Bari, Teatro Petruzzelli: “La Cecchina o sia la buona figliola”

Bari, Teatro Petruzzelli, stagione 2025-26
“LA CECCHINA o sia  LA BUONA FIGLIOLA”
Dramma giocoso in tre atti di Carlo Goldoni
musica di Niccolò Piccinni
La marchesa Lucinda ANNA MARIA LABIN

Il Cavaliere Armidoro FRANCESCA BENITEZ
Il Marchese della Conchiglia  KRYSTIAN ADAM
Cecchina  FRANCESCA ASPROMONTE
Paoluccia PAOLA GARDINA
Sandrina MICHELA ANTENUCCI
Mengotto CHRISTIAN SENN
Tagliaferro PIETRO SPAGNOLI
Orchestra del Teatro Petruzzelli
Direttore Stefano Montanari
Regia  Daniele Lucchetti
Regista collaboratrice Alessandra Premoli
Scene Alessandro Camera
Costumi Massimo Cantini Parrini
Luci Marco Filibeck
Coreografie Florence Bas
Bari, 21 gennaio 2026
La Fondazione Petruzzelli omaggia il massimo compositore barese, Niccolò Piccinni, con un triennio di festeggiamenti (destinato a chiudersi nel 2028, in concomitanza con il tricentenario della nascita) aperto dal titolo che nel 1760 rese celebre l’operista facendo giungere la sua musica in ogni teatro d’Europa e finanche alla corte cinese. Ospitare il melodramma settecentesco in un politeama nato per tutt’altro tipo di spettacoli d’opera resta una sfida, qui vinta grazie a un nuovo allestimento delizioso per equilibrio e garbo, a cominciare dalla delicatezza cromatica degli splendidi costumi di Massimo Cantini Parrini che nella malleabilità dell’organza, oscillando fra toni pastello e accesi cromatismi, diventano capaci di reinventare le atmosfere di Tiepolo e di riverberare tutte le emozioni di cui è carica quest’opera “sentimentale”, apripista del filone larmoyante. Sottolineare la foggia femminile per l’abito di Armidoro può aver depistato un pubblico non avvezzo al mondo dei castrati e dell’ambiguità di genere che contrassegna l’idea di ‘en travesti’ (che non ha nulla a che fare con l’odierno cross-gender) ma di certo era in linea con l’androginia del personaggio. Le derive in direzione dei costumi da bagno in stile Morte a Venezia hanno solo di poco allontanato dall’epoca dei Lumi e si son rese funzionali alle belle coreografie di Florence Bas. L’idea di trovarsi dentro un acquerello di Guardi o Moreau è confermata dall’eleganza delle essenziali scene di Alessandro Camera (sempre ben supportate da un sofisticato disegno luci di Marco Filibeck) che per l’happy end, concepito come trionfo di Cupido, ha impiegato un impianto scenotecnico barocco allusivo alla ‘maraviglia’ del sistema a quinte mobili di Torelli, con tanto di eros alato sospeso a mezz’aria. Daniele Lucchetti cineasta e autore di fortunate fiction qui al debutto operistico, supportato dalla più che talentuosa Alessandra Premoli declina il Goldoni librettista pensando a trasferire alcuni elementi della Trilogia della villeggiatura, soprattutto quell’indolenza godereccia di un’aristocrazia languida (a tratti libertina) che si perde in vacue schermaglie senza mai passare a una vera azione, foss’anche una partita di volano. Il regista inquadra il marchese come un assonnato libertino che nel suo castello (o meglio nei suoi letti a castello) non disdegna ménage à trois ma che alla fine, dopo aver scorrazzato su un monopattino elettrico (unica divertita allusione alla nostra becera contemporaneità), si dona al vero amore. Nella dialettica fra sentimentalismo e ipocrisia Lucchetti lascia che la verità emozional-erotica parli attraverso le silhouettes, velato omaggio a quelle indimenticabili delle regie di Jean-Pierre Ponnelle. Stefano Montanari, direttore sensibile a questa stagione operistica e squisito violinista barocco, guida l’Orchestra del Petruzzelli senza mai sfilacciare le agogiche o perdersi in dettagli timbrici tanto che le tre ore abbondanti di spettacolo reggono grazie alla scelta di un colore dominante e di un ritmo sempre incalzante (più volitivo ne esce anche l’ethos di “Una povera ragazza” nucleo espressivo dell’opera che abbandona il suo consueto sdilinquimento). Ottimo nel complesso il cast dove brilla Francesca Aspromonte che interpreta una Cecchina quanto mai irrequieta e nervosa, a tratti drammatica, esaltando i ‘piano’ e lavorando sulle sfumature, anche a costo di sacrificare il proprio volume. Anna Maria Labin è una marchesa di timbro scuro nei recitativi che sa illuminarsi nei tanti sovracuti della sua parte e nei passi di coloratura (ma non sempre ‘sgranati’ come vorrebbe la prassi coeva, stando a quanto ci dicono i trattatisti). Le fa da pendant Francesca Benitez, un memorabile Armidoro, che affronta con sicurezza l’impervia prima aria “Della sposa il bel sembiante” evitando tuttavia di fiorirla a dovere nel da capo (l’arte delle variazioni estemporanee non è stata messa a frutto neppure dagli altri cantanti ed è stato un vero peccato). Bello il timbro e le scelte stilistiche del tenore polacco Krystian Adam che restituisce in ogni piega melodica la trasversalità espressiva del Marchese, un ruolo di ‘mezzo carattere’. Molto buono anche il Mengotto di Christian Senn che non ha ecceduto in toni caricaturali per dar vita a un personaggio solo in parte buffonesco e il Tagliaferro di Pietro Spagnoli che ha dato pieno adito alle sue doti istrioniche. Ottima nei recitativi per chiarezza di dizione la Sandrina di Michela Antenucci e buona per verve attoriale la Paoluccia di Paola Gardina. Nelle recite successive, fino al 28 gennaio, di certo saranno eliminati i piccoli disallineamenti ritmici che hanno sporcato i finali d’atto, quei micidiali meccanismi melodrammaturgici che ancora oggi eternano Piccinni, il loro primo vero sperimentatore. Foto Clarissa Lapolla