Rho (MI), Teatro Civico Roberto da Silva, Stagione 2025/26
“LA TRAGÉDIE DE CARMEN”
tratto da “Carmen” di Georges Bizet di Peter Brook in collaborazione con J.C. Carrière e M. Constant
Musica di Georges Bizet
Carmen ASUDE KARAYAVUZ
Don José DANILO FORMAGGIA
Escamillo JUNG JAEHONG
Micaela MARTA LEUNG
Lillas Pastia ALESSANDRO DICHIRICO
Zuniga GIOVANNI GIBBIN
Un Soldato ALESSANDRO COGGIOLA
Orchestra Bartolomeo Bruni
Direttore Cesare Della Sciucca
Regia Alberto Barbi
Scene Eleonora Rasetto
Costumi Anita Tournour Viron
Videoproiezioni Luca Attilii
Luci Enrico Boido
Produzione Lirica Tamagno
Rho (MI), 28 novembre 2025
L’adattamento che negli Anni Ottanta Peter Brook approntò della “Carmen” di Bizet, in un certo senso, segna l’inizio del teatro di regia nell’opera: mai fino a quel momento un regista aveva osato mettere mano a un capolavoro riconosciuto alterandone il libretto e la partitura, con il dichiarato intento di rendere drammaturgicamente più fruibile l’opera stessa – una proposta, peraltro, che è stata avanzata anche di recente da taluni politici, e che è stata accolta con (giusto) sconcerto e indignazione; quarant’anni fa, invece, proprio perché non si avvertiva questa operazione come l’apripista di una possibile prassi, si accolse di buon grado la cosa, per due motivi: il primo è che “Carmen” è effettivamente un’opera che, se messa in scena nella forma originaria, può durare anche attorno alle quattro ore; il secondo è che l’intento dichiarato di Brook e dei suoi collaboratori era quello di creare uno spettacolo diverso, un omaggio all’originale, ripercorrendo unicamente le rapide del quadrato amoroso Micaela-Don José-Carmen-Escamillo. Ed è in effetti quello che ne è uscito: “La tragédie de Carmen” è una riduzione della “Carmen” di Bizet, che, a sua volta, contiene anche il materiale della seconda opera, pur non esaurendosi in essa; insomma è una “seconda Carmen”, non una “Carmen 2”, e
questo è assolutamente apprezzabile. Inoltre, la maneggevolezza della nuova partitura, per orchestra da camera, rende lo spettacolo molto adatto a quelle piazze che non dispongono di una vasta scena o di un largo numero di maestranze: è il caso del Teatro da Silva di Rho (MI), dove intercettiamo la produzione di quest’opera della Compagnia Lirica Tamagno. I risultati sono quanto mai alterni, ma partiamo dagli aspetti positivi: la compagine musicale tutta ha fornito una bella prova. Il giovane Cesare Della Sciucca dimostra fermezza e grande sensibilità nel gestire l’Orchestra Bartolomeo Bruni, e nel non perdere mai il contatto con la scena; Asude Karayavuz è una Carmen vocalmente convincente, sicura dalla linea di canto omogenea e il suono ricco; Danilo Formaggia è stato un Don José dalla solida vocalità ben proiettata e con una particolare cura del fraseggio; corretto l”Escamillo di Jung Jaehong, ma occorre specificare che il ruolo, in questa versione, è ben più limitato rispetto all’originale di Bizet; la vera sorpresa del cast è stata Marta Leung: il soprano italo-mauriziano è evidentemente un’artista in crescita, oggi in grado di fornire una resa di Micaela della bella linea di canto, con un fraseggio naturalmente sensibile, sostenuto anche da una recitazione misurata ancorché coinvolta. L’assetto scenico e registico, d’altro canto, presentano aspetti onestamente incomprensibili, quando non francamente deprecabili: la scena di Eleonora Rasetto è delimitata sui tre lati chiusi da una parete bianca, nella quale si aprono quattro porte e sulla quale si mandano le proiezioni curate da Luca Attilii, talvolta azzeccate (la scollatura o le labbra di Carmen, il muro scrostato della scena finale), altre decisamente meno (l’occhio gigante dell’inizio, i bambini sulla
prima aria di Micaela, le spine su “Près de remparts de Seville”); in scena solo un tavolo – usato in vari modi – e, dalla scena di Lillas Pastia, alcune sedie. Il resto è lasciato alla regia di Alberto Barbi, che cerca in ogni modo di dare un tono naturalistico, quasi prosastico, all’andamento dello spettacolo, ma a volte compie alcuni pesanti passi falsi: il primo, e ci si scuserà la velleità purista, è l’uso di attori italiani per dialoghi italiani, quando il 90% dell’opera è cantata in francese – scegliere di mantenere la lingua originale e sovrattitolare anche i passi recitati avrebbe senz’altro reso più omogeneo il tutto; il secondo è una caratterizzazione troppo volgare di Carmen: per quanto il personaggio sia una donna di notorio malaffare, vederle cantare la “Chanson bohème” a cavalcioni su Zuniga tenendo il tempo con inequivocabili movimenti di bacino, non è stato un bello spettacolo, così come il continuo scoprire le cosce; il terzo, una gestione incomprensibilmente lenta e “simbolizzante” della scena finale, nel quale la violenza della gelosia di Don Josè e della sfrontatezza di Carmen si perdono in un gioco di sguardi languidi, mentre il povero Escamillo appare già morto incornato sullo sfondo e Micaela è pronta in un angolo a sinistra ad aprire la sua edicola di santini per piangere; l’ultimo, il più eclatante, è il non far calare il telo nero, che sostituisce il sipario, alla fine, lasciando il già contingentato pubblico della sala disorientato, ad ascoltare i singhiozzi di Micaela, e interdetto dal far partire l’applauso. L’insieme è quello di una messa in scena confusa, che probabilmente avrebbe voluto darsi un tono “artistico”, ma che ha perso di vista la prima (e probabilmente unica) regola imprescindibile della regia: parlare il più chiaramente possibile al pubblico.
Rho, Teatro Civico Roberto da Silva: “La tragédie de Carmen”