Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Stagione d’opera 2026
“TOSCA”
Melodramma in tre atti su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, dal dramma “La Tosca” di Victorien Sardou.
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca CHIARA ISOTTON
Mario Cavaradossi VINCENZO COSTANZO
Il barone Scarpia ALEXEY MARKOV
Cesare Angelotti MATTIA DENTI
Il sagrestano MATTEO TORCASO
Spoletta ORONZO D’URSO
Sciarrone HUIGANG LIU
Un carceriere CARLO CIGNI
Un pastorello DALIA SPINELLI
Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestro del coro di voci bianche Sara Matteucci
Regia Massimo Popolizio (ripresa da Paola Rota)
Scene Margherita Palli
Costumi Silvia Aymonino
Luci Pasquale Mari
Allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 13 gennaio 2026
Altra riscoperta per la “Tosca” di apertura della stagione lirica 2026, con la regia di Massimo Popolizio (ripresa da Paola Rota), le marmoree scene di Margherita Palli, i costumi del regime fascista di Silvia Aymonino e gli effetti illuminotecnici di Pasquale Mari. La produzione, introdotta durante l’LXXXVI Festival del Maggio Musicale Fiorentino, è stata discussa nella recensione del 2024 a cui si rimanda. A livello di cast la ripresa abbraccia vecchie conoscenze e nuovi nomi. Cambia la direzione, affidata alla vibrante bacchetta del maestro Michele Gamba, che narra con passo spedito le sezioni più descrittive della vicenda, posandosi con marcato indugiare (forse troppo) per una lenticolare saggiatura delle parentesi più
passionali. Dal canto suo l’orchestra del Maggio produce ancora una volta suoni di mirabile evanescenza, suggellati dalle rifiniture degli archi, dell’arpa e dalle “frustate” delle percussioni; impressionante, in questo quadro, il realismo dei rintocchi delle campane che a turno si odono dalla piattaforma di Castel Sant’Angelo. Una lettura complessivamente varia nell’agogica, sensibile alle intensità e rispettosa degli interpreti, che recupera con efficacia la suggestione di queste intramontabili pagine pucciniane. Chiara Isotton, che si ricorda per la sonorità di alcuni riusciti ruoli di spalla giovanili, anche scaligeri, affronta qui il difficile ruolo del titolo. Conferma un timbro piuttosto penetrante in acuto, dotato del vellutato vibrato richiesto dalle primedonne pucciniane, ma meno particolareggiato nella restante gamma, facendosi così più incisiva sulla resa degli sfoghi di gelosia e dell’indole impulsiva, rispetto al dispiegarsi delle seducenti frasi liriche a piena orchestra. La cantante mostra notevole immedesimazione con la parte, che riesce
sicuramente sul piano scenico, ma può ancora crescere su quello vocale, poiché le intenzioni drammaturgiche, seppur presenti, toccano solo in parte l’immenso cosmo di soluzioni vocali che permea la parte della protagonista. Al suo fianco, Vincenzo Costanzo dota il suo Mario di un portamento eloquente, ma tende a non scostarsi da un canto monocorde e poco incline a superare il peso orchestrale, in cui i tentativi di mezzevoci risultano talora nasali. Il fraseggio, ancora un po’ generico, si fa maggiormente concitato nei veementi scambi legati alla drammaturgia e le frasi d’amore colpiscono principalmente per i generosi legati, seppure la voce non gonfi nel passaggio e prenda dal basso acuti ben tenuti, ma non svettanti, su cui si
rileva una disomogenea apertura delle vocali. Nel ruolo dell’antagonista, Alexey Markov s’impone col piglio sicuro degli accenti investigativi, sicuramente più incline alla “conquista violenta” che al “mellifluo consenso”, anche se il fraseggio muove qua e là ad alcune inflessioni in “piano”, che gli sono meno congeniali. Il baritono russo conferma la corposità timbrica di centri e gravi riscontrata nel 2024, che lo rende efficace nell’esecuzione del “Te Deum” e tratteggia uno Scarpia particolarmente temibile, ma la sua prova è ancora discontinua nella zona acuta dove alcuni suoni risuonano più intubati. Schiacciato dalla triade, il sagrestano di Matteo Torcaso continua a sorprendere per la mirabile concitazione scenica. Si mostra più annoiato sulle litanie imposte dalla sua posizione, riservando maggior fervore alle frequenti inserzioni tragicomiche, con voce omogenea, nitida e
piuttosto udibile, consona alla tessitura e ricca d’inflessioni timbriche che ben tratteggiano l’ambivalente natura del tremante sagrestano. Tremavano come foglie anche i bimbi del coro di voci bianche diretto da Sara Matteucci, che hanno dimostrato afflato con l’apparato scenico e col sempre professionale coro di Lorenzo Fratini, assolutamente a suo agio nell’affollata chiusura del primo atto. Proseguendo sui ruoli secondari, l’eterogenea tessitura della parte costa all’Angelotti di Mattia Denti qualche disomogeneità emissiva, entro un fraseggio sempre al servizio di un fuggitivo credibile e col costante terrore dell’essere scoperto, mentre lo Spoletta di Oronzo D’Urso si distingue per gli accurati e vividi interventi tenorili. Chiudevano il cerchio il chiaro Sciarrone di Huigang Liu, il nitido e bonario carceriere di Carlo Cigni e il fermo intervento di Dalia Spinelli nell’esposto canto del pastorello. Applausi per tutti alla fine di un dramma particolarmente apprezzato in sala, almeno ascoltando i commenti delle prime file di platea. Foto Michele Monasta
Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Tosca”