Georg Friedrich Händel (1685 – 1759): “Israel in Egypt” HWV 54 (1739)

Oratorio in tre parti su libretto di Charles Jennens. Myriam Leblanc e Lucie Edel (soprani), Lena Sutor-Wernich (contralto), Laurence Kilsby (tenore), Andreas Wolf e Alexandre Baldo (bassi). Le concert spirituel, Hervé Niquet (direttore). Registrazione: Arsenal de Metz, Ottobre 2023. 1 CD Alpha Classics 1176.
Israel in Egypt” è prima di tutto il frutto delle difficoltà economiche che nel nell’estate del 1738 Il King’s Theatre stava attraversando. Händel conscio dell’impossibilità di allestire nuove opere liriche mancando la copertura per gli allestimenti e avendo sotto contratto importanti masse corali decise di sfruttarla al meglio. Il nuovo oratorio – su testo di Charles Jennens che riadatta per l’occasione testi biblici – fu pensato soprattutto per sfruttare la compagine corale. Rispetto ad altri lavori del genere le parti solistiche sono assai brevi, strutturalmente molto libere – con la rinuncia della tradizionale formula ABA – mentre il coro, sfruttato in tutte le sue possibilità espressive, è il vero protagonista della composizione. L’oratorio è pensato in tre parti distinte: “Lamentazione”, “Esodo” e “Cantico di Mosè”, caratterizzate da un percorso ascendente dal lutto alla lode attraversi l’esperienza dell’Esodo e della liberazione dalla schiavitù. I rapidi tempi di composizione imposero a Handel un sistematica pratica di riuso tanto di proprie composizioni precedenti – a cominciare dall’”Armida abbandonata”composta per Roma nel 1707 – quanto di brani altrui saccheggiando a piene mani il repertorio italiano del tardo XVII secolo cominciando da Stradella il cui “Cantico di Mosè” fu più che una fonte di ispirazione.
Un lavoro quindi almeno in parte frutto di riadattamenti ma studiato con grande attenzione nella sua architettura complessiva. La presente edizione diretta da Hervé Niquet alla guida del suo Le Concert Spirituel opta per la strana scelta di tagliare completamente la prima sezione privandoci dell’ascolto di circa 45 minuti di musica e stravolge l’intera struttura compositiva dell’opera. Sappiamo che in alcuni casi Handel fece di necessità virtù non eseguendo l’oratorio nella sua interezza e che il titolo venne così ripreso da Berlioz ma restano motivazione assai labili che non giustificano una scelta editoriale di questo tipo. Vero che l’aggiunta della prima parte avrebbe comportato un secondo CD ma resta un senso di profonda incompletezza.
La registrazione non entusiasma neppure sul piano musicale. La ripresa sonora è ottima, rendendo in modo assai convincente la struttura a doppio coro prevista, fondamentale per rendere i contrasti formali che caratterizzano diversi brani. Molto positiva sia la prova dell’orchestra sia quella del coro che supera di slancio tutte le difficoltà presenti nella partitura. Non convincono invece le scelte ritmiche e dinamiche di Niquet che tende a prediligere un andamento fin troppo sostenuto e uniforme che lo porta ad appiattire i contrasti e a sacrificare il fraseggio mettendo in difficoltà particolarmente i solisti.
La compagnia di canto è complessivamente buona, considerando le limitate difficoltà della scrittura – ma si caratterizza per una buona tenuta complessiva. Laurence Kilsby è un tenore decisamente molto british per stile e vocalità. La voce è  “leggera”, un po’ bianca come timbro e non particolarmente ricca di armonici ha però una dizione nitidissima – dato non trascurabile in una parte che si esprime principalmente in sezioni di recitativo e mostra una musicalità impeccabile e un innegabile senso stilistico. I due soprani Myriam Leblanc e Lucie Edel cantano con gusto e sicurezza e risultano assai piacevoli anche se le due voci tendono a confondersi e manca una maggior caratterizzazione dei due timbri. Discorso in parte simile per i due bassi Andreas Wolf e Alexandre Baldo, voci abbastanza chiare, di taglio baritonale più che autentici bassi ma che nel loro duetto “The Lord is a man of War” cantano assai bene dando il giusto risalto a uno dei brani più interessanti tra quelli solistici. Lena Sutor-Wernich (contralto) è pulita e musicale ma manca un po’ di volume nel settore grave dove traspare qualche forzatura. Nel settore medio la voce è ben controllato e in alto non mostra difficoltà. Un progetto rimasto a metà del guado non privo di elementi interessanti ma incapace di imporsi veramente all’ascolto.