Roma, Teatro India
UN SABATO, CON GLI AMICI
di Andrea Camilleri
progetto di riadattamento e allestimento scenico di Marco Grossi
con Alessandra Mortelliti, Marcella Favilla, Pierluigi Corallo, Fabrizio Lombardo, Silvia Degrandi, Luca Avagliano, Alberto Melone
musiche Oliviero Forni
costumi Monica De Giuseppe
luci Claudio De Robertis
scene Filippo Sarcinelli
Roma, 13 gennaio 2026
Un sabato, con gli amici è uno spettacolo che non cerca di imporsi attraverso l’urgenza, né di sedurre con l’evidenza del conflitto. La sua forza risiede altrove: nella capacità di trasformare una situazione apparentemente ordinaria in un dispositivo di osservazione morale, nel quale il teatro ritrova una delle sue funzioni più antiche e insieme più necessarie. Il testo di Andrea Camilleri, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 2009, viene assunto dalla scena non come materia narrativa da illustrare, ma come campo di forze da rendere visibile. Ciò che si offre allo spettatore non è una storia nel senso tradizionale del termine, ma una condizione.
Un gruppo di amici borghesi, giunti alla mezza età, si ritrova per una cena rituale. Parlano, ricordano, scherzano. Tutto avviene secondo una scansione che sembra già nota, già sperimentata. E tuttavia è proprio questa ripetizione a costituire il nucleo drammatico dello spettacolo. Il teatro non introduce un evento: espone un equilibrio. E lo osserva. La regia sceglie con lucidità la via del contenimento e della precisione. Lo spazio scenico, artificiale e sospeso, non descrive un interno realistico, ma allude a una condizione mentale, a un luogo che ha smesso di evolvere. Non si tratta di una scenografia simbolica nel senso consueto, bensì di un ambiente che funziona come dato strutturale: qui il tempo non procede, ma si deposita. L’età adulta dei personaggi appare come una forma di adattamento, non come un compimento. L’infanzia, mai raccontata e mai evocata direttamente, agisce come principio latente, come origine non elaborata che continua a informare il presente. Il testo procede per dialoghi che non cercano l’esplosione del conflitto, ma la sua elusione. L’ironia, spesso presente, non è evasione, ma strumento di regolazione.
Serve a mantenere l’ordine, a garantire la continuità del gruppo. Quando interviene l’elemento perturbante — una presenza inattesa, una richiesta che non può essere del tutto neutralizzata — non si produce uno scarto drammatico, ma una tensione sottile, che attraversa la scena senza mai tradursi in gesto eclatante. È una scelta di grande rigore teatrale: il conflitto non è spettacolarizzato, ma reso leggibile nella sua forma più quotidiana e per questo più incisiva. Camilleri costruisce il romanzo attraverso brevi ritorni al passato, che illuminano infanzia e giovinezza dei protagonisti. Il teatro assume questa stratificazione temporale senza teatralizzarla. I traumi non vengono narrati: si manifestano come modalità di relazione, come posture morali, come difficoltà a sostenere una scelta che comporti una perdita reale. Non vi è colpa dichiarata, ma una lunga consuetudine alla giustificazione. Ed è proprio questa consuetudine a costituire il cuore dell’operazione. In questo quadro si inserisce il lavoro del gruppo dei bravissimi interpreti — Alessandra Mortelliti, Marcella Favilla, Pierluigi Corallo, Fabrizio Lombardo, Silvia Degrandi, Luca Avagliano, Alberto Melone — che contribuisce in modo decisivo alla riuscita dello spettacolo. La recitazione è fortemente caratterizzata, ogni figura possiede una propria fisionomia morale, un proprio ritmo, una propria qualità di presenza.
E tuttavia nessuna individualità cerca di imporsi come centro. Le differenze convivono, si incastrano, si sorreggono a vicenda. Il gruppo non è un coro indistinto, ma un sistema complesso, perfettamente integrato, in cui ogni identità trova senso solo nella relazione con le altre. Il momento conclusivo, che introduce l’idea di un sacrificio necessario a ristabilire l’ordine, non è un colpo di scena, ma una conseguenza. Non produce catarsi, perché non la cerca. Produce invece chiarezza. Il teatro non giudica, non assolve, non condanna: mostra il funzionamento di un meccanismo sociale e morale che si rigenera attraverso l’esclusione. È una scelta di estrema coerenza, che conferisce allo spettacolo una densità rara. Un sabato, con gli amici riesce là dove molto teatro contemporaneo fallisce: nel fare del pensiero una forma di azione scenica. Non pretende di scuotere, ma costringe a vedere. Non cerca l’indignazione, ma l’intelligenza. La sua riuscita sta nella misura, nella continuità del dispositivo, nella fiducia accordata allo spettatore come soggetto capace di comprendere. In un tempo in cui il teatro spesso rincorre l’urgenza, l’attualità, l’effetto, questo spettacolo rivendica con fermezza un’altra necessità: quella della durata, dell’osservazione, della forma. Dimostra che il teatro può ancora essere uno spazio di pensiero incarnato, un luogo in cui la scena non consola né aggredisce, ma interroga con precisione.
Non è casuale, allora, la virgola che incrina il titolo Un sabato, con gli amici. Non un vezzo grafico, ma una scelta semantica e ritmica di rara precisione. Quella pausa introduce una sospensione, uno scarto di senso: un sabato non è immediatamente con gli amici, come se la frase avesse bisogno di correggersi mentre prende forma. L’amicizia non è un dato pacifico, bensì una condizione da verificare, un terreno instabile. Non la formula rassicurante di una convivialità annunciata, ma un tempo chiuso che solo dopo viene abitato da presenze cariche di memoria, ambiguità, tensione. In termini teatrali, quella virgola funziona come un silenzio iniziale, il respiro che precede l’emersione del conflitto. È il primo gesto drammaturgico dell’opera: non separa, ma insinua; non unisce, ma problematizza. E proprio per questo, senza proclami, riafferma la persistente e silenziosa necessità del teatro.