Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “La Bohème”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale FiorentinoStagione d’opera 2025
LA BOHÈME”
Scene liriche in quattro quadri su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dal romanzo “Scènes de la vie de bohème” di Henri Murger.
Musica di Giacomo Puccini
Mimì CAROLINA LÓPEZ MORENO
Rodolfo PIERO PRETTI
Musetta MARIAM BATTISTELLI
Marcello DANYLO MATVIIENKO
Schaunard MATTEO LOI
Colline MANUEL FUENTES
Benôit/Alcindoro DAVIDE SODINI
Parpignol MATTEO TAVINI
Sergente dei doganieri DIELLI HOXHA
Un doganiere EGIDIO MASSIMO NACCARATO
Venditore ambulante MASSIMILIANO ESPOSITO
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Diego Ceretta
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestro del coro di voci bianche Sara Matteucci
Regia Bruno Ravella (ripresa da Stefania Grazioli)
Scene Tiziano Santi
Costumi Angela Giulia Toso
Luci D.M. Wood (riprese da Emanuele Agliati)
Allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 2 gennaio 2026
Ripresa natalizia della produzione del 2023, con la regia di Bruno Ravella, le scene di Tiziano Santi, i costumi di Angela Giulia Toso e le luci di D.M. Wood. A distanza di due anni, l’allestimento resta gradevole, sebbene il ridotto spazio della soffitta bohémien, espanso solo nel secondo quadro, renda piuttosto scarna la scena, che conta perlopiù sull’effetto della neve, sola e unica protagonista del terzo quadro, e sul controsipario che isola i due giovani innamorati in un mondo tutto loro. La ripresa illuminotecnica di Emanuele Agliati prova a dilatare lo spazio, proiettando sul palco le ombre delle sovrastrutture, ma con questi pochi elementi continua a risaltare la ben gestita scena da agoraphobia al Café Momus, dove la ripresa registica di Stefania Grazioli trova modo di esprimersi, forte del sapiente sostegno del coro di Lorenzo Fratini e della vivace partecipazione delle voci bianche di Sara Matteucci. L’orchestra del Maggio è, stavolta, diretta dal giovane maestro Diego Ceretta, dal 2023 alla guida dell’Orchestra della Toscana. La sua direzione segue un arco espressivo inquieto, talvolta quasi brusco, alla ricerca d’una scorrevolezza febbrile nei quadri iniziale e conclusivo, sostenendo la narrazione senza indugiare in eccessivo sentimentalismo. A dispetto di questo, l’orchestra ha schiuso effetti timbrici di grande raffinatezza, rivelando profonda conoscenza del linguaggio pucciniano: sofisticati cromatismi che ben si sono sposati con le parentesi più intimamente romantiche, su cui la bacchetta si è distesa, abbandonandosi a un’espressività più ampia e avvolgente. Proprio in questo contrasto tra urgenza narrativa e lirico abbandono si è delineata una lettura opinabile, ma personale, i cui contrasti ritmici hanno causato non pochi scollamenti col palco. La compagnia di giovani amici parigini era dominata dalle due voci femminili. Prima fra tutti, per convergenza vocale-interpretativa, la Musetta di Mariam Battistelli, che calca la scena col fascino di chi, nella finzione scenica, sa di poter sedurre con la sottile arte della recitazione e, nella vita reale, dimostra di amare il proprio lavoro. Lo si vede nella cura con cui restituisce un carattere vezzoso, ma mai frivolo, provocante, ma non scurrile, dove la voce, dotata di naturale squillo e volume, aderisce al personaggio con suadenza di fraseggio, istinto lirico, fine gestione dei fiati e studiata calibrazione degli accenti. Unico neo lo smorzamento sul Si di chiusura del valzer, risolto a pelo. D’interesse anche la Mimì di Carolina López Moreno, giovane soprano alle prese con ruoli piuttosto differenti tra loro. La cantante conferma un afflato lirico seducente, dalla maggiore rotondità in area medio-acuta, che riesce moderatamente a estendere. Caratteristiche che farebbero pensare a una protagonista modello, ma il cui spessore stenta un po’ a rivelarsi, poiché l’apporto nella soffitta si ricorda più per l’espressività attoriale che per l’originalità delle soluzioni vocali, mentre al Momus la voce fatica a imporsi. La sua Mimì si fa più costruita dal terzo quadro, dove la spinta proiettiva e la sensibilità di fraseggio emergono con maggiore evidenza, per culminare nel finale, con quel canto ancora più raccolto, sorretto da una linea morbida e da uno studiato uso della intensità: una prova in crescendo, che si ritiene possa avere ampio margine di affinamento. Correva al suo fianco, in sostituzione dello scritturato Long Long, Piero Pretti, oramai ben noto al Maggio. Anche in quest’occasione, il tenore dimostra la sua solidità sul passaggio e sulla stentorea tenuta del registro acuto (sicurissima la sempre temibile resa del Do della “speranza” e l’impervia salita al Lab del “talor dal mio forziere”), ma in scena si nota un po’ il divario d’età con gli altri interpreti, non coadiuvato da una certa opacità timbrica sui centri, che ha destato qualche difficoltà di emersione. Abbracciando la corrente esecutiva di chi si concentra sulla risoluzione degli ostacoli tecnici e sul vigoroso sostegno dei suoni, ne esce un personaggio risoluto ma statico, dal fraseggio meno suadente e romantico rispetto a quanto richiesto dalla fascinosa scrittura pucciniana. Ilarità e scaltrezza non mancavano nel gruppo dei suoi inquilini. A partire da Danylo Matviienko, che conferisce un timbro chiaro e gentile a Marcello, fraseggiando con eleganza nelle frasi di centro, ma un po’ più sullo sfondo sugli acuti, dove i suoni risultano meno compatti, e nei difficili momenti d’insieme. Anche lo Schaunard di Mattei Loi e il Colline di Manuel Fuentes soffrivano di una scena poco coperta, con interventi talvolta poco udibili. Loi, seppure con vocalità talora pallida e acuti non sempre compatti, si è dimostrato capace di un fraseggio dal giusto piglio interattivo, mentre Fuentes presentava maggiore risonanza, ma una certa disomogeneità ancora da levigare per una più incisiva “Vecchia zimarra”. Pure Davide Sodini, che nel duplice ruolo di Benôit/Alcindoro nascondeva la sua gioventù dietro alla bianca parrucca, si è ben unito al gruppo di squinternati, con sicura presenza scenica e netta scansione delle frasi, più efficaci nell’intervento come Benôit. Completavano il cast i funzionali inserti di Matteo Tavini (simpatico Parpignol), di Dielli Hoxha ed Egidio Massimo Naccarato (scuri sergente dei doganieri e doganiere) e del nitido venditore ambulante di Massimiliano Esposito. Termina tra gli applausi questa penultima rappresentazione fiorentina de “La bohème”, in una sala non al completo per via, forse, della vicinanza al Capodanno. Foto Michele Monasta