Roma, Sala Umberto
LE VOLPI
uno spettacolo di Lucia Franchi, Luca Ricci
con Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia, Federica Ombrato
costumi Marina Schindler
suono Michele Boreggi, Lorenzo Danesin
luci Stefan Schweitzer
scena e regia Luca Ricci
produzione Infinito
con il supporto di Regione Toscana, Ministero della Cultura, Argot Studio Roma, Biblioteca Al Cortile Roma
Roma, 14 gennaio 2026
Le tende chiare, alte e leggere, non servono a schermare lo spazio, ma a esporlo. Filtrano la luce come una coscienza che finge trasparenza mentre prepara la rimozione. In Le volpi, in scena al Teatro Sala Umberto di Roma, ciò che appare mite è già compromesso.
È da questa immagine iniziale, quieta e insidiosa, che prende forma il congegno drammaturgico ideato da Lucia Franchi e Luca Ricci, con la regia di quest’ultimo, costruito non per sorprendere ma per logorare, non per accusare ma per mettere lentamente a nudo. Lo spazio scenico è un interno borghese sospeso in un pomeriggio estivo. L’aria è ferma, il tempo dilatato, il clima propizio a una conversazione che sembra innocua. Eppure, sin dai primi scambi, si avverte che nulla è davvero neutro. Le volpi non mette in scena un conflitto esplosivo, ma una trattativa che non osa mai dichiararsi tale. Tutto si gioca nel linguaggio, nei silenzi, nelle esitazioni, in quella zona grigia in cui il favore non viene chiesto, ma presupposto. I personaggi sono tre, e non hanno nomi propri. Una dirigente sanitaria, sua figlia operatrice culturale, e il sindaco di una cittadina di provincia mai nominata. Questa sottrazione anagrafica e geografica non è un espediente astratto, ma una scelta di rigore: ciò che interessa non è il caso singolo, bensì il funzionamento di un sistema. In Le volpi ciascun personaggio coincide con una funzione, e proprio per questo risulta tanto riconoscibile. Potrebbe trattarsi di qualunque luogo, di qualunque pomeriggio, di qualunque incontro “informale”. Il pretesto narrativo è duplice e perfettamente plausibile.
Da un lato, la minaccia della chiusura del reparto maternità dell’ospedale locale, questione che per il sindaco rappresenta un rischio politico immediato. Dall’altro, l’imminente apertura di un museo di arte contemporanea, occasione che la figlia intravede come possibile via d’uscita da una precarietà professionale prolungata. Al centro, la madre: per ruolo e posizione, l’unica in grado di intervenire, di attivare un canale regionale, di “fare una telefonata”. Nessuno formula una richiesta esplicita, e tuttavia tutto converge verso un punto di scambio. La scrittura di Franchi e Ricci è calibrata con intelligenza e misura. Ogni battuta sembra dire meno di quanto sappia e più di quanto ammetta. Non vi è quasi mai uno scontro diretto, ma una progressiva convergenza di interessi che si legittimano reciprocamente. Il testo è particolarmente efficace nel mostrare come la corruzione più pervasiva non abbia bisogno di violare la legge: le basta abitare il linguaggio della necessità, del buon senso, dell’urgenza. È una drammaturgia che non denuncia, ma espone; che non giudica dall’alto, ma costringe a guardare dal di dentro. La regia di Luca Ricci accompagna questa scrittura con una sobrietà rigorosa. Nulla è lasciato al caso, ma nulla è sottolineato. Il ritmo è quello di una conversazione che si incrina lentamente, senza scatti.
Gli spostamenti nello spazio sono minimi, ma carichi di senso; l’attraversamento delle tende diventa un gesto emblematico, il segno di una soglia morale che si oltrepassa senza clamore. La luce lavora per sottrazione, creando zone d’ombra che richiamano un immaginario quasi noir, in cui i confini tra lecito e illecito non sono mai nettamente tracciati. In Le volpi, l’etica passa attraverso azioni minime, apparentemente insignificanti, che rivelano però una disposizione profonda. La prova attoriale sostiene con solidità l’impianto drammaturgico. Manuela Mandracchia, nel ruolo della dirigente sanitaria, costruisce un personaggio di grande complessità morale. È inizialmente la figura più lucida, quella che sembra osservare le dinamiche dall’esterno. Ma questa lucidità non si traduce in forza d’azione: resta una consapevolezza amara, quasi impotente. Le sue sortite isolate, illuminate da un cono di luce e accompagnate da un microfono, introducono una dimensione riflessiva che non salva, ma registra. Non sono moniti, bensì constatazioni di una sconfitta già avvenuta. Federica Ombrato, nel ruolo della figlia, restituisce con precisione una figura generazionale fin troppo riconoscibile. Colta, formata all’estero, portatrice di un’idea di merito e trasparenza, ma progressivamente logorata dalla precarietà. Il suo cedimento non è improvviso, ma graduale; non nasce dal cinismo, bensì dalla stanchezza e lavora per sottrazione, lasciando emergere la razionalizzazione del compromesso, l’autoassoluzione che accompagna ogni scelta “necessaria”.
È forse il personaggio più inquietante proprio perché non appare mai apertamente colpevole. Giorgio Colangeli, nei panni del sindaco, evita con intelligenza ogni caricatura. Il suo è un personaggio che non impone, ma suggerisce; che non chiede, ma lascia intendere. La sua forza sta nella misura, nella capacità di rendere credibile una figura che agisce sempre un passo indietro rispetto alla richiesta esplicita. L’attore costruisce un ruolo perfettamente integrato nel tessuto sociale che rappresenta, tanto da risultare quasi invisibile. Ed è questa invisibilità a renderlo pericolosamente efficace. Il ribaltamento finale delle posizioni — la convergenza tra il sindaco e la figlia, l’isolamento della madre — avviene senza scosse. Non c’è colpo di scena, ma una sensazione di inevitabilità. Quando l’accordo si compie, non c’è trionfo né conflitto: solo una stanca accettazione. Il sistema ha funzionato, e nessuno può dirsi davvero estraneo. Le volpi conferma la coerenza del percorso di Capotrave nel leggere la provincia non come margine, ma come misura del potere. Il finale rifiuta ogni conforto: senza catarsi né giudizio, lo spettatore è spinto, suo malgrado, a riconoscersi in una corruzione che è meno morale che strutturale. Ne resta un sorriso amaro e una certezza inquietante: ciò che inquieta non è l’eccezione, ma la normalità. Photocredit Elisa Nocentini, Luca Del Pia, Artemisia Moletta
Roma, Sala Umberto: “Le Volpi”