Venezia, Teatro La Fenice: la prima di “Coro” di Luciano Berio con le coreografie originali di Wayne McGregor

Venezia, Teatro La Fenice
“CORO” (1974-1976) per quaranta voci e strumenti

Testi di Pablo Neruda (residiencia en la tierra) e canti popolari
Musica di Luciano Berio
Coreografia Wayne McGregor
Biennale College Danza Danzatori (2021–2025)

Orchestra del Teatro La Fenice
Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”
Direttore Koen Kessels
Maestro del coro Lorenzo Donati
Disegno luci Theresa Baumgartner
Direttore prove Odette Hughes
Direttore tecnico Kate Elliot
Produzione La Biennale di Venezia
Venezia, 6 dicembre 2025
Alla prima di Coro di Luciano Berio, realizzata al Teatro La Fenice di Venezia, in tanti erano desiderosi di ascoltare le ‘voci’ di Berio e di partecipare alla ‘festa’ dei primi cento anni dalla sua nascita. L’iniziativa faceva parte del ciclo Progetti Speciali dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee e ha riscosso meritati applausi. La serata, dalla particolare offerta artistica, ha visto all’ ‘opera’ ben 40 voci del Coro della Cattedrale di Siena «Guido Chigi Saracini», ben preparato da Lorenzo Donati. È emersa una cangiante tavolozza di colori e tecniche diversificate, soprattutto nelle sezioni maggiormente dense, fuse egregiamente con il ricercato e caleidoscopico suono dei 40 professori dell’Orchestra del Teatro La Fenice.

In questa edizione era previsto l’inserimento dell’elemento coreografico in cui i movimenti fluidi dei corpi dei 20 danzatori sembravano evocare la natura anfibia della città. Il risultato è stato quello di avvertire un insieme di idee e di gesti in cui, anziché concentrarsi su particolari o singoli linguaggi, era necessaria una percezione più gestaltica. A questa prima erano presenti personalità del mondo politico e rappresentanti di alcune istituzioni, come Gianmarco Mazzi, Sottosegretario alla Cultura, Nicola Colabianchi, sovrintendente e direttore artistico del Teatro, Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, Nicola Sani, direttore artistico dell’Accademia Musicale Chigiana, oltre ad una nutrita schiera di studiosi e compositori che avevano partecipato, presso la Biennale, alla Giornata di studio Scrivere musica, scrivere di musica- Luciano Berio, Pierre Boulez e la funzione “critica” del compositore dal Novecento a oggi.
Spente le luci, bastava osservare il silenzio per intuire l’attesa di un evento così particolare tanto da comprendere quanto fosse necessaria una partecipazione significativa da parte dei presenti, fermo restando che affrontare la complessità di quest’opera, soprattutto per i non addetti ai lavori, non era una facile impresa. In realtà, anche grazie all’interpretazione energica ed espressiva, bastava assistere con attenzione per avvicinarsi all’universo poetico del compositore e, più nello specifico, a questa musica straordinaria. La cosa sorprendente, citando Berio, è che quest’opera – continuando ad esprimere quel mondo che già appariva «un enorme collage» in cui «il modo d’intervenire dell’artista era quello di disturbare in modo da creare equilibri diversi, forse gerarchie diverse» – trasuda ancora la sua autentica cifra stilistica ove la ricerca sulla voce umana rappresenta sicuramente uno dei topoi inconfondibili della sua musica. Dopo la storica première veneziana diretta da Luca Ronconi (1976), l’attesa del suo ritorno con la singolare coreografia di Wayne McGregor era molto sentita dai presenti i quali ne auspicavano un possibile rapporto dialettico e materico tra i corpi e i suoni. A realizzare questa avventura, dal compito non facile, è stato l’intervento versatile di due gruppi di danzatori ai quali va il merito di essere riusciti ad inserirsi ‘contrappuntisticamente’ nella singolare partitura. Di seguito i componenti della Company Wayne McGregor: Rebecca Bassett-Graham, Salvatore De Simone, Chia-Yu Hsu, Jayla O’Connell, Jasiah Marshall, Mariano Zamora González, Kevin Beyer, Izzac Carroll, Julia Costa, Po-Lin Tunge ai quali aggiungono 10 ballerini di Biennale College Danza: Cathy Grealish, Asja Marabotti, Francesco Catalfamo, Stella Perniceni, Kannen Glanz, Alice Del Frate, Ivan Merino Gaspar, Luca Cappai, Angelo Zizzi, Ming-Chin Hsieh.
Avvicinandoci con maggiore attenzione allo spettacolo, il titolo dell’opera, dedicata a Talia Pecker Berio, ricorda il chorus latino e il greco χορός con relativi rimandi alla composizione vocale e allo spazio architettonico. Infatti ha colpito l’impatto visivo e sonoro in quanto l’azione sul palco si irradiava nello spazio acustico del teatro, facendo riaffiorare tracce poetiche tra la concezione spaziale di Lucio Fontana e quella materica di Alberto Burri. In primo piano i danzatori fluttuanti e dietro, al centro, il podio con il direttore Koen Kessels che, fin dall’inizio, evidenziava una chiara intenzione nel dare vita ad un’opera che doveva accogliere e relazionarsi con il linguaggio coreutico. Pertanto se il contributo di McGregor era quello di trasformare la fisicità della danza in un autentico ‘canto’ dei corpi, al direttore d’orchestra il compito di integrare e fondere i diversi linguaggi, nonché offrire una maggiore coesione ritmica ed espressività dell’orchestra in un’unica e coerente lettura vicina alla poetica del compositore. Spostando l’attenzione verso la percezione essenzialmente visiva, non è passata inosservata la presenza di gradini di altezza diversa dove erano posizionati accanto, per affinità di registro, cantanti e strumentisti. Anche in questo caso si è rispettato il progetto spaziale ideato da Berio in quanto corrispondeva allo «scopo di rinforzare acusticamente e visivamente il vasto campo di interazioni tra le voci e gli strumenti». In particolare nelle varie correspondances sonores – autentico processo creativo tra voci e strumenti – si era proiettati verso legami interculturali oltre i confini. Si potevano cogliere tante connessioni al punto da ravvisare non solo relazioni con i testi dei canti popolari e quelli di Pablo Neruda, ma anche la stessa complessità dell’esistenza di un’umanità che, sempre più sistema aperto, è ancora bisognosa di nuovi equilibri, di accoglienza e di una dialettica edificante. Il pubblico ha decretato un vivo successo per i protagonisti, nella convinzione di quanto la musica di Berio continui ancora oggi ad interrogare, oltre che se stessa, tutti.