso che tutto il porgere deriva dalle prescrizioni musicali, senza elementi di troppo. A parte qualche piccolo difetto di solidità dell’emissione nelle note di passaggio, è una Katerina vocalmente magnifica e molto efficace. Se l’interprete è capace di esprimere la amoralità del personaggio, Katerina «finisce per non essere neppure ripugnante» (per riprendere un’altra nota del Montale di Prime alla Scala). A dire il vero, quasi tutti i cantanti disimpegnano molto bene la loro parte, in particolare il basso Alexander Roslavets (Boris), i tenori – tutti e tre dai timbri ben differenziati – Najmiddin Mavlyanov (Sergej), Yevgeny Akimov (Zinovij) e Alexander Kravets (Un contadino cencioso) e il soprano Ekaterina Sannikova (Aksin’ja). La decostruzione del libretto per mezzo del capovolgimento dell’intreccio dimostra come la partitura rappresenti un mondo dominato dallo stato di polizia, in cui tutto è mero riflesso della falsità e dell’ipocrisia, come in una
gigantesca congiura della società contro l’individuo e le sue (pretese di) libertà. L’opera si chiude con un coro di forzati che consegna al pubblico parole di totale rassegnazione: «steppe smisurate, | giorni e notti senza fine | e pensieri sconsolati | e gendarmi disumani». Più che grottesca e distruttiva, come troppo spesso si è commentato, la musica è in realtà dolorosa e tragica: lo dimostra definitivamente Chailly con l’interpretazione dell’interludio in forma di passacaglia che segue la morte di Boris, tutto sorretto nella prima parte dagli archi e dai legni, e soltanto nella parte finale dagli urlanti “ottoni comunisti” (come malignamente scrisse Stravinsky, stupendosi del successo dell’opera negli Stati Uniti). Ed è, infatti, il direttore a ottenere gli applausi più duratori e fragorosi, quando torna sul palcoscenico dopo i due intervalli e alla fine, aggiungendosi alla foltissima e acclamata compagnia. Foto Brescia & Amisano © Teatro alla Scala
Milano, Teatro alla Scala: “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”