Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2025-2026
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Ivor Bolton
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Johannes Brahms: Variazioni su un tema di Joseph Haydn op. 56 a; Das Schicksalslied (Canto del destino) per coro e orchestra op. 54; Sinfonia n. 3 in fa maggiore per orchestra op. 90
Venezia, 28 novembre 2025
Ad un gigante della musica – Johannes Brahms – era interamente dedicato il concerto inaugurale della Stagione Sinfonica 2025-2026 della Fondazione Teatro La Fenice, che proponeva un significativo percorso all’interno della fase matura dell’artista: partendo dalle Variazioni su un Tema di Haydn, composte nell’estate 1873 – che costituiscono una sorta di ‘prova generale’ della Prima Sinfonia –, passando per Das Schicksalslied (Il Canto del destino) – in cui la vocazione verso il grande sinfonismo si coniuga con un uso magistrale della vocalità –, esso si è concluso con la Terza Sinfonia, che – composta nel 1883: l’anno della scomparsa di Wagner –, segna l’apice della fama e della maturità creativa dell’insigne musicista. Nel corso della serata si è, dunque, potuto focalizzare un aspetto cruciale dell’arte brahmsiana ovvero il rapporto dialettico, che oppone la ricerca di un equilibrio formale a un’irrefrenabile urgenza espressiva. Proprio tale antitesi costituisce una delle cifre distintive della musica di Brahms, in cui lunghe e sinuose frasi melodiche o ampi giri armonici, spesso condotti fino alle estreme possibilità tonali, convivono con strutture classiche di stampo beethoveniano. Brahms wagneriano? Forse no. Ma, con buona pace di Cartesio, “In dubio stat veritas”. Del resto, Arnold Schönberg, in un saggio del 1947, attribuisce provocatoriamente a Brahms un carattere “progressivo” – lo comproverebbero l’‘asimmetria ritmica’ e la ‘prosa musicale’ ricorrenti nelle sue partiture –, a dispetto dell’immagine vulgata, che lo raffigura come alfiere del conservatorismo.
Guida sicura lungo questo affascinante percorso, Ivor Bolton è divenuto uno dei beniamini del pubblico della Fenice, anche grazie alla sua concomitante e apprezzatissima interpretazione de La clemenza di Tito. Equilibrio classico e spirito romantico interagivano proficuamente nelle Variazioni su un tema di Joseph Haydn, che prendono spunto dal Chorale in honorem St. Antonii, erroneamente attribuito a Franz Joseph Haydn, ma probabilmente dovuto a Ignace Pleyel, un allievo di Haydn. Esemplare per chiarezza strutturale e sensibilità nel restituire ogni variazione con il giusto accento, la lettura proposta dal maestro inglese, magnificamente supportato dall’Orchestra. Dopo il tema di corale esposto dai fiati, sul pizzicato degli archi, ancora i fiati con i loro rintocchi si sono messi in luce nella prima variazione sul fluido melodizzare degli archi. Uno slancio schumanniano e – nella contrapposizione archi-fiati – un’impronta baroccheggiante ha caratterizzato la seconda, in minore. I dialoghi fra gli strumenti a fiato ricorrevano con eleganti sonorità nella terza, dal carattere di corale. Barocca la polifonia nella crepuscolare quarta, in minore. Uno scherzo mendelssohniano sembrava la quinta. Una sorta di marcia – con l’autorevole intervento di corni e legni, oltre che degli archi – era la sesta. Dolcemente cullante la settima, basata sul ritmo di siciliana. Un sotterraneo moto perpetuo attraversava l’ottava. La struttura della passacaglia dominava nella nona dall’incedere solenne: un breve basso si ripeteva sempre uguale e su di esso venivano costruite variazioni sempre nuove, fino al pirotecnico e trionfale ritorno del tema del Chorale in honorem St. Antonii.
Perfetta l’intesa tra direttore ed orchestra relativamente agli altri due titoli in programma. Quanto a Das Schicksalslie, immediatamente successivo al Deutsches Requiem, di cui rievoca il tono solenne e meditativo, questa grande pagina – basata sulla poesia di Friedrich Hölderlin Hyperions Schicksalslied, tratta dal romanzo epistolare Hyperion – si articola in tre parti. Nella prima, in tonalità maggiore – che si riferisce alle prime due strofe della lirica, che descrivono il mondo degli dei immortali felici – coro e orchestra, accompagnati dalla pulsazione ossessiva dei timpani, disegnavano una linea melodica dolce e avvolgente. La seconda parte – relativa alla terza strofa (il mondo dei mortali dolenti) – veniva introdotta da un violento accordo dissonante, dopodiché il coro – irreprensibile per intonazione, fraseggio e compostezza stilistica – intonava all’unisono un canto, in cui ricorreva la forma ritmica dell’emiola (ad es., due semiminime puntate contrapposte a tre semiminime), prima di esplodere in un tema in fortissimo, da ballata romantica. Nella terza parte (postludio), di nuovo in tonalità maggiore, tornava il tema dell’incipit del preludio – lì affidato ai primi violini, con il contrappunto dei flauti in terze, qui al flauto solo –, mentre gli archi si producevano in accordi arpeggiati sempre in pianissimo senza l’intervento né del coro né dei timpani, quasi a non voler turbare la calma e solare serenità.
La Sinfonia n. 3 in fa maggiore – un paesaggio sonoro, in cui si alternano impeto e lirismo, vigore e malinconia, concludendosi in pianissimo – ha concluso degnamente la serata. L’iniziale Allegro con brio si è aperto con un tema il cui tono drammatico, nonostante il contrasto con un secondo tema di carattere più lirico, si è esteso all’intero movimento. L’Andante ha costituito una pausa serena con il suo tema idilliaco, sottoposto a una magistrale serie di variazioni. Nel sublime terzo movimento, Poco allegretto, i violoncelli hanno enunciato con toccante espressività il tema malinconico di grande bellezza loro affidato, che ha improntato di sé questo movimento, collocato al posto del tradizionale Scherzo. Nel finale in Allegro – considerato generalmente come il momento più alto di questa sinfonia – il primo tema esposto da archi e fagotti contrastava con un secondo tema dall’andamento di corale, fino alla comparsa di un nuovo tema esposto dal corno. Dopo una serie di sviluppi notevoli per drammaticità e forza espressiva, è riapparso il tema iniziale del primo movimento a conclusione della Sinfonia. Grande successo a fine serata per Ivor Bolton e l’Orchestra, Alfonso Caiani e il Coro.