Roma, Teatro India
“LA CHUNGA”
di Mario Vargas Llosa, 1986
Regia di Carlo Sciaccaluga
Con Debora Bernardi, Francesco Foti
e in o. a. Giovanni Arezzo, Franz Cantalupo, Liborio Natali, Francesca Osso
Scene di Anna Varaldo
Costumi di Anna Verde
Luci di Gaetano La Mela
Produzione Teatro Stabile di Catania, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Roma, 16 gennaio 2026
Una porta che si apre e si richiude, un bar che sembra non mutare mai, e una stanza al piano superiore che nessuno vede ma che tutti raccontano. È in questo spazio sottratto allo sguardo e consegnato alla parola che prende forma La Chunga di Mario Vargas Llosa, in scena al Teatro India di Roma, con la regia di Carlo Sciaccaluga.
Uno spettacolo che non cerca di sciogliere un enigma, ma lo assume come condizione drammaturgica permanente, interrogando con durezza il rapporto tra memoria, desiderio e violenza. Il testo affonda le sue radici in La casa verde (1966), romanzo centrale nella formazione letteraria di Vargas Llosa, da cui l’autore trasse negli anni Ottanta questa pièce in forma di atto unico. Piura, città del nord del Perù circondata da sabbia e povertà, non è semplice ambientazione, ma orizzonte morale. È un luogo dove il tempo non avanza, ma ristagna; dove il passato non si deposita, ma ritorna ossessivo, continuamente riscritto. In questo senso La Chunga è un testo che vive interamente nella frattura tra ciò che è accaduto e ciò che viene raccontato. La regia di Sciaccaluga coglie con intelligenza questa ambiguità strutturale e costruisce lo spettacolo come un dispositivo del ricordo. La narrazione non procede per azioni, ma per versioni.
Quattro uomini, gli “Inconquistabili”, si ritrovano nella locanda della Chunga e rievocano una notte lontana: quella in cui Josefino, avendo perso tutto ai dadi, mise in pegno la giovane Mèche, consegnandola alla padrona del bar in cambio di credito. Da quel momento, la verità si dissolve. Mèche scompare, e ciò che resta sono solo racconti, proiezioni, fantasie. Nessuna versione prevale. Nessuna è verificabile. La scena, firmata da Anna Varaldo, è articolata su piani paralleli che distinguono il presente dal ricordo senza mai separarli del tutto. Il bar è uno spazio concreto, povero, degradato; il piano superiore, evocato più che mostrato, è il luogo dell’immaginazione e del desiderio. Le luci di Gaetano La Mela accompagnano questa oscillazione temporale, scolpendo i corpi e le parole in un chiaroscuro che restituisce la fluidità della memoria e la sua intrinseca inaffidabilità. Nulla è netto, nulla è pacificato. Sciaccaluga sceglie un realismo spinto, talvolta brutale, che non concede riparo allo spettatore. La volgarità del linguaggio, la violenza delle situazioni, l’ossessività dei racconti non sono attenuate né trasfigurate. È una scelta precisa, che assume il rischio dell’urto frontale.
Il bar di Chunga non è un luogo simbolico astratto: è una bettola di infimo ordine, popolata da uomini che sopravvivono di espedienti, desiderio e sopraffazione. In questo contesto, la morale non è assente: è stata semplicemente sostituita da una legge più feroce, quella del possesso. Al centro della scena, Debora Bernardi costruisce una Chunga di grande densità. Il suo personaggio è duro, disincantato, segnato da un passato che non ammette redenzione. Non è un’eroina né una vittima esemplare, ma una figura di resistenza ambigua, costretta a muoversi in un mondo maschile e violento senza poterne condividere fino in fondo le regole. La sua forza non è consolatoria: è una corazza necessaria alla sopravvivenza. Accanto a lei, Francesca Osso restituisce una Mèche fragile e luminosa, tutta esposta allo sguardo altrui. La sua presenza è tanto più perturbante quanto più resta incompiuta: Mèche è oggetto di desiderio, di proiezione, di racconto, ma non possiede mai una voce definitiva. Su di lei si addensa il legame perverso tra sesso, potere e miseria morale. La sua scomparsa non è un colpo di scena, ma l’esito coerente di un sistema che consuma e cancella.
Tra gli uomini, Francesco Foti offre un Josefino violento e carismatico, incarnazione del dominio patriarcale e della brutalità quotidiana. Il suo personaggio non è giustificato né psicologizzato: è un prodotto del contesto, ma anche un agente attivo del male che esercita. Giovanni Arezzo, nel ruolo di Scimmia, restituisce con crudezza la degradazione di un’umanità ridotta a istinto; Liborio Natali, nei panni di Lituma, costruisce una figura timida e disturbata, forse la più tragica, incapace di trasformare il desiderio in salvezza; Franz Cantalupo, come Josè, incarna una sessualità voyeuristica e repressa, fatta di sguardi e allusioni più che di azioni. Il cuore dello spettacolo non è la ricostruzione dei fatti, ma il potere del racconto. Ogni versione detta qualcosa in più su chi la pronuncia che su ciò che pretende di descrivere. La verità, come suggerisce Vargas Llosa, non è un dato oggettivo, ma una costruzione narrativa. Ed è proprio questa costruzione a diventare strumento di dominio, di autoassoluzione, di rimozione. La Chunga è uno spettacolo duro, privo di consolazioni, che non offre spiragli di speranza né catarsi finale. Può risultare respingente, talvolta persino insopportabile, ma proprio in questa radicalità risiede la sua coerenza. Al Teatro India di Roma, la regia di Sciaccaluga sceglie di non addolcire la materia, di non guidare lo spettatore verso una morale rassicurante. Il risultato è un teatro che non educa né consola, ma costringe a restare dentro il buio, a misurarsi con una violenza che non appartiene solo al passato o a un luogo lontano, ma continua a interrogare il presente con implacabile lucidità.
Roma, Teatro India: “La Chunga”