Roma, Teatro Cometa Off: “Petricore”

Roma, Teatro Cometa Off
PETRICORE
scritto da Licia Amendola e Simone Guarany
con Leonardo Bocci, Matteo Cirillo e Simone Guarany
Regia di Licia Amendola
con la partecipazione in voce fuori campo di Giorgio Gobbi
Costumi Jenni Altamura
Musiche/Effetti Simone Martino
Disegno Luci Giulia Bornacin e Licia Amendola

Roma, 13 dicembre 2025
C’è una particolare forma di crudezza che non ha bisogno di sangue né di strappi: basta la burocrazia. Petricore, al Cometa Off, è uno spettacolo che riesce a rendere feroce persino il rumore di un modulo timbrato, di un ordine eseguito, di una frase pronunciata con tono neutro: “La sentenza è stata eseguita”. È in questa nudità amministrativa, quasi clericale, che il teatro trova la sua lama più affilata. Non cerca l’orrore, ma la precisione; non l’indignazione, ma l’ascolto; e soprattutto rifiuta l’idea che l’arte debba rassicurare. Qui l’arte — quella vera, artigianale, pensata, asciutta — sceglie di guardare la realtà da vicino, come un restauratore osserva una crepa nella pellicola pittorica: non per giudicarla, ma per capirne la natura. E così Petricore mette in scena l’esecuzione capitale non come tragedia espressionista, ma come episodio amministrato da uomini stanchi, fragili, pieni delle loro piccole vite che nulla hanno di eroico. È in questa sproporzione — tra la grandezza del gesto e la piccolezza dei gestori — che lo spettacolo trova la sua verità più inquieta. Lo spazio scenico, definito con rigore da Giulia Bornacin e Francesca Meloni, è un carcere che non imita quello reale. È piuttosto una condizione mentale: un luogo dove le ombre non dipendono dalla luce, ma dalla densità morale di ciò che vi accade. Le mura scure sembrano trattenere il tempo come se fosse un fluido viscoso; ogni gesto risuona come una dichiarazione involontaria. È qui che la regia di Licia Amendola compie la scelta decisiva: togliere l’ornamento, togliere il superfluo, lasciare in scena soltanto ciò che pesa davvero. La storia è semplice quanto definitiva. Due guardie penitenziarie — Marco e Claudio — sono incaricate di preparare la prima esecuzione capitale introdotta in Italia dopo decenni. La legge che l’ha resa possibile rimane fuori scena, come una decisione presa altrove da persone che non dovranno mai infilare un ago in una vena. Ciò che interessa ad Amendola e a Simone Guarany, che firma il testo insieme alla regista, non è il contesto politico, ma il varco psicologico che questo compito apre nei protagonisti. Marco, Leonardo Bocci, è il volto umano della rimozione. Crede di potersi nascondere dietro il ruolo, dietro la norma, dietro quella forma di serenità un po’ infantile che permette di vivere senza mettere in discussione troppe cose. Bocci gli offre un’ironia quasi luminosa, un’intelligenza istintiva che protegge il personaggio finché può. Eppure, man mano che lo spettacolo procede, la sua leggerezza si crepa: quello che sembrava un carattere diventa una difesa, e quella difesa comincia a cedere. Claudio, Matteo Cirillo (in alternanza con Andrea Ottavi), è invece l’uomo che non riesce a scendere a patti con niente. Porta addosso il peso di una vita familiare in frantumi, di una moglie malata, di una necessità economica che lo costringe ad accettare proprio il compito che lo consuma. Cirillo gli dà un dolore trattenuto, mai esibito, che pulsa sotto la calma apparente. La sua interpretazione è fatta di respiri corti, di mezze frasi, di sguardi che sembrano sempre sul punto di precipitare in un abisso che solo lui vede. E poi c’è Valerio, il condannato, affidato alla presenza intensa e silenziosa di Simone Guarany. Non è la vittima eroica né il colpevole da melodramma: è un uomo, con una dignità minima e vertiginosa. Parla poco, osserva molto, e nel suo silenzio c’è un peso che sposta gli equilibri dell’intera scena. Guarany costruisce una presenza che non interpreta la morte, ma la attende: e questa attesa è ciò che rende fragile ogni convinzione dei suoi custodi. Il cuore di Petricore non sta nel gesto finale, ma nella graduale trasformazione dei tre uomini. Non c’è un momento preciso in cui Marco e Claudio iniziano a vacillare: accade lentamente, come succede alle cose reali. Una battuta che prima sembrava innocua improvvisamente brucia; un’esitazione dura un secondo di troppo; un bicchiere passato con la mano tremante rivela tutto ciò che nessuno vuole ammettere. Amendola detta un ritmo che non concede fughe emotive: ogni scena è una moltiplicazione psicologica, un modo per rendere visibile ciò che solitamente resta interno. La musica e gli effetti di Jacopo Anzellotti lavorano su un registro sotterraneo. Sembrano arrivare da un punto lontano della coscienza, come se il teatro fosse attraversato da un impulso che precede la volontà dei personaggi. Le luci di Bornacin e Amendola non illuminano mai davvero: circoscrivono. Isolano i corpi come figure studiate al microscopio, rivelando i dettagli che tradiscono le emozioni. I costumi di Janni Altamura, sobri e funzionali, contribuiscono alla sensazione di sospensione. E poi, finalmente, la morte. Non annunciata, non preparata, non teatralizzata. Claudio e Marco riempiono due siringhe come fossero moduli da vidimare. Valerio è steso sul lettino; la sua immobilità è più eloquente di qualunque grido. E quando tutto è finito, non c’è musica, non c’è dissolvenza, non c’è pietà estetica. Una voce — quella inconfondibile di Cinzia De Carolis — invita il pubblico a lasciare la sala perché la sentenza è stata eseguita. Nessun inchino. Nessun applauso. Nessun conforto. Il teatro compie qui il suo gesto più radicale: spezza il patto scenico e restituisce allo spettatore la responsabilità di ciò che ha visto. Non può applaudire per alleggerire, non può ringraziare per distanziarsi: deve andarsene con la stessa brusca semplicità con cui la morte esce dalle nostre vite. Ciò che resta è una domanda molto più complessa della trama: che cosa succede all’uomo quando la legge gli chiede di diventare strumento? E quali parti di sé deve sacrificare per obbedire? Petricore non offre risposte. E proprio per questo è necessario. In un panorama teatrale che spesso cerca l’impatto immediato o la denuncia esplicita, questo spettacolo sceglie una via più sottile e più incisiva: quella di mostrare la normalità dell’orrore.