Como, Teatro Sociale: “Don Quichotte”

Como, Teatro Sociale, Stagione d’Opera 2025/26
DON QUICHOTTE”
Comédie-héroïque in cinque atti su libretto di Henri Caïn, tratto da “Le chevalier de la longue figure” di Jeacques Le Lorrain.
Musica di Jules Massenet
Don Quichotte NICOLA ULIVIERI
Sancho Panza GIORGIO CAODURO
Dulcinée CHIARA TIROTTA
Rodriguez ROBERTO COVATTA
Juan RAFFAELE FEO
Pedro MARTA LEUNG
Garcias ERICA ZULIKHA BENATO
Primo Valletto ALESSANDRO CARRERA
Secondo Valletto
MARCO TOMASONI
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Jacopo Brusa
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Kristian Frédric
Scene Marilène Bastien
Costumi Margherita Platé
Luci Rick Martin
Video Antoine Belot
Assistente Regia Richard Rittelmann
Nuovo allestimento in coproduzione Teatri di OperaLombardia
Como, 16 gennaio 2025
La stagione di OperaLombardia 2025/26 si conclude con l’opera più rara in cartellone, quel “Don Quichotte” che segnò l’ultimo successo di Jules Massenet in vita (giacché “Roma” non convinse e le ultime tre opere furono date postume). Se abbiamo in mente il Massenet glorioso e pure un po’ compiaciuto di “Manon” o “Thaïs”, conviene che ce lo dimentichiamo quasi del tutto: il “Don Quichotte”, infatti, è un’opera che quasi non sembra nemmeno affratellata agli altri titoli del grande compositore francese, poiché scevra della magniloquenza sua tipica, sebbene portatrice di quei tratti che costituiscono indiscutibili punti di forza, come l’accorato sinfonismo e un certo pittoricismo musicale orientato soprattutto alla descrizione delle emozioni. La scelta di questo titolo è stata fortemente voluta dal direttore d’orchestra (e direttore musicale del Teatro Fraschini di Pavia) Jacopo Brusa, che naturalmente ne cura la concertazione con l’attenzione che gli è tipica. La compagine dei Pomeriggi Musicali viene davvero sopraffatta da se stessa, per l’impressionante uso di tutte le parti orchestrali, in un tempo tutto sommato limitato, giacché l’opera intera dura sì e no due ore, e Brusa emerge quale il sapiente nocchiero di questo vascello in tempesta, che tiene e allenta il timone con maestria per far sì che la sua nave non solo rimanga a galla, ma danzi sulla cresta dei marosi. Impossibile non lasciarsi rapire, soprattutto se ci troviamo nella provincia lombarda, che sonorità del genere non ascolta con frequenza. La visione registica del francese Kristian Frédric, dal canto suo, sviluppa una drammaturgia quasi altrettanto commovente ed emozionante, reinterpretando la follia donchisciottesca alla luce dei nostri giorni come morbo di Alzheimer, la locanda come una RSA, Dulcinée la sua conturbante dottoressa, corteggiata dai suoi collaboratori e festeggiata dai degenti, Sancho Panza l’infermiere che si prende cura dell’anziano cavaliere errante. La vicenda scivola, così, gradualmente nel fiabesco, nell’onirico, nel multiforme mondo interiore del malato, che mescola infanzia ed eroismo, che percepisce le dimensioni e l’autorità in maniera assolutamente originale, ma che riesce ancora – purtroppo o per fortuna – ad amare davvero. È una drammaturgia che funziona alla perfezione, lo ammettiamo senza mezzi termini, nonostante spesso ci siamo espressi anche con forza contro le riletture sceniche, e la ragione è molto semplice: qui non c’è nulla che venga riletto, ma tutto quello che Frédric porta sul palco viene fuori dal testo, da un’interpretazione in esso latente (poiché impossibile diagnosticare una simile malattia nel XVII secolo) ma lampante a chiunque (come il regista, e come chi scrive) abbia condiviso in prima persona la quotidianità di un malato di Alzheimer. In quest’ottica sono interessantissimi anche gli esiti dei due coprotagonisti: Dulcinée non è solo la bella frivola, ma anche il medico che si accorge di essere un gradino più in basso del suo paziente, così come Sancho Panza è l’infermiere idealista che testimonia la brulicante immaginazione emotiva di Don Quichotte e quasi soffre di non poterne condividere lo stato. Il cast aderisce appieno a questa interpretazione generale, fornendo prove sceniche di alto livello e prove musicali in alcuni casi addirittura superiori, formando una delle compagnie di canto meglio assortite che abbiamo visto recentemente. La dominano, naturalmente, Nicola Ulivieri e Giorgio Caoduro, un Quichotte e Panza di splendida complicità, l’uno perfettamente padrone della non semplice linea di canto, su cui costruisce un sensibile fraseggio, l’altro pure bravo fraseggiatore, musicale e misurato, entrambi dotati di vocalità ricche di armonici e omogenee. Chiara Tirotta è una Dulcinea dai bei centri, vellutati, forse solo un po’ generica sul piano espressivo. L’ensemble dei ruoli di lato, poi, costituisce un vero nucleo, in grado di animare il primo e il quarto atto con singolare omogeneità e complementarietà tra i singoli interpreti: così i due tenori Roberto Covatta (Rodriguez) e Raffaele Feo (Juan), l’uno dal suono più limpido, l’altro più robusto, e così Marta Leung (Pedro) ed Erica Zulikha Benato (Garcias), soprano e mezzosoprano en travesti, tutt’e quattro, indistintamente, capaci di performance vocali naturalissime e ben proiettate. Infine il Coro di OperaLombardia, diretto da Diego Maccagnola, si riconferma presente alla scena e ben coeso musicalmente. Il non sempre benevolo pubblico comasco si lascia conquistare, e lo dimostra con lunghi applausi finali per il cast e chiari segni di approvazione per il direttore e il regista – a riprova che, se ben progettata in ogni piano della produzione, anche un’opera praticamente inedita per le piazze italiane (mancava dal 1992!) possa venire profondamente apprezzata, a prescindere dalla nazionalità del compositore o dalla contemporaneità della regia.