Roma, Teatro dei Servi: “Suore fuori controllo”

Roma, Teatro dei Servi
SUORE FUORI CONTROLLO
di N.L. White

con (in ordine alfabetico)
Antonia Di Francesco, Luca Ferrini, Andrea Lintozzi, Alessandra Mortelliti, Paola Rinaldi, Andrea Verticchio
scene Angelo Bonanni
costumi Susanna Ciucci
disegno luci Flavio Perillo
aiuto regia Andrea Verticchio
regia Luca Ferrini
Roma, 02 gennaio 2026
Il teatro comico, quando è consapevole di sé, non chiede permesso né presenta giustificazioni preventive. Non si traveste da trattato filosofico, non invoca alibi intellettuali e soprattutto non promette ciò che non intende mantenere. Suore fuori controllo, in scena al Teatro dei Servi di Roma, dichiara fin dal principio le proprie intenzioni e le rispetta con la puntualità di un orologio ben oliato: far ridere. E, dettaglio non trascurabile, riuscirci senza perdere il controllo della situazione. Il testo di N. L. White appartiene con orgoglio alla grande famiglia delle farse ben educate: spazio chiuso, comunità rigidamente regolata — qui più che mai — e un elemento destabilizzante che entra in scena come una goccia di liquore in un bicchiere d’acqua santa. Da quel momento l’ordine si incrina, l’equilibrio vacilla e la macchina degli equivoci prende velocità, procedendo per scambi d’identità, porte sbattute e malintesi ben cronometrati. Nulla è affidato all’improvvisazione: la comicità nasce dalla precisione, non dal caos. Il disastro è programmato, e proprio per questo funziona. La regia di Luca Ferrini governa il tutto con la fermezza di chi sa che, nella farsa, basta un secondo di ritardo per trasformare una risata in silenzio imbarazzato. Il ritmo è serrato, continuo, privo di cedimenti; le scene scorrono con la fluidità di una catena di montaggio comica. Ferrini, anche in scena come interprete, rinuncia saggiamente a qualsiasi tentazione narcisistica e si colloca nel ruolo — meno appariscente ma fondamentale — di sorvegliante dell’equilibrio generale. È il vigile urbano del caos: fischietto invisibile, traffico sempre scorrevole. A rompere gli argini con metodo è Alessandra Mortelliti, che nel ruolo della commercialista ninfomane offre una prova di rara lucidità nell’arte dell’eccesso controllato. Il personaggio potrebbe facilmente trasformarsi in una caricatura fragorosa; invece la Mortelliti lo costruisce con una precisione quasi notarile. Il suo corpo diventa un dispositivo comico a molla, sempre in tensione, pronto a scattare al momento esatto. Ogni postura, ogni sguardo, ogni inclinazione del busto è studiata con cura. È una comicità fisica che non sbava mai, una libido scenica amministrata con rigore da… commercialista, appunto. Il resto del cast — Antonia Di Francesco, Paola Rinaldi, Andrea Lintozzi e Andrea Verticchio — lavora con disciplina encomiabile, muovendosi come un ensemble ben addestrato. Nessuno tenta l’assolo fuori tempo massimo, nessuno cerca di strappare la risata a scapito del ritmo collettivo. Tutti conoscono il proprio posto nell’ingranaggio e lo rispettano, consentendo alla macchina farsesca di procedere senza sobbalzi. Le scene di Angelo Bonanni svolgono la loro funzione con sobria efficienza, come un buon campo di battaglia che permette a porte, corridoi e stanze di diventare complici attivi del disastro. I costumi di Susanna Ciucci caratterizzano con ironia senza scivolare nel grottesco, mentre le luci di Flavio Perillo accompagnano lo spettacolo con discrezione, consapevoli che, in una commedia, illuminare troppo è spesso un errore. E poi c’è il pubblico, vero termometro della riuscita. Ride, segue, partecipa. Qualche genitore, a metà spettacolo, si scopre improvvisamente custode di un rigore morale fino a quel momento sopito e decide di accompagnare fuori i bambini, con l’aria solenne di chi sta proteggendo un’innocenza in pericolo. L’uscita è rapida, un po’ imbarazzata, tra risatine trattenute e sguardi bassi. Ma resta il sospetto — più che fondato — che proprio quelle scene, soprattutto quelle legate alla commercialista di famiglia, genereranno più tardi domande inattese, di quelle che iniziano con “Mamma, ma che vuol dire…”. È il segno, in fondo, di una commedia che ha colpito nel punto giusto. Suore fuori controllo non scandalizza, non provoca, non cerca lo shock facile, ma gioca con l’allusione e con la malizia controllata, affidandosi all’intelligenza dello spettatore. Fa ridere gli adulti, mette in crisi i genitori troppo zelanti e dimostra che la farsa, quando è ben fatta, sa essere un’arte estremamente seria. Si esce dal Teatro dei Servi divertiti, alleggeriti e con la sensazione che il caos, per una sera, sia stato affidato a professionisti. E se qualcuno torna a casa con una domanda in più sulla commercialista, pazienza: è il piccolo prezzo da pagare per una risata ben contabilizzata.