Napoli, Teatro Bellini, stagione 2025/26
“MAY B”
Coreografia Maguy Marin
Musiche di Franz Schubert, Gilles de Binche, Gavin Bryars
Compagnia Maguy Marin
Costumi Louise Marin
Light designer Alexandre Beneteaud
Coproduzione Compagnia Maguy Marin, Maison des Arts et de la Culture de Créteil
Napoli, 10 dicembre 2025
Al Teatro Bellini è andato in scena May B, spettacolo coreografato da Maguy Marin e interpretato da dieci performer della sua compagnia, fondata alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. La colonna musicale è composta dalle musiche originali di Franz Schubert, Gilles de Binche e Gavin Bryars. La coreografa, per la creazione dell’opera, presentata per la prima volta il 4 novembre del 1981 al Théâtre Municipal d’Angers, si è ispirata ai testi di Samuel Beckett per porre all’attenzione del pubblico il senso del viaggio della vita, che è allo stesso tempo comico e tragico, quindi assurdo. Questa sua pièce ha avuto un grande successo internazionale, con innumerevoli repliche che sfiorano il migliaio, designandola come una figura d’eccellenza nel teatro danza. Probabilmente la scelta di cominciare con un canto a sipario chiuso non è casuale, ma vuole evidenziare che si nasce piangendo, e una volta comparsi i danzatori sulla scena c’è qualche attimo di
pausa prima del fischio d’inizio. La coreografia è caratterizzata da gesti e movimenti, che sono ripetuti più volte, di forma circolare e lineare, e dai suoni dei versi ritmati emessi dalla bocca dei ballerini, che forse indicano un voler fuoriuscire dalle costrizioni che ci impone la società e ci imponiamo da soli. Altro elemento sonoro rilevante è rappresentato dal battito delle mani dei performer e dai loro respiri intensi che completano la colonna sonora dello spettacolo. Attraverso i passi emerge un cospicuo ventaglio di emozioni, a partire dalla danza popolare festosa, corale e di coppia, che si trasforma poi in uno schieramento dove i performer di fronte agli spettatori si sfilano le scarpe, invitandoli a togliersi un peso o un fastidio. Si passa da momenti grotteschi e buffi a momenti di riflessione tragici e lirici, abbinati a una musica più solenne; infatti, le reazioni del pubblico in sala hanno rispecchiato questo duplice senso dello spettacolo poiché, a seconda della
sensibilità, una parte di pubblico ha riso durante la performance mentre un’altra era più seriosa, intenta ad analizzare gli aspetti più profondi. I ballerini, ben amalgamati, sono stati impeccabili nelle espressioni facciali, nella sincronia e nella precisione, permettendo di farci riconoscere nei personaggi situazione dopo situazione, nonostante venga sottolineata l’unicità di ognuno di noi. Questo spettacolo non segue un filo logico, né ha un riferimento spazio-temporale specifico e sembra avere più finali; ad esempio, si ha la sensazione che stia per concludersi quando i danzatori vanno via uno alla volta dietro il fondale ma poi ritornano in palcoscenico rappresentando le tappe della vita: vediamo un performer sulla sedia a rotelle, un altro con un bastone e così via. C’è un fermo immagine, un quadro dove si presenta di fronte tutta la vita, e quando due danzatrici simulano un litigio ci torna alla mente l’inutilità degli affanni della vita, in quanto la fine è per tutti la stessa. Ad un certo punto suona una sveglia e qualcuno arriva con una torta: tutti vogliono mangiarla, spegnere le candeline e avere la propria fetta, metafora dell’ottenere il proprio spazio nel mondo. C’è l’usanza ogni anno di festeggiare il compleanno soffiando sulle candeline e in questi pochi secondi si fa un resoconto sul passato pensando ai desideri futuri nell’attesa di esaudirli fino appunto alla morte. Non a caso questa torta somiglia a una corona funebre, che spicca sulla scena a luci soffuse, e ci fa riflettere sulle abitudini quotidiane che possono essere deleterie per la costruzione del sé, destinazione ultima della performance e di ogni essere umano, indipendentemente dal censo e dal ceto. L’apparente quiete crea un vuoto nel quale i personaggi si muovono e si mettono a nudo prima di indossare una nuova maschera. È un continuo ricominciare per “aggiustare”, dalla massa disordinata i danzatori si dispongono in una diagonale esatta: pare di stare in stazione, sui binari ad aspettare il treno della vita, i performer con le valigie sono
attratti da un faro proveniente dalla quinta e man mano si defilano scomparendo nel buio. Ritornano di nuovo per gettarsi nella buca dell’orchestra, indice che si finisce come si inizia nel buio di un involucro, che sia il ventre della madre o la tomba. Sorprendentemente risbucano dal fondo, altra parvenza di finale smontato, per segnalare che esiste un tempo per recuperare, un via di uscita anche quando sembra che il percorso stia volgendo al termine. È qui che la performance ci fa pensare all’ironia del viaggio o, meglio dire, della vita: si procede per strati collezionando obiettivi fin quando il cerchio non si chiude e arriva il fischio di fine partita. Siamo alla reale resa dei conti e ci possiamo domandare umoristicamente cosa rimane di noi su questa terra, rendendoci conto che occorre una vita intera per imparare a vivere per davvero e bene. Tutti cadiamo e sbagliamo, quello che conta sul serio è rialzarsi, ricercare il distacco necessario per rafforzare la capacità di reagire e gestire i problemi e le ferite al meglio, nutrendo amore e rispetto per sé e per gli altri. Ecco, quindi, il suggerimento dello spettacolo: resta il bene che doniamo e la condivisione. Non importa quanto sia lungo il tempo che ci è concesso, la cosa fondamentale è impiegarlo in larghezza, arricchendo giorno per giorno questo mondo, che è tanto bello quanto ingiusto. Lo spettacolo finisce con le stesse frasi pronunciate all’inizio della messinscena, parole che rimarcano con insistenza che siamo all’epilogo. Le curatrici della stagione di Danza e Performance del Teatro Bellini, Manuela Barbato ed Emma Cianchi, hanno voluto dedicare lo spettacolo alla piccola Gabriella Doria, giovane promessa della danza scomparsa prematuramente all’età di tredici anni. Foto Herve Deroo