Roma, Teatro Torlonia
IN NOME DELLA MADRE
di Erri De Luca
regia Gianluca Barbadori
con Galatea Ranzi
costume Lia Francesca Morandini
produzione Teatro Biondo Palermo
in collaborazione con soc. coop. Ponte tra Culture / AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali
con il patrocinio di Regione Marche
Roma, 08 gennaio 2026
Una donna è già in scena quando lo sguardo finalmente la riconosce. Non entra, non arriva, non inaugura nulla. È lì perché non può essere altrove. In nome della madre, al Teatro Torlonia di Roma, comincia senza dichiarazioni d’intenti, come cominciano le vicende che non si scelgono e che, proprio per questo, determinano ogni cosa che segue. Lo spazio è spoglio, privo di coordinate rassicuranti. Non indica un luogo, non suggerisce un tempo.
La regia di Gianluca Barbadori rifiuta ogni funzione illustrativa: non guida, non commenta, non attenua. Si limita a predisporre una condizione di esposizione. Qualcosa deve essere detto, e una volta detto non può essere corretto né addolcito. La scena non protegge la parola: la lascia scoperta. Al centro c’è Galatea Ranzi. Non costruisce un personaggio, non accompagna lo spettatore in un percorso emotivo. È presente come si è presenti a un fatto irreversibile. Il corpo resta quasi immobile, trattenuto, come se ogni gesto in più fosse una concessione inutile. La voce procede con una regolarità severa, priva di inflessioni consolatorie. Le parole non cercano adesione, non cercano empatia. Vengono pronunciate perché devono essere pronunciate. E questo basta. La donna che parla è Miriàm. Non quella delle immagini, non quella della devozione. È una donna che registra ciò che le è accaduto senza tentare di nobilitarlo. L’Annunciazione non è raccontata come evento eccezionale, ma come frattura. Un’interruzione che spezza la continuità dell’esistenza e costringe a una scelta senza appello. Non c’è entusiasmo, non c’è esaltazione. Da quel momento, la vita prende una direzione che non ammette correzioni.
La gravidanza è il segno concreto di questa frattura. Non un simbolo, ma un corpo che cambia, che si espone, che diventa leggibile agli altri. Ciò che è visibile diventa giudicabile. Il corpo di Miriàm smette di appartenerle e diventa materia pubblica, oggetto di discorsi, di sospetti, di condanne. Lei non reagisce, non si difende, non protesta. Osserva. Prende atto. Continua. La maternità, in In nome della madre, è privata di ogni retorica. Non è premio, non è missione, non è destino glorioso. È una condizione che pesa, che modifica i rapporti, che restringe lo spazio di movimento. Il corpo si trasforma, lo sguardo degli altri si fa più duro, la posizione nel mondo si indebolisce. Miriàm non rivendica nulla. Non cerca giustificazioni. Si adatta senza piegarsi, resta senza cedere. In questa permanenza si annida una resistenza muta, priva di eroismo. La comunità agisce come una forza anonima e costante. Non ha volto, non ha nome. Esiste nelle parole che circolano, nei giudizi che si ripetono, nelle frasi che nessuno rivendica come proprie. Le altre donne non sono antagoniste, ma strumenti di una legge che si riproduce da sola. Non colpiscono per cattiveria, ma per obbedienza. Miriàm non le affronta. Continua a muoversi nello spazio che le è concesso. Cammina.
E questo camminare, senza scatti né proclami, diventa un atto di sopravvivenza. Josef non appare mai. È evocato come si evocano le decisioni già prese. Non è figura, ma scelta. Sceglie di restare, di assumere una responsabilità che non gli è imposta, di condividere una colpa che non è sua. Non parla, non agisce in scena. Esiste come fatto compiuto, e proprio per questo non può essere idealizzato. Le luci non commentano, non interpretano. Rendono visibile ciò che deve essere visto e nulla più. I colori emergono e si ritirano come stati di coscienza. Il blu, soprattutto, coincide con i momenti in cui la parola si avvicina a un limite, quando il racconto potrebbe interrompersi ma continua, per necessità. Nel finale, quando Miriàm chiede che quel figlio non le venga tolto troppo presto, non c’è invocazione né speranza. C’è la constatazione del rischio. Una frase semplice, pronunciata senza illusioni. Non è una preghiera, ma un desiderio espresso sapendo che potrebbe non trovare risposta. È lì che il racconto si spoglia di ogni residuo sacro e resta ciò che è sempre stato: una storia umana, esposta alla perdita. In nome della madre è un titolo che non chiede di essere interpretato, ma accettato. Esiste perché ne esiste un altro, più antico e più forte: in nome del Padre. Il nome del principio, dell’autorità, della legge che fonda e dispone.
Qui, invece, il racconto si colloca altrove. Non dove una verità viene proclamata, ma dove le sue conseguenze diventano inevitabili. Non nel luogo della decisione, ma in quello della permanenza. Dire in nome della madre significa spostare la storia dal punto in cui viene enunciata a quello in cui viene vissuta. Non è un atto di rivendicazione, ma una constatazione. Qualcosa è accaduto, e qualcuno ha dovuto continuare a esistere dopo. La madre non fonda un ordine, non lo giustifica, non lo spiega. Porta su di sé ciò che è stato deciso altrove. Il corpo diventa il luogo in cui il principio si realizza, e proprio per questo smette di essere astratto. Qui la parola non serve a consacrare, ma a testimoniare. Non parla in nome di una legge, ma a partire da una condizione. Non promette salvezza, non chiede obbedienza. Si limita a dire che la storia, per essere raccontata, deve passare attraverso chi ne ha sostenuto il peso. E che ogni verità che pretende di essere universale comincia sempre così: non con un atto di potere, ma con qualcuno che resta. Photocredit Rosellina Garbo