Oratorio in due parti su libretto di Giovan Battista Neri. Margherita Maria Sala (Gioseffo), Luigi Di Donato (Faraone), Arianna Venditelli (Sedecia), Eleonora Bellocci (Coppiere), Lorrie Garcia (Panattiere), Mauro Borgioni (Testo). Coro Maghini, Claudio Chiavazza (Maestro del Coro), Consort Maghini, Alessandro de Marchi (direttore e maestro al cembalo). Registrazione: Torino, Tempio Valdese, 29 novembre 2024- 2 CD Glossa Music CGD923543.
La fama dei grandi titoli oratoriali di ambito tedesco – comprendendo in essi i lavori inglesi di Händel – non ha bisogno di analisi, si tratta di titoli da sempre al centro del repertorio e dalla vastissima discografia. Il repertorio oratoriale italiana invece – salvo qualche titolo vivaldiano – è invece pochissimo conosciuto. In questo senso si accoglie con piacere la pubblicazione di un titolo praticamente sconosciuto “Gioseffo che interpreta i sogni” composto da Antonio Caldara nel 1726 ed eseguito presso il Tempio Valdese di Torino nel 2024 in prima esecuzione moderna. Torino dopo l’attenzione al repertorio barocco portato avanti dal Regio negli anni della gestione Noseda ha un po’ trascurato questo repertorio lasciando al Tempio Valdese il ruolo di spazio consacrato alla musica del XVII e XVIII. L’occasione per la ripresa era importante, le celebrazioni per i 200 anni del Museo egizio hanno portato a tutta una serie di eventi culturali in qualche modo legati al tema egiziano. In questo contesto l’Accademia Maghini, forse l’ente più attivo nella valorizzazione della musica barocca in città ha fatto le cose in grane riproponendo l’oratorio di Caldara con ottimo cast e facendovi seguire una registrazione di ottima qualità sonoro – si consideri che si tratta di una registrazione dal vivo e arricchita da una buona documentazione di accompagnamento.
Merito principale della riuscita dell’operazione spetta ad Alessandro De Marchi che dirige unendo rigore filologico e vivacità musicale. L’esecuzione è molto rigorosa, gli strumenti usano accordatore originali e il diapason utilizzato è quello a 415Hz in uso all’epoca. De Marchi però non sacrifica la godibilità al rigore, mantiene una notevole vivacità espressiva, non eccede nelle scelte dinamiche e riesce a far suonare decisamente bene l’orchestra dell’Accademia Maghini con sonorità morbide e pulite e un apprezzabile senso della cantabilità. Il coro svolge il suo onesto compito nei brevi interventi in cui è coinvolto. Qui appare la principale differenza con i titoli d’oltralpe in cui le masse corali sono assolute protagoniste. Qui a farla da padrone sono le voci, la composizione si presenta come un’alternanza di arie – particolarmente curate – e recitativi per lo più secchi, qualche duetto e brevi interventi corali alla fine delle due sezioni. Il libretto unisce una buona versificazione a una limitata efficacia drammaturgica, quello che interessa è la resa degli affetti affidata alle arie.
Maria Margherita Sala è perfetta nei panni del protagonista. Gioseffo si esprime con un canto molto espressivo in cui dominano venature liriche e patetiche. La Sala sfoggia una voce di mezzosoprano molto bella e un’eleganza nella linea di canto che si addice perfettamente a questa scrittura. Le colorature non solo sono nitidissime – e la parte richiede non poco al riguardo – ma hanno tutta l’intensità espressiva richiesta, facendosi giustamente strumento di quell’estetica degli affetti che è il tratto più autentico dello stile di Caldara.
La parte del Testo ha una funzione simile all’Evangelista nelle passioni bachiane. Si esprime con una vocalità ampia e autorevole che alterna estesi recitativi ad arie che uniscono declamazione aulica e passaggi di bravura, Mauro Borgioni possiede entrambe le qualità dando giusto rilievo alla parte. Luigi De Donato affronta la parte del Faraone con un’imponente voce di basso, dal bel colore e ricca di armonici. Scende sicuro nelle tessiture da autentico basso profondo che le sue arie richiedono e ha la dizione scolpita e autorevole che ci si aspetta da un sovrano.
I due prigionieri che condividono la cella con Gioseffo e cui questi pedice il destino sono il fortunato Coppiere di Eleonora Bellocci e lo sventurato Panattiere di Lorrie Garcia. Quest’ultimo passa dallo sdegno di fronte alle fosche premonizioni di Gioseffo all’accettazione del proprio tragico destino con l’aria “Par che l’anima si consoli” assai bella. La Garcia ha una bella voce di mezzosoprano, non troppo scura ma morbida e calda e canta con gusto ed eleganza La parte del Coppiere è invece pensata per un soprano leggero e si esprime con una musica luminosa e piena di gioia, arricchita da rapidi passaggi di coloratura che la Bellocci affronta con grande slancio. Il fallace indovino Sedacìa compare solo nella seconda parte dell’oratorio. La parte è perfino troppo breve – riducendosi di fatto a un’aria e ali duetti con il Faraone il Coppiere per quello che avrebbe meritato Arianna Venditelli autrice di una prova esemplare per facilità di canto – anche nei passaggi più estremi con colorature rapidissime precise, variazioni impeccabili e aplomb da autentica fuoriclasse. Il risultato è una registrazione di sicuro interesse, da consigliare a ogni appassionato di musica vocale barocca.
Antonio Caldara (1670 – 1736). “Gioseffo che interpreta i sogni” (1736)