Bologna, Comunale Nouveau: “Idomeneo”

Bologna, Teatro Comunale Nouveau, Stagione d’Opera 2026
IDOMENEO”
Dramma per musica in tre atti su libretto di Giambattista Varesco, tratto da un omonimo di Antoine Danchet.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Idomeneo ANTONIO POLI
Idamante FRANCESCA DI SAURO
Ilia MARIANGELA SICILIA
Elettra SALOME JICIA
Arbace LEONARDO CORTELLAZZI
Gran Sacerdote di Nettuno XIN ZHANG
Voce dell’oracolo di Nettuno LUCA PARK
Due cretesi CHIARA SALENTINO, MATILDE LAZZARONI
Due troiani TOMMASO NORELLI, MASSIMILIANO BRUSCO
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Roberto Abbado
Maestra del Coro Gea Garatti Ansini
Regia Mariano Bauduin
Scene Dario Gessati
Costumi Marianna Carbone
Luci Daniele Naldi
Coreografie Miki Matsuse van Hoecke
Nuovo allestimento del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 24 gennaio 2026
Non c’è quasi nulla che non funzioni davvero nel nuovo “Idomeneo” che ha inaugurato la nuova stagione del Comunale Nouveau – ma nemmeno quasi nulla che faccia gridare alla meraviglia. È una produzione prudente, poco coraggiosa, e la sensazione è quella che tutto sia sottodimensionato, specialmente per l’occasione; già la scelta del titolo è insolita, e infatti tutto il materiale di sala si spende in un continuo elogiarla, addirittura come “la prima opera italiana moderna”, quasi a convincere lo spettatore che non stia per assistere ad un’opera mozartiana “minore” in un contesto di ripiego. Forse il problema è nostro, ma non siamo così facilmente suggestionabili, e “Idomeneo”, pur mostrando diversi momenti di musica eccelsa, come solo Mozart sapeva comporla, resta un’opera radicata nel Settecento, certo non definibile “barocca”, ma nemmeno accostabile alla trilogia dapontiana o al primo belcanto. Un’opera che esprime appieno lo spirito di transizione incarnato in Salieri, in Haydn, nell’ultimo Paisiello – autori che difficilmente prenderemmo in considerazione per una prima di stagione di una fondazione lirico-sinfonica. Pure la regia sembra subire questa visione celebrativa, e infila sul palco tante di quelle cose che difficilmente dialogano tra di loro: coreografie contemporanee di Miki Matsuse van Hoecke che vogliono imitare le posizioni plastiche dei bassorilievi, una enorme vasca per pesci esplosa, una pietra gigante, un tessuto azzurro che imiti il mare, le sagome di una barca e di un mostro marino, una vasca più piccola con scritte in greco, figuranti e ballerini a iosa, proiezioni del mare, della maschera di Agamennone, del proemio dell’Iliade… la visione dello scenografo Dario Gessati non è chiara, ma nemmeno quella del regista Mariano Bauduin (insegnate di regia presso l’Accademia del medesimo teatro), che si limita a un desiderio estetico di rievocazioni ellenizzanti, tra arte classica e costumi simbolici di Marianna Carbone, interessanti ma, talvolta, onestamente al limite col buon gusto – ad esempio: perché i cretesi hanno sulle loro vesti onde di mare e pezzi di tempio? E perché Arbace sembra più Conchita Wurst che un “confidente del re”? La sensazione è pure appagante per l’occhio, perché tutto è dettagliato, manierato, un po’ illustrazione fiabesca e un po’ film peplum “Anni Cinquanta, ma non siamo sicuri che fosse questo l’intento del team creativo. Sul piano musicale, Roberto Abbado si mantiene su un binario abbastanza tradizionale, né “spremendo” la partitura, né sorvolando sui molti colori emotivi che questa superba musica ci offre. Il cast illumina certo la scena, a partire dalle interpreti femminili: Mariangela Sicilia è una Ilia morbidissima e accorata, quasi languida, con la ricchezza delle sue mezzevoci; Salome Jicia, le si oppone totalmente nei panni di Elettra, offrendo una prova aspra quasi muscolare, con una ragguardevole gamma espressiva; Francesca di Sauro è un Idamante dalla voce gradevolmente vellutata, accurata nel fraseggio sempre estremamente musicale, anche se la dizione non è sempre limpida. Come Idomeneo Antonio Poli si fa apprezzare per la  sicurissima linea di canto, le venature ambrate, il registro acuto solido e brillante, mentre l’Arbace di Leonardo Cortellazzi si contraddistingue per la consueta solida professionalità. Gli altri ruoli sono complessivamente ben  sostenuti. Probabilmente gli unici momenti di vero impatto musicale e tetrale dello spettacolo ce li regala un coro in stato di grazia (ben diretto da Gea Garatti Ansini), coeso, sonoro e partecipe – sebbene la regia ci paia che lo penalizzi con scelte di sostanziale immobilità. Naturalmente il pubblico a fine serata incensa tutti con calorosi applausi, ma la sensazione è di non sapere esattamente cosa si sia visto: qualcosa di antico, molto ben cantato. È dunque questo, “Idomeneo”? Foto Andrea Ranzi