Roma, Teatro Argentina: “L’Anitra Selvatica”

Roma, Teatro Argentina
L’ANITRA SELVATICA 

di Henrik Ibsen
adattamento Maja Zade e Thomas Ostermeier
regia Thomas Ostermeier
con Thomas Bading, Marie Burchard, Stephanie Eidt, Marcel Kohler, Magdalena Lermer, Falk Rockstroh, David Ruland, Stefan Stern
scenografia Magda Willi

costumi Vanessa Sampaio Borgmann
musiche Sylvain Jacques
drammaturgia Maja Zade
luci Erich Schneider
produzione Schaubühne Berlin
in coproduzione Festival d’Avignone, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Roma, 23 gennaio 2026
Nel panorama della drammaturgia moderna, Henrik Ibsen occupa una posizione singolare: i suoi testi sembrano acquisire nitidezza proprio nel tempo che li separa dalla loro origine. Più che consumarsi nell’attualità, si depositano, si stratificano, e tornano a interrogare il presente con una forza spesso superiore a quella esercitata sui contemporanei dell’autore. L’Anitra selvatica appartiene pienamente a questa categoria di opere che non invecchiano perché non mirano all’effetto, ma alla diagnosi. È un testo che non racconta il crollo, bensì le sue conseguenze, e che individua nella gestione del “dopo” il vero territorio del tragico. La messinscena di Thomas Ostermeier, presentata al Teatro Argentina di Roma in una produzione della Schaubühne Berlin in coproduzione con il Festival d’Avignone e il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, si inscrive con coerenza in questa linea interpretativa. Il regista tedesco non affronta Ibsen come un classico da attualizzare, né come un autore da monumentalizzare. Al contrario, ne assume la struttura problematica, restituendo alla scena un dramma che si sviluppa per accumulo di tensioni morali, per slittamenti progressivi, per erosione delle certezze. In L’Anitra selvatica la peripeteia non coincide con un evento spettacolare, ma con un mutamento di stato: il passaggio da una menzogna abitabile a una verità invivibile. È questa trasformazione, lenta e inesorabile, a generare la tragedia. Ostermeier insiste su tale dimensione post-catastrofica, mostrando come i personaggi si muovano all’interno di un sistema già compromesso, cercando di razionalizzare un ordine che è, fin dall’origine, fondato sulla rimozione. La scena ideata da Magda Willi traduce visivamente questa precarietà strutturale. L’interno domestico, apparentemente solido, è in realtà instabile, mobile, privo di un centro definitivo. Gli spazi non proteggono, ma espongono. L’ambiente borghese, lungi dall’essere un rifugio, si rivela un dispositivo di controllo e di dissimulazione. Ostermeier evita ogni simbolismo esplicito, preferendo una concretezza scenica che lascia emergere il disagio senza sottolineature. Il nodo centrale del dramma resta il rapporto padre-figlio, vero asse tragico dell’opera. Werle incarna una figura paterna dominante, pragmatica, moralmente opaca ma dotata di una lucidità che gli altri personaggi non possiedono. Gregers, al contrario, rappresenta una forma di idealismo assoluto, incapace di riconoscere i limiti della realtà. La sua ossessione per la verità non nasce da un’autentica tensione etica, ma da una necessità personale irrisolta: il bisogno di regolare un conto mai chiuso con il padre. Ostermeier legge Gregers come un personaggio strutturalmente ambiguo, sottraendolo tanto alla retorica dell’eroe morale quanto a quella del fanatico. La sua azione non è animata da una volontà di giustizia, bensì da un desiderio di smascheramento che finisce per utilizzare gli altri come strumenti. In questo senso, L’Anitra selvatica si configura come una tragedia della responsabilità mancata: la verità viene enunciata senza che nessuno si assuma il peso delle sue conseguenze. Il cast contribuisce in modo determinante alla riuscita di questa lettura. Thomas Bading costruisce un Werle di grande rigore, evitando ogni caricatura. Il suo personaggio non è un tiranno, ma un uomo che conosce il mondo e ne accetta le regole, anche quando sono moralmente discutibili. La sua forza risiede proprio in questa adesione lucida al reale, che lo rende paradossalmente più consapevole dei limiti umani rispetto a chi pretende di superarli. Marie Burchard e Stephanie Eidt delineano figure femminili trattenute, mai melodrammatiche, attraversate da una sofferenza silenziosa che non trova riscatto. Magdalena Lermer, nel ruolo della giovane Hedvig, concentra su di sé il peso dell’eredità tragica: è il corpo su cui si inscrivono le colpe degli adulti, la vittima designata di un conflitto che non le appartiene. Falk Rockstroh, Marcel Kohler, David Ruland e Stefan Stern completano il quadro con interpretazioni rigorose, orientate a un realismo psicologico mai naturalistico.La drammaturgia di Maja Zade accompagna la regia con una scrittura asciutta, priva di ridondanze, che valorizza le pause e i silenzi tanto quanto le battute. Il dialogo, in Ibsen, non chiarisce: opacizza. Ogni parola pronunciata sembra scavare un solco ulteriore, allontanando i personaggi da una possibile ricomposizione.
Le musiche di Sylvain Jacques e le luci di Erich Schneider intervengono con discrezione, contribuendo a costruire un clima di sospensione che non cerca la catarsi. In questa prospettiva, L’Anitra selvatica appare come una riflessione radicale sul diniego del reale. I personaggi vivono all’interno di un sistema di illusioni necessarie, e ogni tentativo di smascherarle produce danni irreparabili. Il male, suggerisce Ibsen, non è sempre cieco; spesso è lucido, mentre il bene si rivela ingenuo, impreparato, distruttivo nella sua purezza astratta. La regia di Ostermeier restituisce con chiarezza questa ambiguità fondamentale, evitando soluzioni consolatorie. Lo spettacolo non offre redenzione né insegnamenti morali. Lascia lo spettatore in una condizione di inquietudine persistente, chiamandolo a confrontarsi con una domanda che resta aperta: fino a che punto la verità è un valore, e quando diventa una forma di violenza? È in questa sospensione, in questo rifiuto di chiudere il discorso, che L’Anitra selvatica rivela ancora oggi la sua forza. Non come dramma del passato, ma come interrogazione attiva sul presente. Una tragedia che non esplode, ma persiste, continuando a operare là dove il teatro smette di parlare e inizia il pensiero.