Roma, Teatro Brancaccio
ANASTASIA IL MUSICAL
libretto di Terrence McNally
Musiche di Stephen Flaherty
parole di Lynn Ahrens
Traduzione e adattamento delle parole delle canzoni Franco Travaglio
Anastasia SOFIA CASELLI
Dimitri CRISTIAN CATTO
Gleb BIAN BOCCUNI
Vlad NICO DI CRESCENZO
Lily STEFANIA FRATEPIETRO
Imperatrice Maria CARLA SCHNECK
e con Andrea Spata, Marco Carnevali, Lorenzo Giambattista, Elena Idini, Clara Maselli, Matilde Pellegri, Asia Retico, Vittoria Sardo
Regia e scene di Federico Bellone
Scenografie Clara Abruzzese
Costumi Carla Ricotti
curata da Broadway Italia in collaborazione con IMARTS
Roma, 22 gennaio 2026
Ci sono storie che non chiedono di essere risolte, ma custodite. La vicenda di Anastasia Romanov appartiene a questa categoria di narrazioni ferite, sospese, che resistono perché non trovano un punto fermo.
Il musical Anastasia, nella versione italiana in scena al Teatro Brancaccio, non tenta di sciogliere il mistero: lo attraversa. E lo fa scegliendo la via della memoria, non della certezza; del corpo, non dell’archivio. Il racconto prende avvio da una mancanza: una giovane donna senza passato, una famiglia cancellata, una Storia che ha fatto piazza pulita dei suoi stessi volti. L’adattamento teatrale, derivato dal film d’animazione del 1997 e rielaborato su libretto di Terrence McNally, compie una scelta decisiva: rinuncia al fantastico, alla demonizzazione simbolica, per affidare il conflitto a un antagonista umano, storicamente riconoscibile. Gleb, il bolscevico, non è un mostro: è un uomo educato al dovere, cresciuto nella convinzione che la Storia non lasci spazio ai sentimenti. La regia di Federico Bellone accompagna questa scelta con una costruzione scenica che privilegia il movimento continuo, il fluire delle immagini, l’assenza di cesure nette.
La scena non si chiude mai del tutto: muta, si trasforma, si piega. L’impianto scenografico, ideato con Clara Abbruzzese, utilizza arcate laterali e una prospettiva centrale che amplifica lo spazio e, insieme, lo rende instabile, come se ogni luogo fosse già un ricordo mentre lo si abita. Il Palazzo d’Inverno, la San Pietroburgo devastata, Parigi come promessa di rinascita: nulla è mai completamente reale, nulla definitivamente perduto. Il boccascena a forma di carillon incornicia l’azione come una memoria che gira su se stessa, fragile e meccanica. È un’immagine potente: la Storia come musica che ritorna, anche quando si vorrebbe fermarla. Alcuni momenti di sovraccarico visivo – una certa abbondanza di elementi, una decorazione talvolta insistita – rischiano di attenuare la tensione intima del racconto, ma fanno parte di una scelta dichiarata di opulenza, quasi di resistenza allo svuotamento. La scena del treno resta uno dei passaggi più significativi: non solo per l’effetto spettacolare, ma per ciò che rappresenta.
Il viaggio non è fuga, è transizione. Anastasia non va verso la verità: va verso una possibilità. Gli effetti speciali di Paolo Carta – i lampadari, i crolli, la neve che scende fino alla platea – funzionano quando accompagnano il racconto; meno quando sembrano volerlo anticipare. Ma la neve, che si posa anche sugli spettatori, ha il merito di cancellare la distanza: siamo tutti dentro quella memoria che cade. La musica di Lynn Ahrens e Stephen Flaherty, nella traduzione italiana di Franco Travaglio, accompagna i personaggi come una corrente sotterranea. I brani più noti convivono con numeri inediti che scavano nell’identità, nel desiderio di appartenere a qualcosa che forse non esiste più. In alcuni passaggi la scrittura musicale tende a ripetere soluzioni emotive simili, ma resta efficace nel sostenere la dimensione sentimentale del racconto, che è il vero asse dell’opera.
Le coreografie di Chiara Vecchi lavorano sul corpo collettivo: folle, corti, gruppi che si muovono come un organismo unico. Nei numeri d’insieme la danza diventa Storia che avanza, mentre nei momenti più intimi resta sullo sfondo, lasciando spazio alla voce e allo sguardo. Qualche passaggio solistico appare più descrittivo che necessario, ma l’equilibrio complessivo tiene. Sofia Caselli costruisce un’Anastasia che non nasce già risolta: è inquieta, a tratti spigolosa, attraversata da vuoti improvvisi. Il suo percorso non è la scoperta di una verità, ma l’accettazione di una possibilità di sé. La vocalità è pulita, controllata, luminosa; nei momenti più drammatici potrebbe osare una maggiore frattura emotiva, ma la scelta della misura restituisce un personaggio credibile, mai enfatico. Cristian Catto disegna un Dimitri umano, concreto, segnato da una fame di vita che lentamente si trasforma in responsabilità affettiva. Nico Di Crescenzo, Vlad, porta leggerezza e ritmo, anche se talvolta la sua verve comica rischia di incrinare l’unità tonale dello spettacolo.
Il dialogo con la Contessa Lily di Stefania Fratepietro, elegante e brillante, aggiunge colore e ironia, pur risultando a tratti più esuberante rispetto alla linea principale del racconto. Tra tutte le presenze, spicca con particolare forza il Gleb di Brian Boccuni, una delle prove più intense e mature dell’intero spettacolo. Il suo è un personaggio che soffre in silenzio, che ama senza concederselo, che obbedisce mentre si spezza. La vocalità scura e controllata, unita a una presenza scenica magnetica, restituisce la complessità di un uomo che non è cattivo, ma schiacciato da una Storia che non contempla la pietà. È lui, spesso, a portare il peso tragico del racconto. Carla Schneck, Imperatrice Maria, lavora per sottrazione: nel suo corpo abitano la perdita, la dignità, la stanchezza di chi ha visto crollare un mondo.
L’ensemble, compatto e preciso, sostiene il racconto come una memoria collettiva, valorizzato dai costumi di Carla Ricotti, che definiscono epoche e ruoli con cura, talvolta indulgendo in un’eleganza quasi eccessiva. Qualche squilibrio nella resa fonica, talvolta troppo spinta, incide sulla comprensibilità di alcuni passaggi, ma non compromette l’esperienza complessiva. Anastasia al Teatro Brancaccio è uno spettacolo che parla di identità ferite, di nomi perduti, di donne che sopravvivono non perché la Storia le abbia risparmiate, ma perché continuano a raccontarsi. Un musical che sceglie di restare in ascolto del dubbio, e proprio per questo trova la sua voce più autentica. Un finale accolto come si conviene agli spettacoli che sanno unire racconto, musica e visione, lasciando in sala — insieme all’eco degli applausi — la sensazione rara di un’emozione condivisa e pienamente riuscita.
Roma, Teatro Brancaccio: “Anastasia: Il Musical “