Roma, MAXXI: “Roma nel Mondo”

Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Galleria KME
ROMA NEL MONDO
A cura di Ricky Burdett
Roma, 18 dicembre 2025
Roma non è più un’idea. O meglio: non è più soltanto un’idea. È questo il punto di frattura teorica su cui si innesta Roma nel Mondo, la grande mostra allestita al MAXXI che, con gesto consapevolmente anti-retorico, sottrae la Capitale al suo eterno statuto di eccezione per restituirla a una condizione più esigente e meno indulgente: quella di città tra le città.
Curata da Ricky Burdett, urbanista di respiro internazionale, l’esposizione rifiuta ogni tentazione celebrativa e sceglie la via più rischiosa e più necessaria: l’analisi. Per secoli Roma ha vissuto immersa in una sovrapproduzione simbolica. Caput Mundi, città eterna, palinsesto assoluto della storia occidentale. Una rendita iconica che ha spesso funzionato come alibi, come sospensione del giudizio, come anestesia critica. Roma nel Mondo interviene precisamente su questo punto cieco: non per demolire il mito, ma per disinnescarlo. Roma viene privata del privilegio di guardarsi solo allo specchio della propria memoria e collocata, finalmente, dentro il sistema complesso delle metropoli globali. La prima operazione della mostra è uno spostamento dello sguardo. Roma non viene più osservata dall’interno della sua narrazione storica, bensì dall’esterno, attraverso una comparazione sistematica con altre grandi città del pianeta: Parigi, Londra, Berlino, New York, Pechino, Lagos, Tokyo, Mumbai, San Paolo. Non un confronto competitivo, né tantomeno classificatorio, ma una messa in relazione strutturale. Roma non come centro, ma come nodo. Un nodo che connette, rallenta, accumula, disperde. Il lessico adottato è quello dei dati. Spazio, mobilità, ambiente, società: quattro categorie operative che sostituiscono il vocabolario monumentale della tradizione. Non più la città come scena, ma come infrastruttura. Non più il racconto, ma la misura. Indicatori, mappe, flussi, grafici compongono un atlante urbano che restituisce Roma nella sua dimensione reale: estesa, discontinua, sorprendentemente verde, profondamente stratificata. Una città complessa, non sempre efficiente, spesso diseguale, ma tutt’altro che immobile. Accanto a questa griglia analitica, la mostra introduce una seconda dimensione, affidata alla curatela di Paola Viganò con Maria Medushevskaya: Roma nell’immaginario del mondo. Qui il dispositivo critico cambia registro senza perdere lucidità. La città viene osservata attraverso il modo in cui è stata vista, narrata, desiderata. Scrittori, artisti, viaggiatori, intellettuali hanno costruito nei secoli una Roma mentale che ha spesso avuto più forza della città reale. Una Roma “patria interiore”, “città dell’anima”, metafora psichica in cui tutte le epoche coesistono. Ma anche questo immaginario, lungi dall’essere celebrato, viene analizzato come costruzione culturale. Roma come scena dell’ospitalità e del cosmopolitismo, ma anche come teatro del turismo di massa. Roma come luogo di formazione dello sguardo europeo, ma anche come superficie consumata da uno sguardo ormai saturo. Le opere, i testi, le fotografie non alimentano nostalgia: producono distanza critica. Il punto di massima densità teorica si raggiunge nella sezione conclusiva, significativamente intitolata Il DNA di Roma. Qui la metafora biologica non serve a naturalizzare la città, bensì a renderla leggibile come organismo. Chi sono oggi i romani? Dove vivono? Come invecchiano? Dove si concentrano le fragilità sociali ed ambientali? Quali quartieri accumulano verde, quali cemento, quali vulnerabilità? La città appare per ciò che è: un sistema diseguale, complesso, attraversato da tensioni profonde. Il grande modello fisico dell’intero Comune di Roma, composto da centinaia di tessere in terracotta, diventa il fulcro di questa sezione. Roma, finalmente, è visibile tutta insieme. Non più gerarchizzata per simboli, ma per funzioni, densità, relazioni. Una Roma restituita alla sua materialità territoriale, sottratta all’iconografia e riconsegnata alla realtà. A questo sguardo strutturale si affianca la fotografia contemporanea, con una nuova committenza affidata a Marina Caneve, che esplora il “dietro le quinte” della città: spazi marginali, tracce di natura selvatica, interstizi urbani. Non la Roma da cartolina, ma quella che vive nelle pieghe, nei vuoti, nelle zone di attrito tra costruito e paesaggio. Roma nel Mondo non offre soluzioni né proclama rinascite. Non è una mostra programmatica, ma diagnostica. Non dice cosa Roma dovrebbe diventare, ma chiarisce cosa Roma è diventata. In questo risiede la sua forza e la sua onestà intellettuale. Il MAXXI, sotto la presidenza di Maria Emanuela Bruni e la direzione artistica di Francesco Stocchi, si conferma qui come piattaforma di pensiero critico, più che come semplice spazio espositivo. Non una mostra su Roma, dunque, ma una mostra contro l’idea che Roma sia intoccabile. Un’operazione che incrina il mito per rendere nuovamente visibile la realtà. E solo una città che accetta di essere guardata senza indulgenza può ancora immaginare il proprio futuro.