Roma, Palazzetto dell’ Hotel Hassler
Oltre l’istante: Maya Kokocinski e il volto come paesaggio interiore
Roma, 11 dicembre 2025
Una costellazione di ritratti che trascende la somiglianza e restituisce al volto la sua profondità simbolica, nella cornice sospesa de Il Palazzetto.
Ci sono luoghi in cui l’immagine non nasce dall’occhio, ma da una lenta sedimentazione dell’anima. Il Palazzetto, sede storica dell’Hotel Hassler affacciata su Vicolo del Bottino, proprio accanto alla Scalinata di Trinità dei Monti, è uno di quei luoghi: uno spazio dove sembra che l’aria sia stata levigata da secoli di sguardi, come una pietra resa morbida dal passaggio delle mani.
Entrandovi, si ha la sensazione di varcare una soglia interiore, una cavità sospesa in cui la luce si posa come polvere dorata. È dentro questa dimora rarefatta che approda Oltre l’istante, la nuova costellazione di ritratti di Maya Kokocinski: non semplici volti, ma organismi interiori, superfici porose attraverso cui filtrano storie, memorie, segreti. I suoi personaggi — amici, familiari, e figure amate — non avanzano frontalmente verso lo spettatore. Al contrario, sembrano emergere da un fondo arcaico, come apparizioni che hanno atteso a lungo il momento in cui la pittura avrebbe permesso loro di esistere. I colori non descrivono: suggeriscono. Le luci non illuminano: scavano. Persino la pelle, nei dipinti, non è un confine ma un paesaggio, solcato da vibrazioni, interrogativi, presenze trattenute. Ogni sguardo reca in sé qualcosa di remoto, come se l’identità non fosse una definizione ma una tensione. Kokocinski non ritrae persone: ritrae stati di coscienza. E nei suoi dipinti ciò che appare è solo la zona emersa di un continente sommerso. Questa dimensione sospesa è colta con rara esattezza anche dalle parole di Dacia Maraini, che nel testo scritto per la mostra osserva come in ogni volto si avverta «una muta e silenziosa domanda». È vero: gli sguardi dei suoi soggetti sembrano parlare senza muovere le labbra, interrogare senza pretendere risposta, chiedere da dove vengano e dove vadano. Una sospensione che non inquieta: affascina. Una domanda che non punge: avvolge.
Ma la pittura di Kokocinski non si limita alla psicologia dello sguardo. Attorno ai volti si dissemina un teatro simbolico fatto di serpenti, lame, gorgiere, conchiglie, foglie d’oro incise, parrucche barocche, stendardi, ricami minuziosi. Ogni elemento è un tassello allegorico, una piccola reliquia di significato che non chiude il senso, lo apre: il serpente non morde, allude; l’oro non celebra, vela; la conchiglia non protegge, custodisce. Sembra di assistere a una costruzione dell’identità fatta per strati, come se ogni volto fosse il risultato di un tempo antichissimo, un tempo in cui l’anima, prima ancora della persona, aveva bisogno di un corredo di simboli per farsi riconoscere. La formazione internazionale dell’artista — dal Cile a Londra, dall’Italia alle esperienze espositive in Africa, Asia ed Europa — si riflette in questa pluralità di segni. Ma ciò che colpisce davvero è la sua fedeltà alla pittura come atto di fiducia nel visibile. Nel testo della mostra, Kokocinski descrive la pittura come «un ponte tra visibile e invisibile», e questo ponte non è metafora retorica: è letteralmente ciò che accade davanti ai suoi quadri. L’invisibile non è evocato, è respirato. Il visibile non è riprodotto, è trasfigurato.
Eppure c’è un altro elemento che rende questa esposizione unica: il suo essere prologo di un progetto inedito, “The Timeless Atelier Experience”, che coinvolge l’Hotel Hassler e lo storico atelier romano che Maya condivide a Trastevere con il pittore Giovanni Tommasi Ferroni. Qui, gli ospiti potranno vedere nascere un ritratto, assistere alla posa, allo studio della luce, al lento sfumare della pelle, fino alla scelta della cornice — antica o moderna — che sigilla l’opera. Un’esperienza che restituisce alla ritrattistica la sua forma originaria: un incontro, un rito, un tempo condiviso. Il video realizzato da Luca Mazzara, presentato all’interno della mostra, amplifica questo viaggio: cattura l’istante in cui un volto diventa pittura, in cui l’identità passa da immagine a racconto, da presenza a testimonianza. Si esce da Oltre l’istante con la sensazione che ciò che abbiamo visto non sia un insieme di opere, ma un archivio di vite sospese. Volti che non chiedono di essere capiti, ma di essere ascoltati. E qui occorre dire una cosa con un minimo di franchezza.
Viviamo immersi in un universo di facce rapide, evaporate prima ancora di depositarsi nella memoria. Eppure, davanti ai ritratti di Maya Kokocinski, questa velocità perde sicurezza: il volto torna a essere un oggetto complesso, stratificato, dotato di quel peso specifico che avevamo ingenuamente delegato agli algoritmi. Non c’è enfasi, non c’è nostalgia: c’è semplicemente la constatazione che l’immagine, quando recupera la sua dignità, ci chiede un piccolo tributo di attenzione. Un gesto quasi di buona educazione visiva. Per qualche settimana, Il Palazzetto non è più un elegante balcone sulla città, ma una discreta anticamera dove i ritratti di Kokocinski ci ricordano che vedere è un verbo complicato e, a tratti, persino civile. Un invito leggero ma fermo a recuperare, senza fretta, la responsabilità dello sguardo.
Roma, Palazzetto Hassler: “Oltre l’istante: Maya Kokocinski”