Napoli, Teatro Bellini: “Dignità autonome di prostituzione”

Napoli, Teatro Bellini
“DIGNITÀ AUTONOME DI PROSTITUZIONE”
uno spettacolo di Luciano Melchionna
dal format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna

regia Luciano Melchionna
con Raffaella Anzalone, Maria Avolio, Antonio Barberio, Carlo Caracciolo, Federica Carruba Toscano, Betta Cianchini, Riccardo Ciccarelli, Enzo Colursi, Cinzia Cordella, Marika De Chiara, Giampiero De Concilio, Valentina De Giovanni, Dario Di Pietro, Veronica D’Elia, Alessandro Freschi, Priscilla, Martina Galletta, Diopuntointerrogativo, Luciano Giugliano, Irene Grasso, Her, Vincenzo Leto, Maldestro, Claudio Marino, Dolores Melodia, Raffaele Milite, Daniele Russo, Irene Scarpato, Simona Seraponte, Toto Casanova
disegno luci Gianni Caccia
disegno audio Luigi Di Martino
costumi Milla
elementi scenici Luciano Melchionna, Milla
aiuto regia Francesca Pelella
assistente alla regia Mery Perrotta
produzione Ente Teatro Cronaca

Napoli, 30 dicembre 2025
Il Teatro Bellini sprigiona dalle sue vetrate e dai suoi balconi una luce rossa: sarà palcoscenico totale di Dignità Autonome di Prostituzione, in scena al Bellini dal 2011 e, quest’anno, dal 26 dicembre all’11 gennaio. Del resto, DADP sovverte le convenzioni teatrali da diciotto anni, appropriandosi degli spazi teatrali per renderli unici e di quelli non convenzionali per vivere i luoghi con uno sguardo diverso. In oltre 500 repliche, DADP ha coinvolto numerosi artisti, alcuni dei quali fanno ancora parte del cast. Il format, ideato da Luciano Melchionna e Betta Cianchini, cambia ad ogni edizione, conservando però lo spirito irriverente e una visione di teatro che non si esaurisce nella rappresentazione, ma mira a creare un’esperienza immersiva per lo spettatore. Ha attraversato festival, città e parchi, trasformando ogni luogo in uno spazio libero e magnetico. Pochi minuti prima dell’inizio, da uno dei balconi del Teatro Bellini palcoscenico integrale di DADP si levano alcune note che squarciano il caos della città. Dolores Melodia cattura l’attenzione dei passanti annunciando l’apertura della Casa Chiusa con Una Notte a Napoli. Il pubblico si raccoglie spontaneamente sul marciapiede: la prima magia è già accaduta. Il teatro vive oltre i suoi confini, lo spettacolo è nell’aria prima ancora che gli spettatori varchino la soglia della platea. All’ingresso, a ogni spettatore viene consegnata una manciata di “dollarini”. È il segnale di un meccanismo che ribalta le convenzioni: ogni artista vende la propria performance in spazi non tradizionali corridoi, soffitte, camper, foyer e viene “pagato” con un gesto dal valore simbolico. Il pubblico viene accolto da Luciano Melchionna Papi, presenza costante e punto di riferimento. Al centro della sala, non poltrone rosse ma una zattera malridotta accoglie gli artisti come superstiti di una tempesta. In piedi, Her emerge illuminata e intona brevi vocalizzi operistici. Sullo sfondo, il mare in tempesta e il Dubbio amletico in più lingue, amplificano il senso di precarietà e attesa che attraversa l’intera messa in scena. La messa in scena prende pienamente vita: i performer iniziano a muoversi, a cantare e a dirigersi verso ogni spazio del teatro, mentre la band attacca a suonare. La Casa Chiusa dell’Arte di Napoli è ufficialmente aperta. Tra le prime esibizioni, Alessandro Freschi, chitarra e cappello illuminato, passa dall’ironia a una rabbia viscerale; Giovanni Block, sul veliero con la band, firma uno dei primi momenti corali della serata. Dopo una rapida spiegazione del format, gli artisti tornano in platea per richiamare il proprio pubblico. Nonostante la durata complessiva dello spettacolo, è matematicamente impossibile assistere a tutte le performance. Un limite che si trasforma in un invito e promessa di ritorno, per continuare a esplorare l’universo di DADP. Tra le performance seguite, La luna mi commuove di Maria Avolio, l’artista accompagna il pubblico in soffitta e instaura un rapporto diretto e delicato con gli spettatori, invitandoli a perdersi nei suoi movimenti a fermare il flusso dei pensieri per abitare pienamente il presente. Sceglie una persona tra il pubblico, la benda e danza con lei: un abbraccio finale suggella la conclusione di questa esperienza sensoriale. Il solo è potente e dinamico, ma allo stesso tempo intimo e rassicurante. Sospesa tra le travi, fluida sul pavimento, la danzatrice guarda il pubblico negli occhi e affida al corpo un messaggio chiaro: lasciarsi andare. La musica si interrompe la magia si sospende e gli applausi fragorosi confermano che il viaggio è avvenuto. Il ritorno in platea è necessario per il pubblico, da qui gli artisti “adescano” nuovamente gli spettatori, talvolta conducendoli anche all’esterno del teatro. È il caso di Betta Cianchini, co-autrice del format, che accoglie tutti nel suo camper per raccontare di Anya Stella Cadente, il suo alter ego. Il dialogo è fortemente empatico; negli sguardi si coglie una commozione autentica. La performance si chiude con un motto: Se la gioventù sapesse e la vecchiaia potesse, un invito ad affidarsi al tempo che si sta vivendo. Segue Lia, alias di Daniele Russo, che conduce il pubblico nel Piccolo Bellini. Gli spettatori si dispongono tra palco e platea. Tra le paillettes dell’abito e gli strass del copricapo emerge la storia di un uomo che vive una seconda vita notturna, travestito in un bordello. Un uomo qualunque, che forse si racconta una giustificazione per accettarsi, forse per sopravvivere, forse per entrambe le cose. Il confine è sottile: il vendersi diventa metafora della condizione dell’artista, dei sacrifici, delle rinunce e di quei finali che non sempre sono “felici e contenti”. Lia batte con veemenza le mani sul tavolo, il monologo è diretto, scoperchia i tabù e li restituisce al pubblico. L’irriverenza, l’ironia e una sofferenza multiforme attraversano la sala senza mai appesantirla. Il gran finale richiama tutti nella sala grande: una jam session collettiva e catartica, con le voci di Her, della potente Irene Scarpato e di Dolores Melodia. L’iconico lipsync di Priscilla sulle note di Earth Song ricorda quanto sia casuale trovarsi dalla “parte giusta” del mondo, sottolineando il bisogno di pace per la Palestina, il Congo e il Sudan. DADP si conferma una macchina teatrale imponente e necessaria. Un incontro tra anime che si spogliano, sì, ma per mettere a nudo la propria arte: un gioco intriso di vita ed emozione, un rito collettivo nel nome dell’amore, che da sempre unisce. (foto Luca Brunetti, Luigi Ceccon, Luigi Maffettone)