Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Magnifica Presenza”

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
MAGNIFICA PRESENZA
uno spettacolo di Ferzan Ozpetek
con Serra Yilmaz, Tosca D’Aquino, Erik Tonelli
e con Toni Fornari, Luciano Scarpa, Tina Agrippino, Sara Bosi, Fabio Zarella
scene Luigi Ferrigno
costumi Monica Gaetani
luci Pasquale Mari
Al Teatro Ambra Jovinelli Magnifica Presenza si offre come un oggetto scenico stratificato, in cui il ritorno di Ferzan Ozpetek alla regia teatrale non assume il valore di una semplice operazione di trasposizione intermediale, ma si configura come un atto di rifondazione poetica. Il passaggio dal cinema alla scena avviene qui attraverso una consapevole riconfigurazione dei codici: ciò che nel film viveva di montaggio, di sguardo mediato e di intimità psicologica, nel teatro si espone alla frontalità, alla durata, alla responsabilità del corpo vivo. È in questa esposizione che lo spettacolo trova la propria necessità. La drammaturgia ruota attorno alla figura di Pietro, giovane catanese giunto a Roma per inseguire un desiderio che non è solo professionale, ma ontologico: diventare attore come forma di autodeterminazione, come possibilità di sottrarsi a una vita già inscritta nei meccanismi della normalità produttiva. Il conflitto iniziale tra il lavoro di pasticciere — ripetitivo, concreto, socialmente legittimato — e la vocazione teatrale non è costruito in termini oppositivi semplici, bensì come frizione tra due regimi del tempo: da un lato il tempo ciclico della necessità, dall’altro il tempo incerto dell’attesa e del rischio. Il teatro, in questa prospettiva, non è mai idealizzato, ma assunto come spazio di precarietà radicale. All’interno di questa traiettoria si inscrive il tema dell’omosessualità, che Ozpetek tratta con una delicatezza priva di enfasi ideologica. Non è un tema “da affrontare”, ma una condizione che struttura il rapporto del personaggio con lo sguardo sociale. L’alterità di Pietro non deriva da ciò che è, bensì dal modo in cui viene percepito, nominato, classificato. In questo senso, Magnifica Presenza interroga i dispositivi della normalizzazione, mostrando come l’etichetta del “diverso” funzioni come strumento di semplificazione e controllo. Il teatro diventa allora il luogo in cui questa alterità può essere non risolta, ma abitata. Lo spazio scenico, ideato da Luigi Ferrigno, agisce come una vera e propria macchina della memoria. La casa romana in cui Pietro si trasferisce non è un interno realistico, bensì un ambiente liminale, un luogo-soglia in cui le temporalità si sovrappongono. Il palcoscenico in legno, gli arredi segnati dall’uso, il pianoforte consunto, i giochi di specchi che frammentano e moltiplicano le presenze, costruiscono un paesaggio teatrale che rifiuta la mimesi per farsi evocazione. È uno spazio che non contiene semplicemente l’azione, ma la produce, rendendo visibile l’idea stessa di stratificazione temporale. In questo spazio emergono le presenze che solo Pietro è in grado di vedere: una compagnia teatrale del passato, figure sospese tra vita e morte, tra storia e rimozione. Non si tratta di fantasmi in senso narrativo, ma di residui simbolici, di corpi teatrali che persistono oltre la loro funzione storica. Essi incarnano un’idea di teatro come vocazione totalizzante, come fedeltà a un’arte che chiede tutto e restituisce poco. La loro condizione di “vita-non vita” diventa metafora della marginalità dell’attore nella contemporaneità, figura sempre più esposta alla precarietà e all’oblio. Il rapporto tra Pietro e queste presenze si fonda su una profonda consonanza affettiva e ideologica. La differenza generazionale non produce distanza, ma riconoscimento: entrambi condividono una stessa esposizione al fallimento, una stessa tensione verso un ideale che non trova più un riscontro sociale stabile. In questo dialogo tra passato e presente, lo spettacolo riflette sul mutamento dello statuto dell’attore: dal divismo e dall’aura carismatica di un tempo alla versatilità funzionale richiesta oggi, più materiale, più adattiva, meno mitologica. La regia di Ozpetek lavora su un equilibrio attentamente calibrato tra leggerezza e gravità. Il ritmo scenico alterna momenti di brillantezza comica a sospensioni malinconiche, senza mai cadere nella giustapposizione di registri. La commedia agisce come dispositivo di scavo, aprendo varchi emotivi che conducono verso zone di maggiore densità simbolica. La ricerca della verità, tema carsico dell’opera, procede sempre insieme al suo contrario: il cinismo, la disillusione, la consapevolezza della perdita. Il disegno luci di Pasquale Mari contribuisce in modo decisivo alla costruzione di questo universo sospeso, modellando lo spazio secondo gradazioni emotive più che narrative. Le luci non illustrano, ma suggeriscono, delimitano soglie, segnano passaggi tra visibile e invisibile. I costumi di Monica Gaetani, eleganti e mai illustrativi, accompagnano i personaggi nel loro attraversamento temporale, evitando ogni tentazione museale. Sul piano interpretativo, lo spettacolo si fonda su un lavoro corale di notevole coerenza. Erik Tonelli costruisce un Pietro attraversato da continue oscillazioni emotive, restituendo al personaggio una vulnerabilità mai esibita. Il suo corpo scenico è luogo di passaggio, superficie sensibile su cui si inscrivono desiderio, paura, speranza. Tosca D’Aquino offre una figura comica che rifugge la caricatura, capace di aprirsi a improvvise zone di ascolto e tenerezza. Serra Yilmaz, con misura e intensità trattenuta, incarna una saggezza non consolatoria, ma profondamente teatrale. L’intero ensemble lavora su una recitazione che privilegia la presenza alla caratterizzazione, il gesto necessario alla battuta compiaciuta. Magnifica Presenza si configura, in definitiva, come una meditazione sul teatro stesso: sulla sua capacità di custodire ciò che la storia tende a rimuovere, di dare forma a ciò che non trova spazio altrove. È uno spettacolo che non celebra il teatro, ma lo interroga, lo espone nella sua fragilità e nella sua irriducibile necessità. In questo continuo oscillare tra realtà e finzione, tra memoria e desiderio, emerge una convinzione profonda: che il teatro, proprio perché precario e destinato a scomparire, resti uno dei pochi luoghi in cui l’esperienza umana può ancora essere condivisa nella sua complessità, senza riduzioni, senza etichette, senza consolazioni facili.