Roma, Pinacoteca dei Musei Capitolini
IL NON FINITO: FRA POETICA E TECNICA ESECUTIVA
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali
Organizzazione Accademia di Belle Arti di Roma nell’ambito del Progetto EAR – Enacting Artistic Research, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU
con fondi a valere sul PNRR
Servizi Museali Zètema Progetto Cultura
Roma, 15 gennaio 2025
C’è un equivoco antico, duro a morire, che accompagna l’idea di non finito nella storia dell’arte: considerarlo un difetto, un incidente, una colpa del tempo o della biografia. La mostra Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva, ospitata alla Pinacoteca dei Musei Capitolini, nasce invece per smontare questo luogo comune con metodo, chiarezza e una dose salutare di curiosità intellettuale.
Qui l’incompiuto non è un residuo, ma una soglia; non una mancanza, ma una forma di conoscenza. Il percorso espositivo si fonda su un’idea semplice e insieme radicale: osservare l’opera non come risultato, ma come processo. E per farlo utilizza strumenti solitamente riservati al restauro — indagini diagnostiche non invasive, imaging, riflettografia infrarossa, radiografia digitale, spettroscopia — trasformandoli in dispositivi narrativi. Non si tratta di spettacolarizzare la scienza, ma di usarla come lente per entrare nel laboratorio mentale dell’artista, là dove la pittura si fa decisione, esitazione, ripensamento. L’introduzione alla mostra è affidata a installazioni multimediali collocate all’ingresso della Pinacoteca. Qui il visitatore viene accompagnato, con chiarezza didattica, dentro le metodologie di indagine adottate dall’équipe del progetto EAR WP2 dell’Accademia di Belle Arti di Roma. È una premessa necessaria, perché chiarisce subito che ciò che si vedrà non è una collezione di curiosità tecniche, ma un’indagine coerente sul fare pittorico, restituito nella sua dimensione temporale.
La prima tappa significativa è la Sala II, dove l’incompiuto di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, viene messo in dialogo con un’opera analoga proveniente dalla Galleria Cantore di Modena. Il confronto non è solo stilistico, ma operativo: attraverso le cornici digitali affiancate ai dipinti è possibile “sfogliare” virtualmente le immagini del disegno preparatorio, osservando le fasi successive della realizzazione. Emergono così differenze che suggeriscono una distribuzione dei compiti fra maestro e bottega, ma anche una diversa idea di compiutezza. Il non finito, qui, non coincide con l’abbandono, bensì con una sospensione intenzionale del lavoro. Nella Sala III il discorso si fa più complesso e stratificato con Cristo e l’adultera di Jacopo Palma il Vecchio. In questo caso non siamo di fronte a un semplice incompiuto, ma a un’opera che ha conosciuto una seconda vita. Rimasta non conclusa alla morte del pittore, la tela viene parzialmente ridipinta in epoca successiva, con l’obiettivo di modificarne il significato. Le indagini diagnostiche rivelano con precisione chirurgica i cambiamenti intervenuti: lo sguardo dell’adultera, l’andamento dei capelli, la posizione della mano di Cristo.
Il dipinto diventa così un documento di stratificazione temporale, in cui convivono volontà diverse e non del tutto riconciliate. Il non finito, in questo caso, è una frattura nella continuità del senso. Il cuore della mostra è però la Sala VI, interamente dedicata a Guido Reni, artista che più di altri sembra incarnare l’ambiguità fertile dell’incompiuto. Qui la Pinacoteca Capitolina conserva il nucleo più consistente di opere non finite, e l’allestimento consente di seguirne il processo creativo con rara efficacia. Nel giovanile Silvio, Dorinda e Linco, la riflettografia infrarossa mette in luce un abbozzo tracciato a pennello con medium liquido, mentre la radiografia evidenzia una materia pittorica densa, carica di biacca. La sovrapposizione delle immagini diagnostiche al visibile restituisce l’opera come sequenza di stati, non come immagine definitiva. Ancora più istruttivo è il caso dell’Anima beata, di cui la Pinacoteca conserva anche il bozzetto, circostanza eccezionale per Guido Reni. Le indagini mostrano un processo di elaborazione incessante: la postura del corpo viene modificata più volte, così come la posizione delle gambe, delle braccia, delle ali, il ritmo del panneggio. Il confronto con un disegno preparatorio per un Crocifisso suggerisce che Reni abbia rielaborato un’idea precedente, adattandola progressivamente fino a esaurirne le possibilità.
Qui il non finito non è interruzione, ma eccesso di riflessione, incapacità — o rifiuto — di fermare il pensiero in una forma conclusa. Accanto a queste opere, una riproduzione tridimensionale dell’Anima beata consente una fruizione tattile pensata per persone con disabilità visiva e ipovedenti. È un intervento che si integra con intelligenza nel percorso, dimostrando come la tecnologia possa ampliare l’accessibilità senza banalizzare l’opera. Il percorso si chiude con una serie di macrofotografie — Lucrezia, Cleopatra, Gesù Bambino e san Giovannino — che permettono di osservare da vicino il ductus pittorico di Guido Reni. Le pennellate rapide, materiche, talvolta quasi nervose, rivelano un fare sorprendentemente libero, lontano dall’immagine di un classicismo levigato e immobile. Anche qui il non finito emerge come questione di tempo e gesto, di velocità e arresto. Nel suo insieme, Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva propone una riflessione convincente: l’incompiuto non è un errore da correggere, ma una forma di verità.
Attraversa la storia dell’arte fin dall’antichità — basti pensare alla celebre Venere di Cos di Apelle, rimasta incompiuta e proprio per questo ritenuta insuperabile — e arriva fino alla modernità, passando per Leonardo, Michelangelo, Tiziano, Guido Reni. È una condizione che coinvolge anche l’osservatore, chiamato a completare mentalmente ciò che resta sospeso. Il progetto rappresenta uno dei risultati più solidi del programma EAR – Enacting Artistic Research, diretto da Costanza Barbieri e finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso i fondi PNRR. Un lavoro corale, che mette in dialogo ricerca artistica e scientifica, e che trova nel catalogo edito da Artemide Edizioni — con contributi di studiosi come Carmen Bambach, Roberto Bellucci, Marco Cardinali, Cecilia Frosinini e altri — un naturale completamento. Una mostra che suggerisce, senza pedanteria, che talvolta è proprio ciò che resta aperto a continuare a parlare.