Firenze, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco. La mostra il “Beato Angelico” – fino al 25 gennaio 2026

A cura di: Carl Brandon Strehlke con Stefano Casciu e Angelo Tartuferi Progetto di allestimento: Luigi Cupellini con la collaborazione di Carlo Pellegrini
Realizzazione dell’allestimento: Acme04
La visita della mostra “Beato Angelico”, tra il Museo di San Marco e Palazzo Strozzi, costituisce un’esperienza indimenticabile. Inaugurata il 26 settembre scorso, si conclude il 25 gennaio 2026 e, pur con la grande affluenza dei visitatori, conviene non lasciarsela sfuggire, consapevoli che “a chi sa attendere, il tempo apre ogni porta”. Solo entrando in entrambi i luoghi si percepisce tanta storia e bellezza legata a Firenze dalla seconda metà del Quattrocento. Iniziando dal Convento di San Marco, aleggia lo spirito domenicano e la presenza dei Medici committenti della ricostruzione del luogo a Michelozzo, mentre a Palazzo Strozzi, nonostante la storica opposizione degli Strozzi ai Medici, si percepisce la sensazione di ‘abitare’ in una delle dimore signorili più significative che rispecchiano i canoni rinascimentali. Protagonista l’Angelico e la pittura sacra in un rapporto in cui confluiscono idee, sentimenti e dottrine afferenti a varie discipline (pittura, scultura, teologia, musica, ecc.), presenti in oltre 140 opere, non solo dell’artista ma anche di altri pittori, con prestiti da tutto il mondo.  La mostra costituisce un unicum, presentandosi con una coerente narrazione tanto che il visitatore – grazie all’ineccepibile progettazione – è stimolato alla riflessione e alla contemplazione in virtù dell’incontro tra l’esperienza estetica con quella del sacro. Sono presenti opere di: Lorenzo Ghiberti, Michelozzo, Masaccio, Luca della Robbia, Giovanni di Paolo, Zanobi Strozzi, Benozzo Gozzoli, Pesellino, Mariotto Albertelli, Lorenzo di Credi, Ridolfo del Ghirlandaio, Giovanni Antonio Sogliani unitamente ad artisti religiosi: Lorenzo Monaco, Filippo Lippi, Fra’ Bartolomeo, Fra’ Paolino e suor Plautilla che fanno percepire il trascendente a partire dall’arte gotica al Rinascimento. Varcato l’ingresso del Convento di San Marco si è ‘accolti’ dal Chiostro di Sant’Antonino e da una luce che apre a qualcosa di più profondo. Le tombe sulle pareti e le pitture sopra le lunette emanano un singolare senso di pace, di umiltà e di caducità della vita. Di fronte al dipinto dell’Angelico del grande Crocifisso (parete di fronte all’entrata), abbracciato da san Domenico inginocchiato, si intuisce la relazione con il divino. Nella Sala del Capitolo l’affresco di Fra’ Bartolomeo che ritrae San Domenico con l’indice della mano destra davanti alla bocca ricorda la sacralità del silenzio. Negli altri spazi, come il Refettorio Grande, domina un grande affresco realizzato da Sogliani, nel Refettorio piccolo l’Ultima Cena del Ghirlandaio, fino alla Pala di Fiesole che l’Angelico dipinse in occasione del suo ingresso come domenicano in questo convento. Nell’opera è visibile il successivo intervento di di Credi ma anche la ricostruzione grafica dello sfondo, probabilmente dorato, dell’originale. Si può individuare la disposizione strutturale di elementi che ricordano il Trittico di San Giovenale di Masaccio, prima opera attribuita all’artista sangiovannese e presente nella mostra. La folta presenza di angeli musicanti nelle tele ‘provoca’ altresì una percezione ‘sonora’ come di fronte al Tabernacolo dei Linaioli. La musica, attraverso la rappresentazione di svariati strumenti (salteri, organo portativo, trombe, percussioni, ecc.), nelle diverse opere, sembra evocare il Salmo CL o il fascino delle miniature del Salterio di Utrecht. Alla vista della celeberrima Annunciazione si può cogliere lo spirito domenicano (umiltà, obbedienza e castità), mentre la scritta in basso Virginis Intactae Cum Veneris Ante Figuram Pretereundo Cave Ne Sileatur Ave, ricorda di pregare la Vergine. Dai corridoi si vedono le celle con una piccola finestra dove entra un fascio di luce, mentre gli affreschi fungono da esercizi spirituali per i frati, oltre a tre celle per Girolamo Savonarola, il suo famoso Ritratto di Fra’ Bartolomeo, e La cappa del Savonarola attribuitagli. Nella biblioteca, progettata da Michelozzo, sono esposti codici miniati anche dall’Angelico (Messale di San Domenico, conosciuto come Graduale 558) ove la cura e la precisione della realizzazione (notazione musicale e strumenti suonati da angeli musicanti) testimoniano altresì l’artista miniatore con conoscenze musicali. A Palazzo Strozzi ritorna come leitmotiv la presenza di colori luminosi, sottolineando quanto l’Angelico sia stato capace di proiettare il fondo oro della tradizione medievale verso la luce del primo rinascimento fiorentino. Di fronte alle Pale dell’Incoronazione della Vergine, (Louvre e Uffizi), vista la presenza di tanti angeli musicanti, si viene coinvolti in momenti di beatitudine e di spiritualismo musicale. Riguardo a quella parigina, altra opera che proviene dal convento di San Domenico di Fiesole, oltre che occasione per evidenziare la scelta del più reale cielo azzurro rispetto all’oro, la prospettiva delle piastrelle del pavimento, la ricchezza inventiva, ecc., reputo interessante un passaggio della descrizione del Vasari piuttosto emblematico: «Gesù Cristo incorona Nostra Donna in mezzo a un coro d’angeli, et in fra una multitudine infinita di Santi e Sante […] che incredibile piacere e dolcezza si sente in guardarle, […]; perciò che tutti i Santi e le Sante che vi sono, non solo sono vivi […], ma tutto il colorito di quell’opera par che sia di mano d’un Santo o d’un Angelo, come sono; onde a gran ragione fu sempre chiamato questo da ben religioso, frate Giovanni Angelico». Avvicinandosi al Giudizio universale, la ricchezza delle scene rappresenta solo il primo approccio di quest’opera complessa che porta l’umanità davanti al Cristo, l’unico a decretare il destino delle anime. Al termine sembra di aver effettuato un Itinerarium mentis in Deum ove, soprattutto per chi ha effettuato la visita con fede, spiritualità e con l’umiltà del Santo di Assisi come rappresentato dall’artista (Figura sagomata di san Francesco d’Assisi), hanno probabilmente compreso perché viene definito ‘Angelico’.