Roma, Teatro Vascello
“METADIETRO”
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Daniele Cavaioli
habitat Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli
luci e tecnica Alice Mollica
voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci
La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella
Roma, 02 dicembre 2025
C’è, nello spettacolo Metadietro, qualcosa che sfugge a ogni tassonomia, come se l’arte scenica decidesse di sottrarsi alla sua stessa natura per trasformarsi in evento puro, irriducibile. Rezza e Mastrella tornano al Teatro Vascello con un lavoro che pare voler disarticolare la consuetudine della visione, scardinare il patto tra scena e platea, negare ciò che lo spettatore crede di sapere del teatro. Il risultato è un’impresa paradossale: un’opera che non procede per accumulo, ma per scarti, balzi, cancellazioni; che finge la deriva e invece governa ogni sussulto con rigorosa spregiudicatezza.
L’habitat concepito da Flavia Mastrella non è un semplice fondale: è un organismo scenico che muta forma con la naturalezza di una creatura marina. Le vele di PVC – ora nave, ora razzo, ora barca a remi – si dispiegano in uno spazio blu che richiama un mare preistorico e insieme un firmamento digitale. Su questo territorio anfibio, metà carne e metà pixel, si muove Antonio Rezza, ammiraglio improbabile di una navigazione che non obbedisce alle rotte del mondo ma alle maree interiori. Il suo corpo è lo strumento di una grammatica spietata: corre, si accartoccia, scompare, ritorna, come una particella impazzita nel campo magnetico dell’assurdo. Accanto a lui, Daniele Cavaioli svolge il ruolo del controcanto necessario: presenza meno convulsa, più obliqua, che non mitiga ma amplifica l’energia di Rezza. È un’ombra che non appartiene al suo corpo, un eco che ne rifrange gli eccessi, che segue senza seguire, che respira nei vuoti e nei silenzi.
Il loro dialogo – “tu da dietro, io da dietro, metadietro” – è già dichiarazione di poetica: un moto che procede all’indietro per disvelare la nudità del presente, un moto impossibile che però, teatralmente, diventa verità. L’assurdo di Metadietro non è di natura burlesca: è un assurdo che denuncia, lacera, espone. Nei flussi verbali di Rezza – più scie linguistiche che discorsi – si accendono brandelli di attualità: i naufragi nel Mediterraneo, l’ipocrisia dei buonismi, la crudeltà tecnologica che mortifica l’uomo contemporaneo. Eppure, il giudizio non assume mai la forma della sentenza: ciò che appare è il mondo, distorto quel tanto che basta per diventare riconoscibile. La comicità, allora, non consola: punge. L’ilarità che attraversa la platea è sempre incrinata da un sottofondo di disagio, come se ogni battuta aprisse un abisso sotto i piedi. Non c’è eroe, in questa epopea moderna. Né un fine da raggiungere, né una meta che attenda.
Metadietro è una traversata senza approdo, un viaggio costantemente volto altrove: mare, terra, luna, fino ai pianeti altri che lampeggiano sul fondale digitale. È un attraversamento del reale per sottrazione: più lo spazio si espande, più si dissolve la volontà dell’uomo, che vaga come relitto di se stesso. Il naufragio evocato non è soltanto marittimo: è sociale, linguistico, identitario. Viviamo una nuova preistoria; una condizione selvaggia in cui la fantasia è l’ultima risorsa contro l’erosione della coscienza. La scena del Vascello – come quella dello Strehler, dove Metadietro è già approdato – talvolta rischia di diluire l’impatto di questo mondo performativo. Lo spazio richiede allo spettatore una concentrazione ulteriore per ritrovare il filo della tensione, eppure l’habitat di Mastrella, con i suoi cromatismi che virano dal blu al rosso al nero, riesce quasi sempre a riassorbire il vuoto, restituendo unità al disordine apparente. È uno scenario che vibra come una membrana: accoglie, respinge, amplifica. Rezza, da parte sua, non risparmia un millimetro del palco. Il suo corpo è un’arma drammatica che aggredisce la scena con una vitalità che sembra inesauribile.
La sua voce attraversa tutte le tonalità del grottesco – furia, sarcasmo, finto candore, lirismo improvviso – mentre Cavaioli, con passo misurato, fornisce quell’appoggio ritmico che permette alla deriva di farsi struttura. È un rapporto di necessità: uno avanza come tempesta, l’altro come scogliera. Tutto ciò che si vede appartiene alla poetica storica del duo – le litanie esaperate, i silenzi imbarazzanti, le improvvise sparizioni, la satira crudele, la patafisica dei numeri – ma il risultato non è ripetizione. È raffinamento. Metadietro condensa trent’anni di ricerca in una forma che tende alla metafisica del gesto, come se la scena fosse diventata luogo di un’ultima, estrema interrogazione sull’essere umano. Il mare, la luna, l’oltre: non sono metafore, ma luoghi scenici in cui la realtà si deposita come detrito. Attraverso immagini ora marine ora siderali, il duo compie un’operazione che non procede per simboli, bensì per collisioni: l’uomo che scompare tra le vele, i morti che emergono come numeri, l’astronave che diventa zattera, i fantasmi terrestri affacciati sull’aldilà digitale.
Il viaggio interstellare non è fine escursionistica: è la prova che lo spazio, come il linguaggio, è diventato luogo instabile, acceso di minacce e di paradossi. Non mancano momenti di smarrimento: la durata esasperata di alcune sequenze rischia talvolta di allentare la pressione drammatica. Ma è un rischio calcolato: la lentezza qui non è difetto, bensì strumento. Serve a far sentire la fatica della navigazione, la frizione del gesto contro il tempo. In questo teatro senza approdo, l’ammutinamento è l’unica forma possibile di salvezza. Non un atto di ribellione, ma un’abdicazione volontaria alla logica ordinaria. Ciò che rimane, a viaggio concluso, è la possibilità – terribile e salvifica – di guardare il presente senza gli schermi che di solito lo attenuano. È un teatro che non chiede di essere capito: chiede di essere attraversato. Metadietro è, in definitiva, la più aliena tra le costruzioni di Rezza e Mastrella: un’opera spaziale nel senso più radicale del termine, un volo nel nulla per ritrovare ciò che resta dell’umano. Uno spettacolo che si sottrae al giudizio e pretende, invece, uno sguardo: non compiacente, ma libero. E chi riesce a seguirli in questa rotta impossibile scopre che, a volte, per andare avanti bisogna procedere all’indietro. O, come suggerisce il titolo, metadietro. Un paradosso che è già una verità.
Roma, Teatro Vascello: “Metadietro”