Verona, Teatro Filarmonico: “Ernani” di Verdi

Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Lirica 2025
“ERNANI”
Dramma lirico in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Ernani PAOLO LARDIZZONE

Don Carlo AMARTUVSHIN ENKHBAT
Silva VITALIJ KOWALJOW
Elvira OLGA MASLOVA
Giovanna ELISABETTA ZIZZO
Don Riccardo SAVERIO FIORE
Jago GABRIELE SAGONA
Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del coro Roberto Gabbiani

Regìa, scene, costumi, luci e movimenti mimici Stefano Poda
Nuova produzione della Fondazione Arena di 
Verona con la collaborazione dell’Opéra National Capitole Toulouse per le scene e del Teatro Regio di Torino per i costumi
Verona, 17 dicembre 2025
Quinto titolo della feconda produzione teatrale verdiana, primo incontro con Victor Hugo e prima collaborazione con il librettista Piave, Ernani riappare al Filarmonico dopo la produzione firmata vent’anni fa da Pier Luigi Pizzi. In realtà questa opera non ha mai goduto particolare favore a Verona: dopo il debutto nel 1845 e le repliche successive date anche al Teatro Ristori si ha una sola apparizione all’Arena nel 1972 con il memorabile allestimento di Herbert Graf ed un cast stellare che annoverava le voci di Franco Corelli, Ilva Ligabue, Piero Cappuccilli e Ruggero Raimondi. Per questa edizione la Fondazione Arena si affida ancora una volta al regista trentino Stefano Poda il quale evoca la celebre querelle La bataille d’Hernani che nel 1830 oppose i sostenitori del teatro romantico ai cultori di quello classico dopo la prima del dramma di Hugo a Parigi. Peccato però che la lettura di Poda appaia fondamentalmente autoreferenziale e nulla vada ad aggiungere a quanto già visto nelle produzioni areniane di Aida e Nabucco con uno spettacolo asettico dove mimi e comparse tarantolate perseverano ad agire in scena con corsette, movimenti nevrotici, sguardi stralunati e le solite cadute seriali a terra che non creano e non raccontano nulla. Le note di regìa, che peraltro non portano conforto alcuno creando maggior disorientamento, parlano di una dimensione senza tempo sottolineata dalla divisione tra passato (le rovine) e la connotazione moderna e tecnologica. Idea già vista nel Nabucco con questo gioco di polarità e di elementi opposti che si attraggono e si respingono generando movimento ma che poco ci azzeccano con la vicenda narrata; del tutto incomprensibile poi il finale dove il protagonista si suicida strappando la pagina di un libro anziché trafiggersi col pugnale. Ragioni teatrali che sembrano essere chiare solo allo stesso Poda, firmatario ancora una volta anche di scene, costumi, disegno luci e movimenti mimici. Un certo astrattismo è emerso anche dalla direzione prudente di Paolo Arrivabeni che sembra volgere alla messa in sicurezza senza rischiare più di tanto ed evitando di cercare nella partitura quello che in effetti non c’è. Ernani è un’opera di stampo risorgimentale, a tratti banalmente convenzionale ma rivela pure grandi momenti di musica. L’edizione critica curata da Claudio Gallico nel 1985 per Casa Ricordi riapre tutti i tagli di tradizione ma questa scelta rischia di rivelarsi controproducente se la ripresa delle cabalette avviene senza nessuna variazione dinamico-espressiva; oltremodo il rischio è quello di appesantire il carico ai cantanti in un’opera già vocalmente molto impegnativa. Pur tenendo saldamente buca e palcoscenico, Arrivabeni dirige senza slanci,  tensione drammatica e cambi dinamici, non aiutato di certo da una regia “congelata”. Luci ed ombre per quanto concerne il cast vocale, a partire da Paolo Lardizzone nel ruolo del protagonista; sfuggendo la connotazione feroce del bandito a favore dell’eroe romantico, pur possedendo un bel colore vocale il suo Ernani risulta generico e poco approfondito, peraltro con l’aggravio del posizionamento arretrato sul palcoscenico. Lo stesso si può dire di Olga Maslova, Elvira, anch’essa condizionata dall’ubicazione acusticamente poco felice che ne ha compromessa la proiezione di suono: fraseggio generico, poco omogeneo ed una certa fissità vocale hanno impedito di disegnare la fanciulla ora innamorata, ora disperata. Chi invece svetta nella compagnia di canto, quasi scontato, è Amartuvshin Enkhbat, nel ruolo di Carlo, con la sua voce rotonda e morbida e il fraseggio cesellato che conferisce nobiltà alla figura regale imponendosi anche per pregevolezza tecnica. Altrettanto incisivo, vocalmente e scenicamente, il Silva di Vitalij Kowaljow, con voce sicura ed ottima musicalità, che ha sottolineato con efficacia la figura del Grande di Spagna con le sue inquietudini, la momentanea magnanimità e il desiderio di vendetta. Ineccepibili, a completamento della compagnia di canto, Elisabetta Zizzo, Saverio Fiore e Gabriele Sagona, rispettivamente Giovanna, Don Riccardo e Jago. Molto bene l’orchestra della Fondazione Arena, nonostante la sonorità a tratti ridondante che spesso va a coprire le voci soliste ed il coro, come accaduto nel primo e nel secondo atto; va sottolineata, per dovere di cronaca, la bravura del clarinetto basso nell’assolo del terzo atto. Anche il coro ha assolto con onore il proprio compito, nonostante qualche imprecisione; ottimi tutti gli interventi, è finito sugli scudi nel celeberrimo Si ridesti il leon di Castiglia. Unica pecca quel “noi sarem finché vita abbia il cor” invece di “non sarem”; cambia totalmente il senso della frase pronunciata dai congiurati. Teatro non pieno con un pubblico attento e corretto nella gestione degli applausi; nessun dissenso all’indirizzo della regìa, come invece accaduto alla prima. Ultima replica domenica 21 dicembre. Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona