Montecatini Terme, Teatro Verdi – Montecatini Terme Città della Musica 2025
“PAGLIACCI”
Dramma in un prologo e due atti, su libretto di Ruggero Leoncavallo.
Musica di Ruggero Leoncavallo
Nedda ELISA BALBO
Canio SAMUELE SIMONCINI
Tonio GIUSEPPE ALTOMARE
Beppe DIDIER PIERI
Silvio NICOLÒ AYROLDI
Orchestra Cupiditas
Coro Harmonia Cantata
Coro di voci bianche dell’Accademia Musicale della Valdinievole
Direttore Pietro Mazzetti
Maestro del coro Raffaele Puccianti
Voci bianche dirette da Michela Masini
Regia Lorenzo Lenzi
Costumi Arte Scenica
Esecuzione in forma semiscenica
“EDIPO RE”
Opera in un atto, su libretto di Giovacchino Forzano, dall’omonima tragedia di Sofocle.
Musica di Ruggero Leoncavallo
Edipo VITTORIO VITELLI
Giocasta MARIA BILLERI
Creonte SAMUELE SIMONCINI
Tiresia PAOLO PECCHIOLI
Un corinzio NICOLÒ AYROLDI
Un pastore DIDIER PIERI
Orchestra Cupiditas
Coro Archè
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Marco Bargagna
Esecuzione in forma di concerto
Montecatini Terme, 11 dicembre 2025
Omaggio a Ruggero Leoncavallo al Teatro Verdi di Montecatini Terme, in una serata che abbraccia la prima e l’ultima opera del compositore napoletano, scomparso proprio in questa città nel 1919. L’evento ha, infatti, presentato gratuitamente alla popolazione “Pagliacci”, in forma semiscenica, ed “Edipo Re”, in forma di concerto, sotto la direzione artistica di Fabrizio Moschini. Incominciamo da “Pagliacci”. In
un assetto in cui coro, orchestra, direttore e cantanti condividono lo stesso spazio scenico, dove tra la prima fila di musicisti e il limite del palco rimangono sì e no un paio di metri, il compito registico di Lorenzo Lenzi è decisamente un’ardua impresa. Ciononostante, i tratti contraddistintivi dell’opera emergono grazie a un attento studio dell’interazione tra i caratteri, alle funzionali proiezioni di contesto (in prevalenza da Everett Shinn) e al poliedrico baule da compagnia girovaga da cui gli attori attingono e che, nel secondo atto, funge da tavola di scena. Il rimando al gusto circense si ritrova in apertura, quando la troupe teatrale si cala tra il pubblico per invitarlo allo spettacolo e nei variopinti costumi che Arte Scenica prevede per il metateatro. Ben presto si comprende, però, come la principale chiave di lettura stia in una riflessione sulla violenza di genere, entro una cerchia di uomini che a loro modo fanno tutti violenza a Nedda e, più in generale, nel sottolineare che nessuno dei cinque personaggi (e forse degli spettatori) sia avulso da colpe, come sancisce quel gesto accusatorio sincrono con cui si chiude la vicenda. Nondimeno semplice l’incarico di Pietro Mazzetti, che ha l’onere di garantire l’armonia delle parti nella difficile acustica del teatro. Il direttore ne esce con disinvoltura, in una
conduzione varia nell’agogica e perlopiù rispettosa della vocalità dei cantanti, di spicco negli sprizzanti interventi d’insieme (si segnala la briosa esecuzione del “Din don”), sensibile al risalto di percussioni e legni e pronta ad accarezzare i corposi flussi malinconico-tragici con tempi rallentati, qualche volta di troppo. Più in disparte, invece, il coro (Harmonia Cantata) diretto da Raffaele Puccianti, a cui si aggiungeva quello di voci bianche di Michela Masini, poco aiutati dal posizionamento sul palco. Venendo al cast vocale, Elisa Balbo tratteggia una Nedda convincente e disinvolta, tecnicamente ben cantata grazie al giusto equilibrio tra appoggio e sostegno, sebbene non sempre la proiezione riesca a superare la barriera orchestrale e la matrice intrinsecamente fosca dello strumento regali sì screziature di un certo
interesse nel registro medio-acuto, ma a scapito dello squillo. Al suo fianco, Samuele Simoncini conferma scioltezza attoriale ed esuberanza vocale, sulla quale c’è da prestare attenzione al momento della possente discesa dagli acuti, coadiuvata da frequenti portamenti e suoni non sempre limpidi. Raggiunge la migliore centratura emissiva nel “Vesti la giubba”, tra l’altro cantato mentre si trucca, dove la resa acquista maggiore rilevanza espressiva, giungendo a un equilibrio mantenuto anche nel ruolo di Creonte nell’ “Edipo Re”. Coinvolgente anche la restituzione di Giuseppe Altomare come Tonio, ricca di risonanti accenti ben studiati. A fronte di un incipit che rivela qualche disomogeneità emissiva in area medio-acuta, il baritono appare più nitido e incisivo sui gravi, presentandosi alla “commedia” con
accresciuto spettro timbrico. Buona anche la prova di Didier Pieri, il cui chiaro timbro tenorile rimane alle volte più di sfondo nelle scene d’insieme, ma riesce a emergere con grazia, equilibrio di fiati e sicurezza di passaggio nella serenata a Colombina. Chiude il cerchio il corretto e compatto Silvio di Nicolò Ayroldi, soddisfacente, così come quest’ultimo tenore, anche nell’apporto all’ “Edipo Re”. Passando all’esecuzione di “Edipo Re”, che viene registrata con l’eventuale intento di diffonderla in opportuna edizione discografica, Valerio Galli mostra impegno nel guidare pagine di intrisa drammaticità, dove archi e fiati dialogano con le voci riuscendo quasi a non sovrastarle. L’interpretazione esalta il dramma col costante
mantenimento di colori orchestrali scuri, amalgamando contrasti emotivi e tensioni narrative con ritmi ben calibrati, in cui vi sarebbe stato margine per un maggior approfondimento dinamico, mentre si confermano in netto svantaggio le inserzioni corali, stavolta assegnate al coro Archè guidato da Marco Bargagna. In questa seconda parte, il cast si arricchisce della presenza di Vittorio Vitelli, Paolo Pecchioli e Maria Billeri. Andando con ordine, Vittorio Vitelli si distingue per l’impegno e la precisione con cui affronta la partitura, anche se il tentativo di sottolineare le profonde conflittualità interiori del protagonista si scontra un po’ col volume e con la saltuaria perdita di fibra sugli acuti. Tiresia, veggente cieco, ha la voce profetica e la determinazione di fraseggio di Paolo Pecchioli, che fronteggia i due sovrani con omogeneità di registro e discreta efficacia proiettiva. Domina la triade (e tutti gli altri interpreti per intenzioni dinamiche) il soprano Maria Billeri, che conferisce spessore agli interventi di Giocasta con intenso timbro lirico, dall’emissione rotonda e vellutata. La voce si mostra reattiva sugli sfoghi acuti, ma al contempo duttile nel modulare un fraseggio raffinato, corredato da precise variazioni cromatiche, che ne rivelano tutto il pathos umano. Termina tra gli applausi generali questa peculiare serata, in cui un pubblico decisamente eterogeneo pare un po’ aver sofferto la mancanza dei sottotitoli. Foto Saverio Langianni e Francesco Rosellini