Modena, Teatro Comunale “Pavarotti-Freni”: “Stiffelio”

Modena, Teatro Comunale “Pavarotti-Freni”, Stagione Opera 2025/26
STIFFELIO
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Stiffelio GREGORY KUNDE
Lina LIDIA FRIDMAN
Stankar VLADIMIR STOYANOV
Raffaele CARLO RAFFAELLI*
Jorg ADRIANO GRAMIGNI
Federico di Frengel PAOLO NEVI
Dorotea CARLOTTA VICHI
Fritz GIACOMO DECOL
*Già allievo del Corso di perfezionamento per cantanti lirici del Teatro Comunale
Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Leonardo Sini
Maestro del Coro Corrado Casati
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Regista collaboratore e luci Massimo Gasparon
Editing video Matteo Letizi
Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Nuovo allestimento
Modena, 9 gennaio 2026
Esistesse solo il Verdi “minore”, intatta resterebbe la grandezza del drammaturgo musicale. Non sarà una rivelazione per nessuno, ma è proprio vero che la «misera pentita» (Lina) somiglia molto alla «misera ch’è un dì caduta» (Violetta). Ma non, come potrebbe sembrare ad un primo sguardo, perché ad accomunarle sia il peccato, no: quel che le rende grandi eroine verdiane è la rinuncia all’amore per amore, tema ch’è il vero arco di volta del teatro di Verdi. Se la devozione della fedifraga Lina per Stiffelio è poco credibile in quanto interessata (vorrebbe convincere il marito tradito a riprendersela), è firmando il “divorzio” da questi offertole ch’ella si riscatta: affrancandosi dall’uomo che ama per la sola ragione di potergli dichiarare, questa volta disinteressatamente, il proprio amore. E un siffatto personaggio femminile non è che deuteragonista. L’eponimo è difatti il tenore, ma un tenore con una psicologia tutta baritonale, combattuta tra le urgenze del sentimento umano e i precetti del cristiano insegnamento. Baritonale la psicologia, ma eroico il profilo vocale, che implica scultorei accenti declamanti da cui si dipartono frequenti, repentini, idealistici slanci verso l’acuto. Il baritono Stankar, invece, parrebbe un tantino monocorde col suo concetto dell’onore e le sue smanie di vendetta, una sorta di Silva teutonico (l’azione si finge in Germania, sulla Salzbach, oppure nei pressi della famosamente intollerante Salisburgo, sulla Salzach: questione in verità di modesta rilevanza se Stiffelio non è un pastore protestante ma un predicatore della fittizia setta degli Assasveriani): e invece ha un duetto con la figlia che, se non fosse sciocco ragionare in termini evoluzionistici, si direbbe l’anticipazione del grande duetto Violetta-Gérmont, e poi una bella aria, di fattura quasi donizettiana, che gli vien suggerita dal proposito del suicidio. Vladimir Stoyanov, padre nobile di solida eleganza e provato mestiere, la canta profondendosi in sfumature e dolcezze (invero un poco sciupate da un’orchestra non altrettanto sensibile). Come già nell’Aroldo del ‘21 (riminese di nascita, ma itinerante poi) era una  Mina di rango, ora Lidia Fridman è un’altrettanto notevolissima Lina. La voce è cupa, tornita, fascinosamente timbrata, e al contempo solidissima nell’emissione e penetrante come una lama. L’infallibilità tecnica, il turgore soggiogante, indocilito da un leggerissimo vibrato, nonché la figura fine e slanciata, esaltata da Pizzi in una rigorosa, quasi monacale eleganza, conquistano anche il distinto plauso di Raina Kabaivanska: con la coda dell’occhio, si poteva notare, baluginante dall’oscurità del suo palco, il soffice candore delle chiome della diva impareggiabile ondeggiare, annuire e respirare con la cantante. Primo ideatore di questo felice progetto è Gregory Kunde: un mito assoluto, che a differenza di molti miti non si produce in ostensioni di se stesso, ma anzi ogni volta mette in gioco tutto. Non c’è bisogno di convincere nessuno del fatto che si tratti di un grande artista. Sotto il profilo vocale c’è del miracoloso. È chiaro che nel registro centrale lo smalto non possa esser quello lucido e brillante di un ragazzo, ma quel che desta sempre grande impressione è la gestione del registro acuto, dove sguaina uno squillo e un volume insospettabili. L’eccitazione che queste prodigiose fiammate vocali sanno trasmettere all’ascoltatore è qualcosa di cui non si può sperare d’avere comprensione altrimenti che facendone esperienza dal vivo. Per il resto il cast si completa con l’usata oculata sapienza della provincia emiliana: in testa il Leuthold di Carlo Raffaelli (già allievo del Corso di alto perfezionamento per cantanti lirici del Teatro Comunale di Modena) e l’ottimo Adriano Gramigni nel non sottovalutato ruolo di Jorg. Gli intenditori e le persone ben educate e di buon gusto, che abbiano magari letto anche qualche paginetta di critica, si sentono in dovere di apprezzare l’opera per la sua architettura drammatica e per i temi su cui insiste, nonché per alcune finezze orchestrali (una su tutte, il tema che passa dal flauto all’oboe al fagotto nella scena di Lina al cospetto della tomba materna). Ma altrettanto doverosi scattano i distinguo sui giubilanti coretti e sull’esuberanza quasi marziale, a non dir bandistica, della Sinfonia. A modestissimo avviso di chi scrive trattasi di mezze balle che una saggia levità d’esecuzione saprebbe agevolmente fugare. D’altro avviso e d’altre qualità parrebbe la direzione di Leonardo Sini: energica, brillante, incalzante. Mentre invece con tutt’altra grazia la regia di Pier Luigi Pizzi aleggia con carezzevole comprensione dell’umano intorno a questi verdianissimi, per quanto atipici, personaggi. Con il tocco, semplice ma magistrale, d’un drappeggio, sa suggerire la misteriosa ambiguità che si apre tra divanetto mondano, appartenente alla dimensione pubblica della socialità, e intimo inginocchiatoio, necessariamente privato. Nella potenza evocativa di quella sottile ambiguità che scostando il velo scopre l’abisso, lì sta il Teatro. Poi c’è la bellezza, che nelle produzioni di Pizzi (oltre alla regia, con la collaborazione di Massimo Gasparon ch’è responsabile delle luci, Pizzi firma naturalmente anche scene e costumi) è quasi un riflesso incondizionato, un accidente inevitabile, che vien quasi da sé: precondizione irrinunciabile, da cui tuttavia non bisogna lasciarsi troppo distrarre. Foto Rolando Paolo Guerzoni