Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
IL MEDICO DEI PAZZI
di Eduardo Scarpetta
Con Gianfelice Imparato
e con (in o.a.)
Luigi Bignone, Giuseppe Brunetti, Francesco Maria Cordella, Alessandra D’Ambrosio, Antonio Fiorillo, Giorgio Pinto, Arianna Primavera, Giuseppe Rispoli, Ingrid Sansone, Michele Schiano Di Cola
scene Federica Parolini
costumi Silvia Aymonino
luci Alessandro Verazzi
musiche originali Andrea Chenna
regia Leo Muscato
Roma, 26 dicembre 2025
C’è qualcosa di volutamente perturbante nell’approdo de Il medico dei pazzi al Teatro Quirino: una farsa costruita sull’errore, sull’equivoco e sulla menzogna che prende posto in uno dei templi della rispettabilità teatrale romana. Non è un cortocircuito casuale.
È, al contrario, la condizione ideale perché il testo di Eduardo Scarpetta, nella lettura di Leo Muscato, riveli la propria natura più profonda: non commedia rassicurante, ma anatomia di un ordine sociale fondato sull’autoinganno. Scritta nel 1908, quando il teatro comico napoletano aveva già esaurito la spinta istintiva della maschera popolare, Il medico dei pazzi segna il passaggio a una comicità più fredda, borghese, disillusa. Don Felice Sciosciammocca non è un furbo né un ingenuo nel senso tradizionale: è un uomo medio che crede ancora nella corrispondenza tra parole e realtà. È questa fede, ormai anacronistica, a renderlo inadatto al mondo che lo circonda. Non è stupido: è letterale. E nel teatro – come nella società – chi prende le cose alla lettera è sempre destinato a soccombere. La regia di Muscato esplicita questa condizione spostando l’azione alla fine degli anni Settanta, all’indomani della Legge Basaglia. Non si tratta di un’ambientazione nostalgica, ma di una lente critica. La follia non è più reclusa, non è più segregata: circola, si confonde, si mimetizza. La scena, curata da Federica Parolini, è dominata da un grande pannello-muro, che allude a un ex spazio psichiatrico dismesso. Non è un fondale neutro: è una presenza opprimente, una memoria architettonica che incombe sui personaggi.
I manifesti pubblicitari che lo ricoprono – icone di un benessere promesso, di un progresso gridato – non alleggeriscono l’immagine, la rendono più cinica. La modernità, qui, non libera: sovrascrive. Al centro dello spazio aleggia la figura di Marco Cavallo, simbolo storico di liberazione e rinascita. Ma la sua presenza non funziona come riscatto poetico. È un’immagine muta, quasi ingombrante, che interroga la scena senza risolverla. La follia non è più un reato, certo. Ma non è nemmeno diventata comprensione. È semplicemente cambiata di nome. La Pensione Stella, che nella finzione viene spacciata per ospedale, è costruita scenicamente come un luogo mentale più che realistico. Le scene aprono e chiudono spazi senza mai offrire un vero rifugio. Nulla è davvero stabile, nulla è definitivo. I costumi giocano su un kitsch controllato, fatto di colori che stridono e di abiti che sembrano voler raccontare una rispettabilità mai raggiunta. Non c’è caricatura: c’è esposizione. Le luci di Alessandro Verazzi non cercano l’effetto, ma scolpiscono i volti, insistono sulle ombre, isolano i corpi come se ciascun personaggio fosse, a tratti, sotto interrogatorio. Le musiche originali di Andrea Chenna attraversano la scena come un commento ironico e malinconico insieme, alternando fanfare grottesche a improvvise sospensioni, quasi a ricordare che sotto il rumore della farsa si muove una nota più bassa, persistente.
Dentro questo dispositivo entra Don Felice Sciosciammocca, interpretato da Gianfelice Imparato con una precisione che rifiuta ogni complicità facile. Il suo Don Felice non cerca la risata, non ammicca, non si protegge dietro la maschera. È un uomo che osserva, ascolta, crede. Imparato lo costruisce per sottrazione: pochi gesti, tempi controllati, uno sguardo che registra più di quanto reagisca. La sua comicità nasce dal disallineamento, dal ritardo con cui comprende un mondo che ha già deciso di ingannarlo. Quando l’inganno si rivela, non c’è esplosione né vendetta. C’è una presa d’atto silenziosa, forse la più dolorosa: la scoperta che la menzogna non è un incidente, ma una struttura condivisa. Don Felice intuisce che i veri pazzi non sono coloro che abitano la pensione, ma chi si illude di poter vivere dentro un ordine fondato sulla finzione senza pagarne il prezzo. Intorno a lui, l’ensemble è costruito come un campionario di adattamenti. Antonio Fiorillo è un “Maggiore” che ha perso tutto ciò che dava forma alla sua identità: il lavoro, la moglie, il ruolo. La sua comicità è grave, mai gratuita.
Giuseppe Rispoli interpreta uno scrittore senza materia, costretto a usare le vite altrui come surrogato di esperienza. Francesco Maria Cordella dà corpo a un musicista che esiste solo come rumore di fondo. Michele Schiano Di Cola porta in scena un attore dilettante che usa Shakespeare come alibi. Giorgio Pinto gestisce con precisione due figure che amministrano l’inganno da prospettive diverse. Alessandra D’Ambrosio è una donna pratica, ossessionata dall’ordine e dalla sistemazione, mentre Arianna Primavera restituisce alla figlia una vitalità che non trova spazio. Ingrid Sansone lavora su una comicità asciutta, intelligente, senza mai chiedere l’applauso. La regia orchestra questo caos con lucidità, senza mai cercare il facile.
La macchina dell’equivoco funziona, ma non diventa mai fine a se stessa. Il ritmo è serrato, ma non frenetico; la comicità è precisa, ma non indulgente. Il pubblico ride, e ride molto, ma la risata non libera. Conferma. È una risata che nasce dal riconoscimento, non dalla distanza. Quando lo spettacolo si chiude, non resta una morale, né una redenzione. Resta un’immagine disturbante: quella di un uomo che, pur sconfitto, rifiuta di diventare complice. Il medico dei pazzi, al Teatro Quirino, non celebra la follia come libertà né la normalità come valore. Mostra piuttosto quanto entrambe siano fragili, reversibili, manipolabili. E suggerisce, con una crudeltà tranquilla, che il vero pericolo non è perdere la ragione, ma adattarsi troppo bene a un mondo che ha smesso di cercarla. Photocredit Ivan Nocera