Napoli, Galleria Toledo
Teatro Stabile di Innovazione
PASOLINI. Perché? novità
Dal genocidio culturale al genocidio.
Un nuovo, urgente grido teatrale dei Chille de la balanza
di e con Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza
e con Rosario Terrone, Manuel Rossi e Francesca Trianni o Martina Capaccioli e Matteo Nigi
musiche originali Alessio Rinaldi
suoni Francesco Lascialfari
luci Sandro Pulizzotto
materiali video Marco Triarico
aiuto regia Gloria Trinci
Roma, 05 dicembre 2025
Le prime parole pronunciate: Pier Paolo Pasolini. Il primo quadro: una serie di bianchi fagotti, povere spoglie deposte sul palcoscenico come in una fossa comune. Chille de la balanza è storica compagnia napoletana che dal recupero della tradizione approda al teatro di ricerca delle avanguardie del XX secolo.
Risiede dal ’98 a San Salvi, ex città manicomio di Firenze, facendone una delle più importanti residenze artistiche. Con Pasolini. Perché? Carlo Ascoli firma una regia che attraverso fratture e dissonanze riesce a creare un campo di tensione ‘pasoliniano’. La drammaturgia di Ascoli e Abbondanza procede per lampi e schegge poetiche, attraverso materiali d’epoca e scritture originali, canzoni, strappi biografici, che non descrivono e non definiscono, ma dai quali la figura di Pasolini emerge come per un’evocazione. Il palco è nudo, a tratti frammenti di ambienti, delle sedie, una lampada e un tavolo da interrogatorio offrono a delle luci fioche superfici consunte dal tempo, creando un’idea di realtà ruvida e degradata che evoca perfettamente il senso di abbandono e solitudine degli ultimi scritti. Il tempo è sospeso anche negli abiti di scena, che non ricostruiscono gli anni ’60 e ’70, poiché non si tratta qui di una commemorazione, ma di un Pasolini che s’impone come un contemporaneo che non smette di scuoterci. Perciò, nel ‘paesaggio smarrito’ di oggi Pasolini è disperatamente necessario, come dicono le note della Compagnia, e diventa testimone presente mediante le lettere-monologhi elaborate grazie all’intelligenza artificiale.
C’è un nuovo problema nel mondo: si chiama colore; Lettera ai giovani del pianeta; Lettera ai potenti della terra; Gaza, con mio figlio fra le braccia, le lettere permettono di proiettare il pensiero di Pasolini nel nostro tempo. Gli attori, Ascoli, Abbondanza e Terrone, capaci di modulare una presenza scenica acuminata e rigorosa, danno voce e fisicità a un Pasolini lacerante e contraddittorio; i giovani attori Martina Carpaccioli e Matteo Nigi portano freschezza e vulnerabilità rendendo vivi e pulsanti i monologhi. Con le luci di Sandro Puliziotto, penombra e squarci luminosi ben sottolineano la tensione fra silenzio interiore e urgenza della denuncia politica, anche se è una regia luminosa tutto sommato classica che potrebbe forse osare di più. D’altra parte le atmosfere sonore di Lascialfari ci affondano in una densità violata a tratti da picchi che scuotono e dove risuonano i conflitti pasoliniani fra città e campagna, innocenza perduta e industrializzazione rombante. Le musiche originali sono di Alessio Rinaldi e danno spazialità sentimentale alla scena attraverso frammenti, pulsazioni, bruschi silenzi, conferendo ai monologhi una partitura emotiva che diventa quasi eco dei pensieri pasoliniani.
Dallo spettacolo si crea un Pasolini molteplice e enigmatico, il suo “pensiero poetante”, come lo definisce Roberto Vecchi, ce lo restituisce corsaro, uomo lacerato, profeta perduto, ma oggi vivo. La direzione è “ferire e ricordare” dichiara la Compagnia e non c’è mai didascalia in questo lavoro asciutto, tagliente eppure palpitante. La ‘nostalgia della vita’, l’aspirazione a una vita autentica di cui parla il filosofo Agamben riguardo Pasolini e che segna il punto di partenza e la forza centripeta del grande intellettuale ritorna a far vibrare il presente. La regia di Ascoli con un dispositivo scenico essenziale trova la sua forza nella nudità che rispecchia le asperità del personaggio evocato, bruciante fino all’ultima scena. Quando la Madre di Gaza stringe al petto un minuscolo fagotto bianco e appoggiandolo a terra pronuncia finalmente quel “perché?”. Sissi Abbondanza apre le fasce con lentezza e le dispone in modo che il cadavere diventi quello di un uomo, e la Madre di Gaza, tolto il velo, si rivela la madre di Pasolini apparsa nella prima scena. Pasolini e genocidio, il cerchio si chiude. Dopo gli applausi, quando tolgono le fasce, il palco rimane come spazio ferito ed è chiaro che in fondo è stato così per tutto lo spettacolo.
Nel teatro Galleria di Toledo, gemma ben custodita nei vicoli di Napoli, il pubblico indugia e sembra non volersene andare, si stringe attorno a Claudio Ascoli, che racconta: “tutto è cominciato con un sogno”. Un sogno nel quale Pier Paolo Pasolini era davanti ai morti di Gaza. Dal genocidio culturale da lui sempre denunciato non si poteva che arrivare al genocidio. E in quel momento, da quella visione, il progetto di mettere in scena questo spettacolo su di lui è stato investito da un’urgenza assoluta. Parte da qui anche l’idea delle lettere-monologo, conclude il regista salutando un pubblico commosso. Parte e finisce qui. Nel nostro disperato bisogno della sua voce, del suo sguardo su di noi. Photocredit Ivan Margheri
Napoli, Galleria Toledo: “Pasolini. Perchè? novità”