Roma, Sala Umberto:” Qualcosa è andato storto!

Roma, Sala Umberto
QUALCOSA E’ ANDATO STORTO!
scritto e diretto da Carlo Buccirosso
con Carlo Buccirosso
e con Elvira Zingone, Peppe Miale, Fiorella Zullo, Stefania Aluzzi, Matteo Tugnoli, Fabrizio Miano
e con Tilde De Spirito nel ruolo della nonna
produzione a.g. spettacoli tradizione e turismo
costumi Zaira De Vincentiis
musiche Cosimo Lombardi
scenografie Gilda Cerullo
Roma, 16 dicembre 2025
Non c’è nulla di più arduo, per il teatro, che rappresentare la quotidianità senza cadere nell’ovvio. Eppure, alla Sala Umberto, Carlo Buccirosso dimostra ancora una volta come il palcoscenico possa trasformare l’abitudine in dramma vivo, il gesto domestico in rivelazione morale. Qualcosa è andato storto si presenta così: non come una semplice commedia familiare, ma come una radiografia impietosa dei legami che, proprio perché naturali, diventano talvolta i più crudeli. Nel microcosmo di una casa di campagna si consuma un rito che ha il passo del comico e la gravità del tragico: l’ennesima riunione di famiglia, destinata a trasformarsi, con matematica precisione, in un banco di prova dei sentimenti perduti. Buccirosso, autore, regista e protagonista, conosce i codici della commedia all’italiana e li piega con sagacia alla sua personale poetica della frattura. L’ambiente domestico, che la tradizione teatrale ha spesso idealizzato come luogo di stabilità, diventa qui un territorio agitato da sospetti, rancori sedimentati, calcoli d’eredità che si intrecciano a una fragile domanda d’amore. La casa dell’anziana madre, che dovrebbe essere rifugio e radice, è invece un teatro di battaglie minime ma ostinate, dove ogni parola pesa quanto un’accusa e ogni sorriso somiglia a un patto momentaneo pronto a incrinarsi. La scena riproduce un salotto che ha lo spessore delle memorie trascorse e delle tensioni presenti: un tavolo apparecchiato come per un’occasione speciale, sedie disposte con rigore domestico, oggetti che raccontano un passato che nessuno riesce più a condividere senza distorcerlo. L’occasione festosa – l’ottantesimo compleanno della matriarca – è solo il detonatore: un pretesto per far emergere la trama sotterranea di piccoli egoismi, risentimenti antichi e debolezze mai ammesse. In questo contesto si muove Matilde, la nipote devota, presenza luminosa e al tempo stesso inquieta, che ha rinunciato a molto della sua giovinezza pur di restare accanto alla nonna. È lei a pronunciare, come un motto ricorrente, la domanda che diventa chiave interpretativa dell’intera commedia: «Ma perché s’adda ’nguajà a’ vit stu pover’omm?!». Il fidanzato della zia Amalia – bolognese, spaesato, inconsapevole – diventa così lo specchio comico e implacabile di una famiglia che non smette di cambiare partner alla ricerca di un equilibrio che non trova mai. La battuta, ripetuta come una filigrana che attraversa i due atti, ha la funzione di un refrain amaro. Perché il punto non è capire perché qualcuno dovrebbe entrare in quella famiglia disfunzionale, ma domandarsi quando quella famiglia abbia smesso di generare cura. La nonna tenta, con la pazienza di chi ha visto troppe stagioni, di ricucire gli strappi; ma i suoi figli e nipoti sembrano più interessati a garantire un posto nel futuro testamento che a costruire un presente condiviso. Il litigio, nella scrittura di Buccirosso, non è un incidente ma una grammatica. Le voci si accavallano, si sovrappongono, si feriscono senza mai scivolare nel chiasso gratuito. C’è un ritmo, quasi musicale, che governa l’alternanza tra riso e amarezza. Il pubblico ride, certo, ma ride con un retrogusto pensieroso, perché sa che dietro ogni scoppio di ilarità c’è un’irregolarità del cuore che potrebbe appartenergli. È questa la forza del testo: far emergere il grottesco come conseguenza naturale del quotidiano. Buccirosso, nel ruolo dell’avvocato – figlio, fratello, zio e uomo consunto da anni di compromessi emotivi – offre una prova d’attore di sorprendente duttilità. La sua mimica controllata, la parola che si spezza e riparte con premeditata esattezza, la postura di chi tenta di mantenere un ordine impossibile, tutto contribuisce a delineare un personaggio che incarna il disagio civile prima ancora di quello familiare. È un uomo che vede la frantumazione del nucleo domestico e ne diventa involontariamente l’arbitro, senza averne gli strumenti né la volontà. Accanto a lui, una compagnia che risponde con una compattezza rara: Elvira Zingone, Peppe Miale, Fiorella Zullo, Stefania Aluzzi, Matteo Tugnoli, Fabrizio Miano e un’intensa Tilde Spirito. Il loro contributo non è accessorio ma determinante: ciascuno occupa la scena con misura e verità, componendo un mosaico di caratteri che non scivolano mai nella caricatura. L’eccesso, quando c’è, è sempre governato da un rigore che appartiene alla miglior tradizione teatrale italiana. Ma ciò che più colpisce in questo spettacolo è la capacità di Buccirosso di portare il pubblico a riflettere sulla malattia non come evento clinico, ma come condizione relazionale. Ammalarsi, suggerisce la commedia, non significa soltanto ricevere una diagnosi medica: può significare vivere dentro una famiglia dove l’affetto è misurato, dove il gesto di cura è rimandato finché non diventa inutile, dove le parole necessarie – «ti voglio bene», «resto con te», «non sei sola» – si arrochiscono fino a scomparire. Così Qualcosa è andato storto diventa, pur nella sua comicità, una meditazione severa e tutt’altro che consolatoria sul senso della vicinanza. Lo spettatore esce dal teatro con un sorriso che non è evasione, ma comprensione. Capisce che ridere della famiglia è forse il modo più sincero per guardarla in faccia; e che riconoscere ciò che si è storto è il primo passo per tentare, se non di raddrizzarlo del tutto, almeno di non ripeterlo. Nella Sala Umberto, questa commedia assume il carattere di un piccolo rito civile: riunire gli spettatori attorno alla stessa domanda essenziale – quando è stata l’ultima volta che abbiamo detto ciò che conta? – e restituire loro la libertà di cercare una risposta una volta usciti, nel frastuono della propria quotidianità. Photocredit Gilda Valenza