Roma, Sala Umberto: “Bubù Babà Bebè”

Roma, Sala Umberto
BUBÙ BABÀ BEBÈ
Assolo per due

con Beppe Barra e Lalla Esposito
Arrangiamenti musicali Giorgio Mellone
Aiuto Regia Francesco Esposito
Francesco Manco – clarinetto
Agostino Oliviero –  mandolino, violino
Antonio Ottaviano – pianoforte
regia di Lamberto Lambertini
produzione Tradizione e Turismo – Centro di produzione teatrale – Teatro Sannazaro, Ag Spettacoli
Roma, 20 gennaio 2026
Bubù Babà Bebè – Assolo per due non si offre allo spettatore come uno spettacolo nel senso corrente del termine, ma come una forma teatrale costruita sul rapporto profondo tra memoria, parola e presenza scenica. Nasce da una filastrocca surreale di Rodolfo De Angelis, figura eccentrica e tutt’altro che marginale del primo Novecento napoletano, ma si sviluppa come un attraversamento consapevole di un’intera tradizione, restituita non come repertorio da conservare, bensì come organismo vivo, capace di risuonare nel presente. La regia di Lamberto Lambertini procede con rigore e misura, evitando ogni compiacimento illustrativo. La scena è ridotta all’essenziale: un interno di velluto rosso, pochi oggetti, segni minimi che si caricano progressivamente di valore evocativo. Non è un ambiente realistico, ma uno spazio mentale, un luogo della memoria teatrale in cui il passato riaffiora come vibrazione, come eco attiva. In questo spazio prende forma una partitura serrata di testi, canzoni, frammenti drammatici che si susseguono senza soluzione di continuità, secondo una logica musicale fatta di richiami, contrasti, improvvise aperture liriche. All’interno di questo flusso, il centro resta sempre l’attore. Peppe Barra abita la scena con un’autorità che non ha bisogno di dichiararsi. Il controllo del tempo teatrale, la precisione del gesto, la mimica essenziale e potentissima costruiscono una presenza che cattura e trattiene. La voce, capace di mutare continuamente registro, passa dal canto al sussurro senza perdere intensità, mentre la comicità, mai esteriore, convive con momenti di autentica commozione. Nei passaggi più raccolti, Barra sembra sospendere il tempo stesso della rappresentazione, trasformando la parola in esperienza condivisa, in memoria che si fa corpo. Accanto a lui, Lalla Esposito non svolge un ruolo complementare, ma costruisce una vera controparte drammaturgica. La sua presenza attraversa con naturalezza registri ironici, lirici e drammatici, tenendo insieme canto, gesto e parola in un equilibrio costante. La femminilità che porta in scena è strutturale, mai decorativa: occupa lo spazio con grazia e determinazione, restituendo figure e atmosfere con una forza che coinvolge l’intera sala. Nei suoi momenti più intensi, il teatro sembra dilatarsi, come se la scena si estendesse oltre i propri confini fisici. In questo continuo scorrere di immagini e suoni si inserisce il breve monologo di Peppe Barra sul tempo, uno dei passaggi più densi dell’intero spettacolo. Qui il teatro si fa riflessione pura: il tempo che consuma, che attraversa le esistenze, ma che si arresta davanti alla verità. L’immagine del tempo come luogo, come casa che custodisce voci, assenze e tracce di vita, emerge con una semplicità solo apparente, capace di toccare una dimensione universale senza mai scivolare nella retorica. Poco dopo, il riferimento a Roberto De Simone affiora con naturalezza, come parte integrante del discorso scenico. Non è un omaggio celebrativo, ma il riconoscimento di una filiazione artistica, di un passaggio di saperi e di responsabilità. In quelle parole brevi e misurate si avverte il peso di una storia teatrale e il senso profondo di un’eredità che continua a vivere attraverso la scena. Anche la musica partecipa pienamente a questo movimento continuo. L’ensemble in scena – Francesco Manco al clarinetto, Agostino Oliviero al mandolino e al violino, Antonio Ottaviano al pianoforte – non accompagna, ma dialoga costantemente con gli attori. Gli arrangiamenti di Giorgio Mellone costruiscono un tessuto sonoro che sostiene e amplifica l’azione, integrandosi con la parola e il gesto in una drammaturgia musicale coerente e pulsante. Così Bubù Babà Bebè – Assolo per due si configura come un laboratorio della memoria teatrale, in cui la tradizione napoletana viene rimessa in circolo con intelligenza, rigore e leggerezza. Nulla è affidato alla nostalgia: tutto vive nel presente della scena, nella qualità dell’attore, nella precisione del ritmo, nella verità della parola pronunciata. È un teatro che non chiede di essere spiegato, ma attraversato, abitato, ascoltato fino in fondo, perché fondato su ciò che, nel teatro, continua a resistere al tempo.