Roma, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone
Sala Santa Cecilia
MAHLER: SINFONIA N. 3
Orchestra, Coro e Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
direttore Daniel Harding
mezzosoprano Wiebke Lehmkuhl
maestro del coro Andrea Secchi
maestra del coro di voci bianche Claudia Morelli
Roma, 18 dicembre 2025
La Sinfonia n. 3 di Gustav Mahler rappresenta uno dei punti estremi della concezione sinfonica tardo-romantica: un’opera-mondo in cui la forma si dilata fino a includere natura, coscienza e trascendenza, richiedendo al direttore non soltanto controllo tecnico, ma una visione architettonica capace di reggere tensioni temporali e semantiche di proporzioni eccezionali. La lettura proposta da Daniel Harding alla guida dell’Orchestra, del Coro e delle Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si colloca con decisione in una linea interpretativa fondata su rigore strutturale, trasparenza timbrica e responsabilità formale del gesto. Direttore da tempo riconosciuto dalla critica internazionale per la sua capacità di pensare la partitura come organismo coerente e non come successione di episodi, Harding affronta Mahler rifuggendo ogni monumentalismo retorico. La sua è una direzione che privilegia la lettura analitica della forma, la tenuta del lungo arco sinfonico, la calibratura delle dinamiche, secondo un approccio che la critica ha spesso accostato a una tradizione mitteleuropea di matrice abbadiane, più che a visioni espressionistiche di marca tardo-novecentesca. Il primo movimento (Kräftig. Entschieden), vero fulcro strutturale dell’intera sinfonia, viene impostato con un tempo saldo, flessibile, attentamente ponderato. La gigantesca forma-sonata si dispiega con chiarezza espositiva, grazie a una gestione rigorosa delle masse orchestrali. Gli ottoni, potenti ma mai ridondanti, emergono come forze primarie disciplinate, mentre la sezione grave costruisce un basamento timbrico compatto, su cui Harding stratifica progressivamente le tensioni armoniche. I grandi climax, sempre differiti e mai anticipati, si risolvono come esito necessario del processo formale, non come esplosioni emotive fine a se stesse. Nel secondo movimento (Tempo di Menuetto), la direzione si concentra sulla raffinata articolazione del fraseggio. Gli archi dell’Orchestra di Santa Cecilia mostrano un controllo notevole dell’arco sonoro, con dinamiche leggere ma dense, evitando qualsiasi scivolamento nel pittoresco. Harding mantiene il carattere danzante entro una cornice stilistica sorvegliata, restituendo una natura stilizzata, più pensata che descritta. Il terzo movimento (Comodo. Scherzando) evidenzia una delle qualità più riconosciute della direzione di Harding: la capacità di gestire il tempo interno senza perdere tensione. Il discorso si distende, ma resta costantemente sostenuto da una logica formale stringente. Il celebre episodio del posthorn, collocato in una dimensione di lontananza quasi metafisica, emerge con naturalezza, integrato nel tessuto orchestrale senza effetti di straniamento artificioso. L’orchestra accompagna con un controllo dinamico esemplare, creando una sospensione che diventa elemento strutturale del movimento. Il quarto movimento (Sehr langsam. Misterioso), su testo di Nietzsche, segna il passaggio dalla natura alla coscienza. Qui la prova del mezzosoprano Wiebke Lehmkuhl si distingue per autorevolezza timbrica e solidità tecnica. Il registro grave, pienamente sostenuto, si innesta in un legato continuo, omogeneo, con una proiezione controllata e una dizione tedesca di esemplare nitidezza. La voce non si impone come elemento solistico estraneo, ma si integra nel discorso sinfonico come ulteriore livello di pensiero sonoro. Harding accompagna con estrema attenzione, riducendo l’orchestra a una tavolozza scura, rarefatta, lavorando su dinamiche contenute e su una respirazione comune che restituisce al testo nietzschiano una dimensione autenticamente meditativa, priva di ogni enfasi declamatoria. Il quinto movimento (Lustig im Tempo und keck im Ausdruck), affidato al Coro femminile e al Coro di Voci Bianche dell’Accademia, preparati rispettivamente da Andrea Secchi e Claudia Morelli, è governato con precisione ritmica e chiarezza d’insieme. Le voci bianche, luminose e perfettamente intonate, si innestano con naturalezza nel tessuto orchestrale; il coro femminile garantisce compattezza e pulizia di emissione. Harding evita ogni ingenuo sentimentalismo, mantenendo il carattere giocoso del Wunderhorn entro un disegno formale rigoroso. Il sesto movimento (Langsam. Ruhevoll. Empfunden), vero approdo etico ed espressivo della sinfonia, è risolto con una concezione del tempo di straordinaria coerenza. Il fraseggio degli archi, ampio e sostenuto, si sviluppa in arcate sonore di lungo respiro, sorrette da una gestione minuziosa delle dinamiche e delle progressioni armoniche. I climax emergono come esito naturale di un processo pazientemente costruito, trovando compimento in una distensione finale di intensa concentrazione, priva di qualsiasi compiacimento retorico. Questa Sinfonia n. 3 si impone così come una lettura di alto profilo critico, in cui Mahler viene restituito nella sua dimensione più autenticamente sinfonica. Daniel Harding conferma una visione interpretativa fondata su chiarezza formale, equilibrio timbrico e controllo del flusso temporale, qualità che la critica internazionale gli riconosce come tratti distintivi. L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia risponde con una prova di notevole maturità tecnica e consapevolezza stilistica, offrendo un Mahler pensato, costruito, profondamente necessario.