Roma, Teatro Vascello
MISURARE IL SALTO DELLE RANE
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
con Elsa Bossi, Noemi Apuzzo, Chiara Stoppa
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
assistente alla regia Matteo Berardinelli
musiche originali Massimiliano Setti
scene Enzo Mologni
costumi Elisabetta Zinelli
ideazione luci Carrozzeria Orfeo
Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, in collaborazione con Asti Teatro 47
Roma, 29 gennaio 2025
Non è il mistero a sostenere Misurare il salto delle rane. Il mistero, anzi, è quasi un pretesto. Ciò che regge lo spettacolo è la tenuta dei personaggi e il loro peso morale, la loro capacità di stare in scena senza chiedere comprensione. Qui non si cerca l’effetto, ma la verità di una condizione.
Carrozzeria Orfeo compie una scelta precisa: ridurre il campo, stringere lo sguardo, rinunciare all’iperbole per tornare a una provincia marginale, isolata, ferma. Un borgo montano affacciato su un lago diventa un recinto umano prima ancora che geografico. Non c’è redenzione del paesaggio, non c’è lirismo: il lago non consola, trattiene. Il tempo non scorre, si deposita. Gli anni Novanta, evocati da una radio e da canzoni riconoscibili, non sono nostalgia ma dato concreto: un’epoca ancora priva di anestesia emotiva, in cui il dolore resta esposto, senza filtri. La drammaturgia di Gabriele Di Luca, diretta con Massimiliano Setti, costruisce un triangolo femminile che rifiuta qualsiasi schema edificante. Iris, Betti e Lori non rappresentano “figure”, né tantomeno modelli. Sono tre vite interrotte, tre modalità di sopravvivenza. Iris arriva dall’altra parte del lago con un registratore in mano: parla perché non sa ancora tacere. Betti reagisce con il corpo, con l’eccesso, con una violenza quasi infantile che è difesa prima che ribellione. Lori, infine, ha smesso di chiedere: si è irrigidita in una scorza che protegge e consuma allo stesso tempo.
A unirle è un’assenza che pesa più di qualsiasi presenza: una giovane donna scomparsa vent’anni prima, nodo irrisolto che nessuna di loro ha davvero attraversato. Il valore dello spettacolo sta nel modo in cui queste figure vengono restituite. Noemi Apuzzo lavora su una misura costante, trattenuta, evitando ogni abbandono emotivo; Chiara Stoppa costruisce una Betti fisica, aspra, credibile, senza ammiccamenti; Elsa Bossi disegna una Lori dura, segnata, a tratti prevedibile, ma coerente con una vita che ha scelto la chiusura come unica forma di resistenza. Le attrici non cercano empatia: stanno. Ed è una scelta che paga. Il centro dell’opera è l’amicizia tra donne, ma senza retorica e senza proclamazioni. Non è solidarietà ideologica, è alleanza pratica. È la capacità di fare fronte comune senza spiegarsi, senza giustificarsi, senza sciupare il dolore rendendolo discorso. Qui l’intimità non passa per la confessione, ma per la condivisione silenziosa: un piatto di minestra, una caramella, un gesto ripetuto.
È una famiglia costruita per necessità, non per scelta morale. Anche l’irruzione del maschile, quando avviene, non è conflitto simbolico ma scossa funzionale: serve a rompere l’equilibrio stagnante, a costringere a una decisione che non è pacificazione ma presa d’atto. Il registro della dark comedy è maneggiato con intelligenza. Il riso non alleggerisce, non assolve. È un riso secco, spesso crudele, che nasce dal cortocircuito tra normalità e violenza. La componente di cronaca nera resta sempre sotto controllo: non diventa mai spettacolo, non cerca l’effetto. È un dato, un fatto che grava sulle relazioni e le deforma. Qui la vendetta non è catartica, è conseguenza. La scena è costruita con un realismo puntuale: una casa povera, funzionale, senza metafore; un esterno che guarda al lago; un granaio laterale. È un realismo descrittivo, efficace nel restituire l’ambiente ma non sempre necessario sul piano drammaturgico.
Anche la scrittura, pur più asciutta rispetto ad altri lavori della compagnia, tende talvolta a spiegare ciò che potrebbe restare implicito. Alcune battute chiariscono troppo, riducono il margine di ambiguità, accompagnano lo spettatore invece di lasciarlo solo. È un limite reale, che tuttavia non compromette la solidità dell’impianto. Il silenzio è il vero materiale della messinscena. Le parole appaiono come intrusioni, come frammenti sottratti a una quiete più densa e più significativa. I vuoti tra le battute hanno peso specifico, determinano il ritmo più della parola stessa. Anche le luci lavorano in questa direzione: smorzate, mai illustrative, coerenti con un mondo che non cerca riscatto visivo. Misurare il salto delle rane non è uno spettacolo che sorprende: convince. Non seduce: resiste. Rinuncia all’urgenza del colpo di scena per affidarsi alla progressiva definizione dei caratteri.
Non chiede allo spettatore di risolvere un enigma, ma di sostare in una condizione scomoda, di guardare tre donne che cercano una via d’uscita senza sapere se esista davvero. Il salto evocato dal titolo non è eroico: è minimo, necessario, rischioso. Come ogni gesto che tenta di sottrarsi all’immobilità. Carrozzeria Orfeo firma così un lavoro più controllato, più concentrato, meno compiaciuto. Uno spettacolo che non alza la voce e proprio per questo lascia un segno più duraturo. Non tutto è risolto, non tutto è necessario. Ma ciò che resta è solido, riconoscibile, e soprattutto onesto. E oggi, a teatro, non è poco. Photocredit Andrea Morgillo