Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante: “Orfani Veleni”

Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante
ORFANI VELENI
di Enzo Moscato

adattamento e regia Davide Cristiano
con Claudio BellisarioFrancesco FerranteCristoforo IorioNello ProvenzanoGiuliana Zannelli
scenografie Sara Palmieri
costumi Dario Biancullo
luci Sebastiano Cautiero
musiche e disegno sonoro Gianluigi Montagnaro
coreografie Luna Cenere
organizzazione Claudio Affinito
direttrice di scena Giuseppina Ruggiero
grafica Sofia de Capua
foto di scena Pino Miraglia
video di scena Pietro Di Francesco
assistente scenografo Alessandra Avitabile
scene realizzate da NEO Scenografie e Attrezzeria
con il supporto di ex Asilo Filangieri
il progetto ha vinto la prima edizione del Premio Enzo Moscato per artisti e compagnie under 35
produzione Teatro di Napoli – Teatro NazionaleCasa del Contemporaneo
Napoli, 16 dicembre 2025
Con Orfani Veleni, Enzo Moscato torna a dare vita e voce a un mondo sotterraneo, il ventre cupo di una Napoli in putrescenza, sull’orlo di un abisso. Esponente di spicco della nuova drammaturgia napoletana, con quest’opera Moscato ci ricorda l’enorme spessore del suo lascito poetico ed esistenziale. Dopo Scannasurice e Signurì, signurì che raccontavano una Napoli nel suo “stereotipico, folklorico, cartolinico “essere cantabile” che l’ha sempre, sciaguratamente, resa nota al mondo intero”, Orfani Veleni non racconta alcuna storia, non ha ambienti, né azione, né descrizioni né didascalie, osserva l’autore. Composta da numerosi frammenti, quest’opera è anche l’esempio di “tradimentazione”, così detta da Moscato, perché ai suoi testi si intrecciano riscritture di Rilke, Hugo, Rimbaud, Shakespeare. Davide Cristiano, regista vincitore del premio Moscato riservato ad artisti under 35, propone una struttura drammatica e uno scenario per quest’opera sospesa tra poesia, rito e indagine metafisica. Orfani Veleni diventa così l’incubo di un senzatetto che vive in una piazza spettrale, dorme avvolto nel suo costume cencioso, su un’installazione promozionale che riporta il nome della città e, per sineddoche, la rappresenta. È un attore di strada, unico abitante della piazza. Un gracchiante megafono dall’alto diffonde la voce del poeta Moscato, brani musicali, stralci radiofonici. Cristiano afferra questa materia incandescente e gli dà forma con notevole maturità registica, che usa torsioni e tagli, lentezze funebri e subitanei ritmi febbrili, orchestrando un cast ben affiatato. Le coreografie di Luna Cenere creano momenti turbinanti e immobili vertigini che trascinano dentro al racconto. Gli attori si aggirano in una scenografia che Laura Palmieri ha immaginato come pura impalcatura emotiva in cui tutto è precario, instabile, trasformabile in qualcos’altro. Oggetti che sono estensioni interiori dei personaggi sembrano pronti a crollare o restano acquattati, minacciosi. Nell’incubo, il nostro attore di strada viene aggredito e pestato da tre giovani teppisti, personificazione del degrado culturale della città, con la loro felpa Maradona, i selfie, la volgarità della loro musica, la violenza del loro vuoto. I ragazzi e l’attore strisciano in penombre viscide squarciate a tratti da luci secanti, che separano i corpi esaltandone l’isolamento. Le luci di Sebastiano Cautiero pulsano nel chiaroscuro, che siano inquietanti fiammelle di accendini o fari urbani creano un microcosmo giallognolo di sudiciume e marginalità. Ma sono anche, sempre, riflessi convulsi delle emozioni dei personaggi. L’attore di strada s’infila come maschera uno dei cubi che forma parte del suo giaciglio. Su di un lato espone il volto di Eduardo de Filippo, icona del teatro classico napoletano, mentre racconta della sua impossibile e disperata ricerca di Colombina. Viene soccorso da un Pulcinella dalle ali d’angelo smozzicate. Ma non c’è salvezza possibile, perché diventerà egli stesso vittima dei giovani teppisti, le ali gli sono strappate e l’angelo viene violentato, deriso, annichilito. Nello Provenzano incarna il personaggio dell’attore di strada con una energia che coinvolge, tra febbre e frantumazione. La lingua di Moscato, quel napoletano arcaico e attualissimo, il suo vertiginoso plurilinguismo sgorga potente nella notevole interpretazione di Provenzano. Bellisano, Ferrante, Iorio e Giuliana Zanelli sono ‘spiritilli’ con una presenza scenica magmatica, capaci di far vivere attraverso i personaggi un’estrema crudezza e una tetra poesia, di conficcarsi nella scena e di evaporarne. Il ritmo scenico si modula sulla regia sonora di Gianluigi Montagnaro che usa la musica come onde di risacca che aggrediscono la scena e si ritirano. Ronzii metallici sembrano provenire dal cuore ferito della città, quella “contea di N.”, “museo del popolo estinto”, gorgo di fango, carcassa putrescente. Canzoni di un tempo passato si fanno avanti come memorie e rimpianti, spezzate dal blaterare radiofonico, pulsazioni elettroniche vibrano sotto la pelle della scena, distillano sentimenti. E poi i silenzi, che calano come rivelazioni improvvise o come condanne. Dario Biancullo veste i personaggi di costumi onirici che sembrano aver assorbito la violenza della città, cenci strappati in risse di strada, intrisi di abbandono. I teppisti nell’incubo diventano funerei Pulcinella, accendono un braciere – un rogo?- accanto al corpo disteso dell’attore. Fanno oscillare un turibolo e il palco è invaso dal fumo. Il confine fra palco e platea, che al Ridotto del Mercadante è appena percettibile, diventa il confine tra la realtà e l’allucinazione che vive il povero attore di strada. Quel rogo che odora d’incenso è “forse un rituale magico. Un esorcismo. Una richiesta impossibile di miracolo” dice Moscato a proposito di Orfani Veleni. E l’autore ricorda che fin da bambino Pulcinella non gli pareva lo “stupido re dei maccheroni” ma gli incuteva paura apparendogli quale “insieme sinistro di segnali… spalancati su Qualcosa di Spaventosamente Indefinito”. Metafora della morte. E forse è a questo punto che il pubblico sente che il veleno è da intendersi nel suo senso etimologico, come filtro magico, che attraverso il sogno ci rivela una verità urgente e profetica. I tre Pulcinella resuscitano l’attore, “rivivi!”, e gli mettono una nuova maschera. Un personaggio fa a pezzi delle cartoline di Napoli, le ingurgita per poi estrarre dalla bocca un lungo cordone di carta che diviene cappio attorno al suo collo. “Come artisti,” dice l’autore “dinanzi al quotidiano imbarbarimento, di fronte all’inarrestabile devastazione di cose e sentimenti di questa città, siamo chiamati energicamente ad affrontare e a cercare di tramutare in urlo fortissimo di vita, di rispetto per la vita, di ferma custodia della memoria”. E con quell’urlo si sveglia il nostro attore di strada, esce dall’incubo, accoglie gli applausi. ph©Pino Miraglia