Roma, Istituto Cervantes
ESTEBAN VICENTE. Il pittore della realtà
Organizzata dall’Instituto Cervantes di Roma
in collaborazione con il Museo de Arte Contemporáneo Esteban Vicente
con il supporto della The Harriet and Esteban Vicente Foundation
e si avvale del sostegno del Turespaña, del Ministero della Cultura,
della Junta de Castillo y León, della Diputación de Segovia,
e del Comune di Segovia
Roma, 28 gennaio 2026
C’è un modo, oggi quasi dimenticato, di guardare la pittura senza ricorrere a formule di comodo, senza rifugiarsi nel gergo dell’attualità o nell’illusione che basti pronunciare la parola “astrazione” per chiarire ciò che invece resta oscuro. La mostra dedicata a Esteban Vicente, allestita dall’Instituto Cervantes di Roma nella Sala Dalí, dal 29 gennaio al 2 maggio 2026, offre l’occasione rara di misurarsi con un artista che appartiene a quella generazione inquieta e severa del Novecento, sospesa tra due continenti e tra due concezioni opposte dell’arte: la disciplina europea e la libertà americana.
Trentatré opere, realizzate tra il 1950 e il 1997, giungono per la prima volta in Italia dal Museo d’Arte Contemporáneo Esteban Vicente di Segovia, co-organizzatore dell’iniziativa insieme al supporto della Harriet and Esteban Vicente Foundation. La curatela, affidata ad Ana Doldán de Cáceres, insiste su un concetto che, a leggerlo con attenzione, appare quasi inattuale e proprio per questo prezioso: la realtà. Vicente, interrogato nel 1968 da Irving Sandler, parlava di un “profondo senso della realtà” come cifra distintiva della cultura spagnola, contrapposta a quella francese o italiana, e aggiungeva di possedere un particolare rifiuto per l’eccessivo, per l’artificioso. Ecco, in questo rifiuto, in questa sobrietà non morale ma visiva, si trova forse la chiave più autentica della sua pittura. Non un’esuberanza gestuale, non la retorica dell’informe, ma una sorta di austerità sensuale, dove la materia è trattenuta, ordinata, ricondotta a un equilibrio interno. La mostra romana, con intelligenza, non presenta Vicente come semplice “espressionista astratto spagnolo”, etichetta troppo comoda, ma come artista che ha attraversato l’astrazione senza mai perdere il senso della costruzione.
Vicente nasce nel 1903 a Turégano, nella Castiglia severa e spoglia, e già questo dato geografico è meno neutro di quanto sembri. Perché la Castiglia non è un paesaggio decorativo: è una disciplina dello sguardo. Studia a Madrid, frequenta poeti e scrittori della Generazione del ’27, respira un clima in cui pittura e parola si cercano, si rispondono. Poi Parigi, Londra, Picasso, Ernst, Dufy: il consueto pellegrinaggio europeo che però, nel suo caso, non produce imitazione, ma sedimentazione. Nel 1936, con la guerra civile, parte per gli Stati Uniti e non tornerà più davvero indietro. È un esilio, ma anche una scelta estetica. New York diventa la sua patria di adozione e lì, nel corso di sessant’anni, entra in dialogo con la Scuola di New York: De Kooning, Pollock, Kline, Newman. Frequenta il Cedar Tavern, quel luogo mitizzato dove l’arte moderna sembrava nascere tra un bicchiere e una discussione. Ma Vicente, pur condividendo quell’ambiente, resta altro: meno aggressivo, meno teatrale. La mostra inizia significativamente con un piccolo collage del 1950, Untitled. È un’opera delicata, quasi dimessa, ma già compiuta. Il collage per Vicente non è un gioco, bensì un modo per cercare l’essenza stessa della pittura: la sovrapposizione della carta diventa trasparenza, profondità, luce. Qui si comprende come l’artista non sia interessato al gesto come esibizione, ma al gesto come costruzione poetica.
Le forme accostate ricordano De Kooning, ma il tono è più lirico, più controllato, quasi un canto sommesso. Negli anni Cinquanta la tavolozza si concentra su ocra e terre, masse cromatiche che si muovono e si intrecciano fino a trasformarsi, verso la metà del decennio, in composizioni più ordinate: rettangoli sospesi, centrati, fluttuanti in un’atmosfera particolare, con quel movimento di “push and pull” che rimanda a Hans Hofmann. E anche qui, attenzione: non si tratta di astrazione geometrica, ma di equilibrio organico, di architettura interiore. Dalla fine degli anni Sessanta Vicente approda ai campi di colore. Scompaiono le tracce gestuali precedenti e la pittura diventa paesaggio mentale, vasto bacino di gradazioni sfumate. Cambia la tecnica: abbandona il pennello e adotta l’aerografo, perché vuole catturare la luce attraverso la saturazione. “Il colore è la luce”, diceva, e non è frase da pittore decorativo, ma da artista che ha compreso come la pittura sia sempre un problema ottico e morale insieme.
Vicente parla di pittura “povera”, rifiuta il colore trasparente, cerca la luminosità attraverso l’opaco. È una posizione che ricorda certe severità spagnole, Zurbarán appunto, dove la luce nasce dalla materia e non dall’effetto. Le forme sono prive di demarcazione lineare, i bordi avvolgenti non rivelano mai la pittura sottostante: tutto è contenuto, unificato, come se l’opera volesse tacere più che gridare. Negli anni Ottanta riappare la natura, non come figurazione ma come ispirazione organica: forme ampie, tavolozza più varia, libertà maggiore. Negli anni Novanta l’artista combina aerografo, stencil e gesto, intensificando i colori fino a farne emanazione luminosa. Dal 1996 abbandona progressivamente l’aerografo e sperimenta un leggero ritorno alla figurazione: il pigmento si diluisce, diventa quasi trasparente, come se la pittura, dopo aver esplorato l’assoluto cromatico, volesse tornare al mondo. Il percorso espositivo si chiude con disegni e con una serie di piccole sculture chiamate toys: assemblaggi di materiali riciclati trovati nello studio tra il 1968 e il 1997. Sono divertimenti solo in apparenza: in realtà sono esercizi di equilibrio, di poetica intima, di libertà conclusiva.
Questa mostra romana, sostenuta da importanti istituzioni spagnole e locali, ha il merito di restituire Vicente nella sua complessità: non semplice figura marginale dell’Espressionismo Astratto, ma artista che ha saputo portare nella Scuola di New York una disciplina castigliana, un senso della realtà pittorica come ordine e rifiuto dell’eccessivo. In un’epoca che spesso confonde il rumore con la forza, Vicente appare come pittore silenzioso e necessario, capace di ricordarci che la modernità non è mai un gesto urlato, ma una lenta e severa conquista della luce.
Roma, Istituto Cervantes: “Esteban Vicente. Il pittore delle realtà”